E’ nu buffone… è nu pagliaccio!

X.

Ore 08.26, 12 Aprile 2013.

Casal di Principe, il locale detentivo della caserma dei Carabinieri.

Lo guardò di sottecchi e riprese a sudare.

Luigi di Cosimo sedeva scomodo sulla panca di legno ancorata alla parete muraria, sotto la piccola finestra che lasciava passare il po’ di sole.

Sole che stentava a riscaldare quella giornata d’inizio primavera.

Fernando Ambresi non l’aveva mai visto così da vicino.

Certo, l’aveva incrociato nei frequenti giri che effettuava in città quand’era in servizio, attraverso i vetri della Gazzella, ma non gli si era mai avvicinato, né mai gli era stato presentato nella sua veste “ufficiale” di costruttore edile da qualcuno dei maggiorenti del paese, che vedeva andare tranquillamente a braccetto con il boss come se fosse stato un uomo qualunque e non uno spietato criminale.

Geronimo alzò lo sguardo e lo vide.

Sorrise all’indirizzo del sottufficiale che lui, invece, conosceva benissimo.

Ne conosceva tutto quello che gli occorreva sapere.

Vizi e virtù.

E le aveva sfruttate a pieno.

Fernando Ambresi ERA un suo uomo. Nelle sue mani.

Il maresciallo vide il sorriso squarciare il volto del boss come fosse una ferita che si apriva nel suo ventre.

Riprese a sudare.

Il giovane carabiniere di leva, un diciottenne di Trento, gli si avvicinò.

Non sembra poi così terribile ridotto in catene. Vero, maresciallo? – gli disse.

Cosa cazzo ne vuoi sapere tu, eh? – gli urlò l’altro. – E che ci fai qui? Vai di sopra e cerca di essere d’aiuto ai colleghi del Ros. Muoviti!

Il carabiniere diventò rosso in viso, batté i tacchi e corse via in silenzio.

Geronimo aveva osservato tutta la scena.

Ambresi sentì gli occhi del boss sulle sue spalle.

Si voltò.

è nu pagliaccio

Il sorriso del criminale era diventato un ghigno.

Le gocce di sudore che scorrevano sul volto del sottufficiale divennero chiodi di ghiaccio che gli trafissero i lineamenti.

Non dire nulla. Nemmeno una parola. – disse a fatica, avvicinandosi alle sbarre della cella. – Anche perché nessuno ti crederebbe…

Ne siete proprio sicuro, marescia’? – rispose Geronimo. – Ne siete sicuro?

Ambresi lo guardò: il boss continuò a sorridergli, sardonico.

Il maresciallo si sentì avvampare le gote e venir meno.

è nu buffone

Si allontanò in fretta, quasi correndo. Sentiva lo sguardo di Geronimo trapassargli le ossa. Vide il suo cuore battere nelle mani dell’altro.

E lo vide stringere, sino a fermarlo.

Altro che Vaffa Day…

Non ho mai più rivisto i fratelli. In seguito, questa guerra, come tutte le altre guerre, finì. Ma io non ho mai dimenticato. E vengo qui spesso, quando nessun altro lo fa. Nei primi giorni della terza guerra mondiale, dei guerriglieri, per lo più ragazzi, posero i nomi dei loro caduti su questa roccia. Combatterono qui da soli. E sacrificarono le loro vite, cosicché questa nazione non fosse cancellata dalla faccia della terra.
(Alba Rossa, John Milius, 1984)

Chi li ha i figli li porti con sé.
Chi ha dei nipoti piccoli li porti con sé.
E gli spieghi cosa fecero quegli uomini e quelle donne nascosti in montagna per questo disastrato paese. E si rechi presso uno qualsiasi dei monumenti ai caduti di tutte le guerre, anche quelle alla mafia, alla camorra e a tutta la criminalità organizzata e si raccolga per qualche minuto.
In preghiera, per chi crede.
In riflessione per chi no.
E poi ricominci da sé stesso, a costruire un paese diverso.
Nel nostro infinitamente piccolo.

