VI.
Ore 07.23, 12 Aprile 2013.
Un capannone industriale dismesso nella periferia di Casal di Principe.
Aveva conosciuto giorni migliori.
Era stato il primo ad essere costruito, orgoglio di una industria del nord che aveva deciso di aprire una sua succursale nelle campagne attorno alla città.
Avrebbe portato sviluppo, occupazione, indotto e speranza.
C’erano venuti da Napoli e da Roma, i politici, in massa e in pompa magna, con le fasce tricolori al collo e i gonfaloni per salutarne la conclusione dei lavori e l’inaugurazione. E a ringraziare i dirigenti dell’impresa per “aver creduto nelle possibilità di quelle terre e della loro gente”.
Gli stessi politici che, ogni giorno, i Casalesi vedevano abitualmente sottobraccio, in una sorta di colloquio amoroso, con i boss locali, nella loro copertura di imprenditori incensurati.
Poi, quando tutto il bailamme mediatico era finito, erano arrivate le richieste.
E le imposizioni.
Sub-appalti a “certe” ditte e solo a quelle, acquisti di materiale di qualità scadente a prezzi prestabiliti, trasporti del prodotto finito affidati in esclusiva ad una ditta diretta dai prestanome dei boss, assunzioni di personale pilotate.
Ogni tentativo di ribellarsi smorzato dall’accidia dell’amministrazione e dall’impotenza delle forze dell’ordine.
E i responsabili dell’industria del nord ci avevano ripensato.
Avevano deciso che il rischio non valeva l’impresa.
Ed avevano chiuso.

Alla chetichella avevano riportato la produzione nel loro territorio.
Così, da un giorno all’altro, le maestranze, anche quelle non compromesse con il clan, si erano ritrovate a spasso.
Mille persone senza lavoro. Mille famiglie senza un reddito.
E la speranza era morta di nuovo, ammazzata dal dominio assoluto del territorio operato dal clan di Cosimo, in una terra già messa in ginocchio dalla chiusura della maggior parte dei caseifici della zona, a causa dello scandalo delle mozzarelle di bufala alla diossina, scoppiato nella primavera di cinque anni prima, proprio alla vigilia di altre elezioni politiche.
Il capannone era rimasto abbandonato.
L’ennesima cattedrale nel deserto, destinata ad essere dimenticata da Dio e dagli uomini.
Ad attendere il disfacimento operato del tempo e degli elementi.
Un ottimo nascondiglio per chiunque avesse avuto qualcosa da non far trovare.
Per tossici in astinenza ed extracomunitari senza fissa dimora, usati come schiavi stagionali nella raccolta dei pomodori, d’estate.
E per gli uomini del clan.
Non quelli “ufficiali”, no.

Quelli agivano alla luce del sole, stravaccati nei loro Suv neri e nelle loro auto di grossa cilindrata, camicie aperte con collane d’oro a vista, guancette della pistola intonate al colore della cintura griffata.
Tutti li conoscevano. Tutti sapevano chi erano e cosa facevano.
Quelli erano la scena buona per la tv e gli scrittori di libri.
Ed era per questo che Luigi di Cosimo si era costruito, negli anni, una sorta di corpo d’élite, una guardia d’onore di particolarissimi pretoriani.
Fedelissimi che lo avrebbero seguito sino alla morte, pronti a scattare al minimo rischio corso del loro capo.
E che, soprattutto, nessuno conosceva. A parte lui.
Uomini e donne scelti personalmente ed addestrati.
Attori di un film molto particolare.
Dissimulare, fingersi altro mentre si è dei killer spietati.
Una come lei, come Angela.
Veniva dall’ex Jugoslavia, scappata dopo la fine della guerra, dopo che Arkan si era stato ripulito in nome della ragion di Stato.
Lei, un membro delle Tigri, aveva fatto la puttana sino a quando Geronimo non se l’era presa con sé dopo aver scoperto la sua vera attitudine.

L’aveva fatta vivere per anni come madre e moglie esemplare.
Umile ed onesta, soggetta anche alle angherie di un marito scelto dal clan, ma sbagliato.
Sino a quella mattina. La mattina in cui il suo capo era stato preso.
E la “dormiente” in lei si era risvegliata.
Si era dovuta liberare della vecchia pelle.
Liberarsi della zavorra.
Il marito. E le due figlie.
Con lui era stato semplice e rapido.
Con le ragazze un po’ meno, ma il sangue aveva ridipinto le pareti della loro stanza come quello del marito aveva colorato di rosso la parete della cucina in cui si era infilato il coltello che gli aveva bucato la gola da parte a parte.
Ed ora era lì, nel capannone dismesso.
E c’erano anche tutti gli altri.
Tanti. La maggior parte di essi erano slavi, reduci di guerra come lei, o albanesi fuoriusciti. Tutti criminali della peggior specie.
Tutti rigorosamente vestiti di nero. Come il loro capo.
E tutti pesantemente armati.

Armi da guerra. Con proiettili fuorilegge, di quelli che si aprivano a contatto con il bersaglio, frantumando ossa, distruggendo cartilagini.
C’erano persino tre veicoli corazzati e dei furgoni realizzati su richieste specifiche del boss. E due lanciagranate Rpg, pronti all’uso.
Angela sorrise accarezzando la custodia in cordura rigida che conteneva il suo fucile d’assalto, una versione a calcio ripiegato dell’AKM, un Kalashnikov in calibro .7,62 mm, accoppiato ad un lanciagranate in 40 mm.
Infilò quanti più caricatori da trenta colpi e granate poté nelle tasche del gilet tattico che indossava sopra il giubbotto antiproiettile e si assicurò che la grossa calibro .45 sistemata nella fondina al fianco avesse il colpo in canna.
Si diresse verso gli altri.
Gli squilli di un videotelefono la distrassero per un attimo.
Uno dei “moschilli”, uno dei ragazzi usati dal clan per controllare i quartieri della città, attrezzati con motorino e pistola, gli stava mostrando via cellulare il lento avanzare per l’asse mediano della cittadina, il corso Umberto I°, delle gazzelle dei Carabinieri che scortavano il cellulare blindato che portavano Geronimo via da Casal di Principe, come aveva deciso il comandante del R.o.s., per smitizzare la figura del boss davanti ai suoi concittadini.
“Eccolo qua, il vostro capo clan. Lo vedete?
Non è un mito. È un uomo come tutti gli altri.
E come gli altri può essere sconfitto, reso inoffensivo.
Come abbiamo fatto noi.”
Angela non disse niente. Si limitò a salire su uno dei furgoni blindati, accomodandosi al posto del passeggero.
Uno dei lanciagranate venne messo a bordo.
L’operazione stava per avere inizio.