VII.
Ore 7.55, 12 Aprile 2013.
Il corso principale di Casal di Principe.
Lo stavano portando via in parata.
Era stata un’idea del comandante del Ros.
Dovevano smitizzarne la leggenda.
Dovevano renderlo “umano”.
Geronimo era un uomo come tutti gli altri.
Come tutti gli altri destinato a cadere, un giorno o l’altro.
E quel giorno, per Luigi di Cosimo, il capo clan di Casal di Principe, professione ufficiale e rispettabile costruttore edile, era venuto.
Ecco perché il corteo di macchine dei carabinieri con in mezzo il cellulare blindato che trasportava al suo interno il camorrista stava percorrendo il corso Umberto I° a passo d’uomo.
Dovevano farlo vedere a tutti i casalesi.
Ed i casalesi guardavano.
Guardavano furtivamente e poi volgevano la faccia da un’altra parte.
I negozianti abbassavano le saracinesche, in segno di rispetto, come fosse lutto cittadino e il carro funebre con il feretro del deceduto stesse passando in quel momento davanti ai loro esercizi commerciali.
Le donne più anziane si segnavano e acceleravano il passo per allontanarsi.
I ragazzi, liberi dalla scuola e dai compiti, sorridevano e scherzavano tra loro, ed alcuni tra loro, i più coraggiosi e spudorati, si mettevano sui motorini a fare da ali alla marcia del corteo di polizia, agitando le braccia come a salutare la persona nascosta dietro i vetri abbrunati del cellulare blindato.
Ad un semaforo scattò il rosso mentre il corteo si avvicinava. Davanti alla prima gazzella c’era un furgone di colore nero privo di scritte, già fermatosi al comparire del giallo.
L’autista dell’auto dei Carabinieri rallentò, fermandosi poco lontano dal mezzo che gli stava davanti.
Fu un attimo ma bastò.
Il portellone posteriore del furgone si aprì all’improvviso ed un uomo vestito di nero armato dell’Rpg, tenuto sulla spalla, apparve alla vista dei due carabinieri seduti davanti.
La loro espressione tranquilla si trasformò in autentico terrore.
Un attimo dopo la gazzella scomparve in una palla di fuoco bianco.
Dai portelloni laterali sbucarono fuori altri uomini vestiti di nero e armati che si posizionarono ai lati del veicolo, coprendosi uno con l’altro ed attaccando il convoglio dei Carabinieri sui due lati.
Un’autentica pioggia di fuoco da armi automatiche piovve sulle altre auto e sul furgone blindato che trasportava Luigi di Cosimo.
Altri due operatori del Ros morirono quasi senza rendersene conto, mentre l’uomo del lanciamissili si riposizionava, ginocchio a terra, con un’altra granata pronta al fuoco. Fu allora che il comandante del reparto ordinò all’autista di ingranare la marcia e di andare addosso all’uomo con il lanciamissili prima che sparasse di nuovo.
- Vagli addosso! – disse, urlando. – Leviamoci da questo merdaio prima che ci ammazzino tutti!!
Il carabiniere alla guida diede gas, affondando tutto il piede sull’accelleratore del blindato.
L’uomo con il lanciamissili venne sollevato in aria e scagliato dall’altra parte della strada, disarticolato come una marionetta senza fili, morto. Il proiettile venne però ugualmente sparato, finendo la sua corsa contro la facciata del palazzo alla sinistra del furgone blindato. Tutto il piano terra del fabbricato, occupato da un negozio di ortofrutta, e il balcone del primo piano, vennero giù come fossero stati di carta velina. Chiunque ci fosse stato all’interno dell’abitazione e del negozio venne spazzato via dal crollo che seguì all’impatto dell’esplosivo con il cemento.
I complici dell’uomo travolto dal furgone continuarono a sparare, lasciando sull’asfalto centinaia di bossoli di grosso calibro. Altre due auto del corteo finirono crivellate dai proiettili e così i suoi occupanti.
Geronimo era finito a terra, sballottato dai contraccolpi subiti dal blindato, ed aveva cercato di rialzarsi, facendo leva sulle ginocchia. Lo stivaletto da combattimento del comandante del reparto lo colpì al volto, gettandolo di nuovo a terra.
- Resta a terra, feccia! – gli urlò a muso duro, puntandogli la canna del fucile d’assalto Beretta 70/90 sulla faccia. – Quelle carogne potrebbero colpire anche te!!
Luigi sorrise, leccando il labbro spaccato e ingoiando il suo stesso sangue.
- Dai gas, dai gas! Dirigiti verso la caserma!! – urlò poi il comandante del Ros all’autista che aveva affrontato l’incrocio a tutta velocità, evitando per un pelo uno scontro con un’auto proveniente da destra.
Angela era rimasta seduta al suo posto per tutta la durata dell’attacco.
Quando il crepitio delle armi automatiche cessò, scese dal furgone e si diresse verso le carcasse ancora fumanti delle tre auto dei Carabinieri. Il tentativo d’assalto al blindato era fallito. Geronimo era ancora nelle mani dei nemici.
A terra, per il commando d’assalto, era rimasto un solo uomo, quello con l’Rpg.
Il reparto del Ros era stato decimato.
Guardò nella direzione del palazzo, dove prima c’era il negozio e il balcone.
Ora c’erano solo macerie, cadaveri carbonizzati e lamenti dei feriti.
La strada era vuota. La gente, quella che era riuscita ad evitare di essere coinvolta nella sparatoria, era scomparsa. Il corso di Casal di Principe era deserto.
- Che facciamo adesso? – gli chiese uno dei suoi uomini, in un italiano impastato da inflessioni dell’Europa dell’est.
- Hanno un solo posto dove possono rifugiarsi… – disse lei, mentre tornava sui suoi passi. – La caserma. Avverti gli altri via radio.
L’uomo annuì senza rispondere e pigiò il pulsante del laringofono legato al collo, comunicando gli ordini di Angela al resto della squadra.
Ancora nessun commento.
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