Mario

Casal di Principe, Iraq

IX.

Ore 08.44, 12 Aprile 2013

Casal di Principe, una via laterale al centro della cittadina.

Aveva percorso la strada che la separava dalla sua metà a velocità molto sostenuta, pur restando nei limiti del codice della strada. Non voleva correre il rischio che una pattuglia della Polizia Stradale o dei Carabinieri la fermassero per eccesso di velocità.

Doveva arrivare alla tenenza prima del magistrato.

Doveva concertare la linea difensiva con il suo cliente prima che il pm cominciasse a fargli domande scomode, o piuttosto cercasse di blandirlo per cercare di convincerlo a collaborare con la giustizia. In quel caso, Cristina voleva essere lì, per spuntare una contropartita adeguata alle rivelazioni che Luigi avrebbe potuto fare sul clan, sui soci occulti e su quelli d’oltreoceano.

Ma sapeva che non sarebbe andata così.

Geronimo non avrebbe parlato. Non avrebbe collaborato.

Sarebbe finito in galera, in regime di carcere duro come suo padre.

Non si sarebbe piegato.

Accese lo stereo dell’auto per distrarsi.

Il Viminale comunica che questa mattina le operazioni di voto sono iniziate regolarmente alle ore 08.00 in punto con l’apertura dei seggi in tutta Italia. La percentuale dei votanti, lo ricordiamo, è la più alta mai registrata nelle elezioni politiche. Stimata attorno al 95% degli aventi diritto, avrebbe toccato punte del 98% in alcune regioni del centro nord nella serata di ieri…

Cristo, pensò! Sembrava che queste elezioni fossero davvero l’ultima spiaggia per il paese. Non si faceva altro che parlarne ovunque, su tutti i mezzi d’informazione, compresa la Rete. Quasi che il cambio di governo in Italia contasse di più dei milioni di morti che il conflitto termonucleare Cino-Americano aveva causato sino a quel momento. Persino la notizia dell’arresto di uno come Luigi di Cosimo veniva messa in secondo piano, eppure il governo uscente ne aveva fatta di propaganda, nel corso della legislatura precedente, a proposito della lotta alla criminalità organizzata. Uno dei loro migliori cavalli di battaglia, naufragato innanzi alla ragione politica, quella che vedeva l’impossibilità di legiferare efficacemente a causa di veti incrociati, interessi personali e complicità più o meno nascoste, quando non addirittura palesi.

Il governo si era infatti distinto per avere nelle fila dei deputati e senatori della coalizione il più alto numero di eletti nei guai con la giustizia, condannati in primo, secondo grado o addirittura in via definitiva, personaggi collusi e decisamente impresentabili in ogni altra democrazia europea e mondiale.

Ma quella era l’Italia, un paese a parte.

Un paese dove lo stesso premier aveva avuto guai con la giustizia ordinaria prima di scendere nell’agone politico e che, per proteggere meglio i suoi interessi, aveva fatto eleggere nel parlamento i suoi avvocati difensori, i quali avevano riscritto praticamente daccapo l’intero codice di procedura penale.

Una vera manna per l’avvocatura.

Almeno quella che si occupava della difesa dei cittadini di un certo rango…

Quasi la totalità dei clienti di Cristina.

La donna si accese una sigaretta e premette di nuovo il tasto del telefonino, rifacendo il numero della tenenza di Casal di Principe. Ci provava sin da quando si era messa in macchina. Per l’ennesima volta dall’altra parte ci furono solo squilli e nessuna risposta.

Con un gesto stizzito, Cristina chiuse la comunicazione e girò a destra, immettendosi sul corso principale.

E fu in quell’attimo che vide il macello.

Vide la carcassa dell’auto dei Carabinieri che ancora bruciava.

Vide i cadaveri dei militi in terra.

Vide i cadaveri dei civili e i sopravvissuti aggirarsi tra le macerie del palazzo e del negozio di ortofrutta come zombie.

Sentì le urla e il pianto dei feriti.

Arrestò l’auto di colpo e scese.

Vide il sangue che aveva ridipinto di rosso l’asfalto della strada e un conato di vomito la piegò in due.

Riuscì a rialzarsi a fatica. Voleva capire cose avesse trasformato una strada di una cittadina casertana in un teatro di guerra, una fotocopia delle strade delle città jugoslave, cecene, irachene, libanesi.

Una copia della città di Anchorage, in Alaska, nuclearizzata dai cinesi.

Una strada di Baghdad, Teheran, Sarajevo, Grozny, nel cuore della Campania.

Cercò di fermare un ragazzo che correva da un luogo all’altro della piazza, incurante delle urla dei feriti e del macello, riprendendo tutto con un telefonino di ultima generazione.

Cazzo vuoi? – le disse. – Lasciami che debbo finire di riprendere e mandare tutto in rete…

In rete? – urlò lei. – In rete? Ma non lo vedi il macello? Ci sono dei morti, dei feriti! Usa quel cazzo di cellulare per chiamare i soccorsi…

Ma chi sei? Perché non te ne vai affanculo e mi lasci…

Gli strappò il cellulare di mano e compose in fretta il numero del pronto soccorso.

Attese.

E attese.

Dall’altra parte solo squilli. Nessuna risposta.

Controllò il segnale del telefono: tre tacche piene.

Controllò anche il suo: uguale.

Eppure le comunicazioni telefoniche non riuscivano.

Lasciò andare il cellulare tra le mani del ragazzo che ricominciò a riprendere le immagini di morte, sparendo alla sua vista.

Si passò le mani tra i capelli e montò in macchina.

Ripartì facendo stridere i freni e si diresse verso la tenenza dei Carabinieri.

War Room

VIII.

Ore 08.12, 12 Aprile 2013

Aeroporto militare di Pisa, War Room del Gruppo d’Intervento Speciale.

La situazione è questa… – disse il colonnello, toccando con la mano la cartina di Casal di Principe attaccata al muro. – Il reparto del Ros che stava esfiltrando Luigi Di Cosimo è stato attaccato sul corso principale della cittadina. Hanno usato armi pesanti e persino un Rpg.

L’ufficiale si prese una breve pausa prima di continuare.

Ci sono state dodici perdite tra i nostri colleghi e quattro tra i civili. Il furgone blindato e il resto del reparto sono riusciti a raggiungere la locale tenenza e a rifugiarsi all’interno della caserma. È probabile che gli attaccanti stiano solo aspettando il momento buono per dare l’assalto anche a quella… Con le ovvie conseguenze del caso.

Fabrizio Gori osservò il volto del comandante del reparto. L’espressione era decisa, determinata. Ma gli occhi lasciavano trasparire una viva preoccupazione.

E commozione per l’accaduto, per le vite umane perse.

– Il vostro compito sarà relativamente semplice. – continuò il colonnello. – Verrete aviotrasportati sino all’aeroporto di Capodichino. Lì troverete ad attendervi un elicottero e un furgone blindato del reparto già attrezzati per la missione. Dovrete raggiungere la tenenza ed esfiltrare i colleghi e Di Cosimo nel minor tempo possibile… Le regole d’ingaggio sono le solite: si spara solo se provocati.

Un mormorio sommesso proruppe dagli astanti. Il colonnello lo fermò con un gesto della mano.

Comprendo la vostra preoccupazione, ma siamo tutti militari professionisti qui dentro. E la nostra missione è chiara: recuperare i colleghi e portare il prigioniero in carcere. Costi quello che costi. È chiaro?

Numero delle forze nemiche, signore? – chiese il capitano Giovanni Terenzi, uno dei più affiatati colleghi di Gori.

Non abbiamo notizie in merito. Il comandante del Ros non ha saputo indicarlo. La cittadina di Casal di Principe è nel caos, ed è già un miracolo che riescano ancora a comunicare con noi. Di sicuro non erano semplici killer della camorra. L’organizzazione dell’attacco lascia intendere l’utilizzo di un commando militare.

Mercenari? – chiese Gori.

Probabilmente. Non è una prassi nuova per la criminalità organizzata servirsi di manovalanza estera, specie fuoriusciti dell’est europeo.

Signore… – intervenne ancora Terenzi. – Perché non utilizzare l’appoggio dell’esercito? Ci potrebbero servire dei blindati e…

Scherzerà, spero! – ribatté il colonnello. – Abbiamo tutti i soldati disponibili in zona impegnati per la sorveglianza ai seggi elettorali… E poi, cosa dovremmo fare? Mettere Casal di Principe a ferro e a fuoco? No. Meglio pensare ad un’operazione rapida e di basso profilo.

Basso profilo? Signore, quegli uomini hanno massacrato militari e civili e si preparano a farlo ancora…

Così è stato deciso dal ministro degli Interni, capitano. Sono ordini. E ci atterremo ad essi. È già stato versato abbastanza sangue e non si vuole trasformare un paese dell’entroterra campano in un campo di battaglia.

Non ci furono altri commenti. Il colonnello ne approfittò per chiudere il briefing.

Questo è quanto, signori. – disse. – Pronti a partire tra dieci minuti.

Il gruppo si allontanò verso l’hangar dove si trovava il veivolo che li avrebbe trasportati in Campania.

Mentre si accingevano a salire a bordo del G-222, Terenzi si rivolse sottovoce a Gori, che gli stava davanti.

Capito? – gli disse. – Quelli ci possono massacrare liberamente, e noi dobbiamo attenerci agli ordini del ministero…

Ci è stato detto così e ci atterremo agli ordini, Giovanni. Fattene una ragione.

Già. Come in Afghanistan e Iraq, ricordi?

Quella è storia vecchia. Adesso le cose sono cambiate.

In peggio…

Gori non rispose.

Si aggiustò sulle spalle lo zaino che conteneva il giubbotto antiproiettile e il resto del suo equipaggiamento. Strinse più forte la mano attorno alla canna del suo fucile d’assalto Heckler & Koch M53 e si diresse in silenzio verso il vano di carico dell’aereo.

L’agguato

VII.

Ore 7.55, 12 Aprile 2013.

Il corso principale di Casal di Principe.

Lo stavano portando via in parata.

Era stata un’idea del comandante del Ros.

Dovevano smitizzarne la leggenda.

Dovevano renderlo “umano”.

Geronimo era un uomo come tutti gli altri.

Come tutti gli altri destinato a cadere, un giorno o l’altro.

E quel giorno, per Luigi di Cosimo, il capo clan di Casal di Principe, professione ufficiale e rispettabile costruttore edile, era venuto.

Ecco perché il corteo di macchine dei carabinieri con in mezzo il cellulare blindato che trasportava al suo interno il camorrista stava percorrendo il corso Umberto I° a passo d’uomo.

Dovevano farlo vedere a tutti i casalesi.

Ed i casalesi guardavano.

Guardavano furtivamente e poi volgevano la faccia da un’altra parte.

I negozianti abbassavano le saracinesche, in segno di rispetto, come fosse lutto cittadino e il carro funebre con il feretro del deceduto stesse passando in quel momento davanti ai loro esercizi commerciali.

Le donne più anziane si segnavano e acceleravano il passo per allontanarsi.

I ragazzi, liberi dalla scuola e dai compiti, sorridevano e scherzavano tra loro, ed alcuni tra loro, i più coraggiosi e spudorati, si mettevano sui motorini a fare da ali alla marcia del corteo di polizia, agitando le braccia come a salutare la persona nascosta dietro i vetri abbrunati del cellulare blindato.

Ad un semaforo scattò il rosso mentre il corteo si avvicinava. Davanti alla prima gazzella c’era un furgone di colore nero privo di scritte, già fermatosi al comparire del giallo.

L’autista dell’auto dei Carabinieri rallentò, fermandosi poco lontano dal mezzo che gli stava davanti.

Fu un attimo ma bastò.

Il portellone posteriore del furgone si aprì all’improvviso ed un uomo vestito di nero armato dell’Rpg, tenuto sulla spalla, apparve alla vista dei due carabinieri seduti davanti.

La loro espressione tranquilla si trasformò in autentico terrore.

Un attimo dopo la gazzella scomparve in una palla di fuoco bianco.

Dai portelloni laterali sbucarono fuori altri uomini vestiti di nero e armati che si posizionarono ai lati del veicolo, coprendosi uno con l’altro ed attaccando il convoglio dei Carabinieri sui due lati.

Un’autentica pioggia di fuoco da armi automatiche piovve sulle altre auto e sul furgone blindato che trasportava Luigi di Cosimo.

Altri due operatori del Ros morirono quasi senza rendersene conto, mentre l’uomo del lanciamissili si riposizionava, ginocchio a terra, con un’altra granata pronta al fuoco. Fu allora che il comandante del reparto ordinò all’autista di ingranare la marcia e di andare addosso all’uomo con il lanciamissili prima che sparasse di nuovo.

Vagli addosso! – disse, urlando. – Leviamoci da questo merdaio prima che ci ammazzino tutti!!

Il carabiniere alla guida diede gas, affondando tutto il piede sull’accelleratore del blindato.

L’uomo con il lanciamissili venne sollevato in aria e scagliato dall’altra parte della strada, disarticolato come una marionetta senza fili, morto. Il proiettile venne però ugualmente sparato, finendo la sua corsa contro la facciata del palazzo alla sinistra del furgone blindato. Tutto il piano terra del fabbricato, occupato da un negozio di ortofrutta, e il balcone del primo piano, vennero giù come fossero stati di carta velina. Chiunque ci fosse stato all’interno dell’abitazione e del negozio venne spazzato via dal crollo che seguì all’impatto dell’esplosivo con il cemento.

I complici dell’uomo travolto dal furgone continuarono a sparare, lasciando sull’asfalto centinaia di bossoli di grosso calibro. Altre due auto del corteo finirono crivellate dai proiettili e così i suoi occupanti.

Geronimo era finito a terra, sballottato dai contraccolpi subiti dal blindato, ed aveva cercato di rialzarsi, facendo leva sulle ginocchia. Lo stivaletto da combattimento del comandante del reparto lo colpì al volto, gettandolo di nuovo a terra.

Resta a terra, feccia! – gli urlò a muso duro, puntandogli la canna del fucile d’assalto Beretta 70/90 sulla faccia. – Quelle carogne potrebbero colpire anche te!!

Luigi sorrise, leccando il labbro spaccato e ingoiando il suo stesso sangue.

Dai gas, dai gas! Dirigiti verso la caserma!! – urlò poi il comandante del Ros all’autista che aveva affrontato l’incrocio a tutta velocità, evitando per un pelo uno scontro con un’auto proveniente da destra.

Angela era rimasta seduta al suo posto per tutta la durata dell’attacco.

Quando il crepitio delle armi automatiche cessò, scese dal furgone e si diresse verso le carcasse ancora fumanti delle tre auto dei Carabinieri. Il tentativo d’assalto al blindato era fallito. Geronimo era ancora nelle mani dei nemici.

A terra, per il commando d’assalto, era rimasto un solo uomo, quello con l’Rpg.

Il reparto del Ros era stato decimato.

Guardò nella direzione del palazzo, dove prima c’era il negozio e il balcone.

Ora c’erano solo macerie, cadaveri carbonizzati e lamenti dei feriti.

La strada era vuota. La gente, quella che era riuscita ad evitare di essere coinvolta nella sparatoria, era scomparsa. Il corso di Casal di Principe era deserto.

Che facciamo adesso? – gli chiese uno dei suoi uomini, in un italiano impastato da inflessioni dell’Europa dell’est.

Hanno un solo posto dove possono rifugiarsi… – disse lei, mentre tornava sui suoi passi. – La caserma. Avverti gli altri via radio.

L’uomo annuì senza rispondere e pigiò il pulsante del laringofono legato al collo, comunicando gli ordini di Angela al resto della squadra.

Piccola digressione distopica

Permettetemi una piccola pausa nel raccontarvi le gesta delle brigate della morte, anche perché l’articolo di Riccardo Orioles (uno dei più tignosi giornalisti d’informazione “vera” che esistono in Italia) è estremamente calzante. Sembra di leggere i prodomi di “United We Stand” e certe capacità sono appannaggio di pochi scrittori, come il profeta Philip K. Dick…

(tratto da http://www.macchianera.net)

Promemoria. In sostanza, dopo la tivvù, l’acqua, i telefoni e un po’ di altre cose, hanno privatizzato la politica. Puoi votare Coca-cola e questo è facile, basta votare per l’uomo più ricco del regno sperando che qualche soldino rotoli fino a te. O puoi votare Pepsi, e qui devi perdere un po’ più di tempo a leggere i giornali. Comunque per uno dei due. Alla fine ha vinto Berlusconi ma ha vinto – a modo suo – pure Veltroni. Abbiamo perso Peppone, Don Camillo, ed io.

La politica è una cosa troppo importante per lasciarla fare alla gente comune, è l’idea di ora. Possiamo applaudire i politici, gridare viva e abbasso, ma far politica noi poveracci è cosa ormai d’altri tempi, come il maestro Manzi o l’idrolitina. Veltroni non solo non si dimette, ma è anzi commosso; Berlusconi non solo non finirà in galera, ma ci manderà giudici e carabinieri. E va bene. Adesso spariamo un po’ sulla croce rossa.

Veltroni. Andare a una lotta per un premio di maggioranza proclamando per prima cosa “corro da solo” significa istantaneamente trasmettere il messaggio “cerchiamo di perdere le elezioni, e in compenso sbarazziamoci di Prodi, di D’Alema, dei cortei, dei sindacati e di tutte quelle noiose faccende che c’impediscono di fare i Grandi Leader senza dar conto a nessuno”. Confusione e basta. Ora non c’è più confusione, c’è Dell’Utri, c’è Calderoli, pazienza, in compenso nel nostro feudo finalmente comanda uno solo. Come in Russia, dove Putin del comunismo s’è tenuto il potere assoluto e la disciplina, e ha buttato alle ortiche tutto il resto. (Una campagna cominciata con un “Vinceremo come i Giants di Chicago” e finita con un “Pronto Duce? Mi congratulo per la sua vittoria! Come fa Al Gore!”).

Bertinotti. Si poteva fare una sinistra decente. Con Vendola, con Zanotelli, comunque non con un segretario di partito. S’è fatta una sinistra di notabili, col capo del partito A, il vicecapo del B, ecc. Tutankamon in rappresentanza di Egitto Alternativo, Hammurabi per la Sinistra Babilonese, ecc. “Mi dimetto” è una risposta da otto settembre.
Il problema non era attacccarsi o meno alla falcemartello (la coperta di Linus). Era se fare una sinistra di giovani, con tutti i particolari antipatici che ciò comporta, o mantenersi attaccati alle piccole poltrone foderate di rosso. Beppe Grillo. Tanto utile prima, quanto coglione poi. “Non si vota! Astensione!” e un minuto dopo “Vota Puro-e-Duro! La lista della rivoluzione!” (questo in Sicilia) è esattamente quel che faceva, temporibus illis, “Servire il Popolo”. E’ andata com’è andata. Di Pietro. Non mi ha nemmeno telefonato per dirmi che non è d’accordo col suo collega di schieramento Salvo Andò, quello che ha messo in programma “basta coi professionisti dell’antimafia” (cioè, filologicamente, con Paolo Borsellino).

Orlando, per prima cosa, ha detto che “perlomeno ci siamo sbarazzati della sinistra”. Anche i migliori peggiorano, con le cattive compagnie. Dalla Chiesa. Non ha preso neppure un voto. Più che altro perché non l’hanno neanche candidato. I voti, a Milano, li doveva portare il figlio di Colaninno. Napoleonico. Finocchiaro. Era la Segolène italiana, era la futura presidente del consiglio donna, era qua, era là. Ora è semplicemente il politico più catastrofico dell’intera storia politica della Sicilia. Che avrebbe straperso si sapeva già, visto che non aveva mai vinto un’elezione. E allora perché l’hanno presentata (non ci voleva un genio per capire che la Borsellino avrebbe preso più voti)? Perché l’ha ordinato Veltroni, alla faccia della democrazia. E noi antimafiosi non siamo stati nemmeno capaci (ognuno per sè e Dio per tutti) di tenerla lontana da un’elezione in cui ci si giocava dieci anni di Sicilia. Bossi. E’ riuscito a far digerire ai lombardi la perdita delle fabbriche, che ora sono in Cina. Bravo. Come Goebbels, quando riuscì a persuadere gli operai di Berlino che la colpa dell’inflazione era degli ebrei. Fini. Fini chi? Prodi. Per ironia della storia, l’unico a far vincere (per due volte) la sinistra è stato un democristiano. E – ironia esagerata – per due volte è stato accoltellato alle spalle da un ex “comunista”. Cipputi. Il popolo di sinistra. Il meglio dell’Italia, quel che una volta ne faceva un paese civile. Ha votato disciplinatamente come gli hanno detto i capi. I capi via via erano Stalin, Togliatti, Berlinguer, Occhetto, D’Alema, Arlecchino. Hanno obbedito a tutti, con eroica disciplina. Forse sarebbe stato meglio obbedire di meno e ragionare di più. Noialtri. Non siamo stati all’altezza. Neppure i socialisti lo erano stati, quando salì Mussolini. Erano convinti che si trattasse ancora di destra e sinistra, che Benito fosse solo un sabaudo più cattivo degli altri. Non era così. Ci vollero proprio i giovani per capirlo (Gobetti, Gramsci e compagnia) e anche stavolta le carte della sinistra sono in mano all’ultima generazione. Ai vecchi il compito, essenzialmente e per chi ce la fa, di non tradire. I partiti che butteranno giù Berlusconi non hanno ancora neanche un nome. Eppure in un certo senso stanno già nascendo, e proprio ora.”

Tiger Tiger!

VI.

Ore 07.23, 12 Aprile 2013.

Un capannone industriale dismesso nella periferia di Casal di Principe.

Aveva conosciuto giorni migliori.

Era stato il primo ad essere costruito, orgoglio di una industria del nord che aveva deciso di aprire una sua succursale nelle campagne attorno alla città.

Avrebbe portato sviluppo, occupazione, indotto e speranza.

C’erano venuti da Napoli e da Roma, i politici, in massa e in pompa magna, con le fasce tricolori al collo e i gonfaloni per salutarne la conclusione dei lavori e l’inaugurazione. E a ringraziare i dirigenti dell’impresa per “aver creduto nelle possibilità di quelle terre e della loro gente”.

Gli stessi politici che, ogni giorno, i Casalesi vedevano abitualmente sottobraccio, in una sorta di colloquio amoroso, con i boss locali, nella loro copertura di imprenditori incensurati.

Poi, quando tutto il bailamme mediatico era finito, erano arrivate le richieste.

E le imposizioni.

Sub-appalti a “certe” ditte e solo a quelle, acquisti di materiale di qualità scadente a prezzi prestabiliti, trasporti del prodotto finito affidati in esclusiva ad una ditta diretta dai prestanome dei boss, assunzioni di personale pilotate.

Ogni tentativo di ribellarsi smorzato dall’accidia dell’amministrazione e dall’impotenza delle forze dell’ordine.

E i responsabili dell’industria del nord ci avevano ripensato.

Avevano deciso che il rischio non valeva l’impresa.

Ed avevano chiuso.

Alla chetichella avevano riportato la produzione nel loro territorio.

Così, da un giorno all’altro, le maestranze, anche quelle non compromesse con il clan, si erano ritrovate a spasso.

Mille persone senza lavoro. Mille famiglie senza un reddito.

E la speranza era morta di nuovo, ammazzata dal dominio assoluto del territorio operato dal clan di Cosimo, in una terra già messa in ginocchio dalla chiusura della maggior parte dei caseifici della zona, a causa dello scandalo delle mozzarelle di bufala alla diossina, scoppiato nella primavera di cinque anni prima, proprio alla vigilia di altre elezioni politiche.

Il capannone era rimasto abbandonato.

L’ennesima cattedrale nel deserto, destinata ad essere dimenticata da Dio e dagli uomini.

Ad attendere il disfacimento operato del tempo e degli elementi.

Un ottimo nascondiglio per chiunque avesse avuto qualcosa da non far trovare.

Per tossici in astinenza ed extracomunitari senza fissa dimora, usati come schiavi stagionali nella raccolta dei pomodori, d’estate.

E per gli uomini del clan.

Non quelli “ufficiali”, no.

Quelli agivano alla luce del sole, stravaccati nei loro Suv neri e nelle loro auto di grossa cilindrata, camicie aperte con collane d’oro a vista, guancette della pistola intonate al colore della cintura griffata.

Tutti li conoscevano. Tutti sapevano chi erano e cosa facevano.

Quelli erano la scena buona per la tv e gli scrittori di libri.

Ed era per questo che Luigi di Cosimo si era costruito, negli anni, una sorta di corpo d’élite, una guardia d’onore di particolarissimi pretoriani.

Fedelissimi che lo avrebbero seguito sino alla morte, pronti a scattare al minimo rischio corso del loro capo.

E che, soprattutto, nessuno conosceva. A parte lui.

Uomini e donne scelti personalmente ed addestrati.

Attori di un film molto particolare.

Dissimulare, fingersi altro mentre si è dei killer spietati.

Una come lei, come Angela.

Veniva dall’ex Jugoslavia, scappata dopo la fine della guerra, dopo che Arkan si era stato ripulito in nome della ragion di Stato.

Lei, un membro delle Tigri, aveva fatto la puttana sino a quando Geronimo non se l’era presa con sé dopo aver scoperto la sua vera attitudine.

L’aveva fatta vivere per anni come madre e moglie esemplare.

Umile ed onesta, soggetta anche alle angherie di un marito scelto dal clan, ma sbagliato.

Sino a quella mattina. La mattina in cui il suo capo era stato preso.

E la “dormiente” in lei si era risvegliata.

Si era dovuta liberare della vecchia pelle.

Liberarsi della zavorra.

Il marito. E le due figlie.

Con lui era stato semplice e rapido.

Con le ragazze un po’ meno, ma il sangue aveva ridipinto le pareti della loro stanza come quello del marito aveva colorato di rosso la parete della cucina in cui si era infilato il coltello che gli aveva bucato la gola da parte a parte.

Ed ora era lì, nel capannone dismesso.

E c’erano anche tutti gli altri.

Tanti. La maggior parte di essi erano slavi, reduci di guerra come lei, o albanesi fuoriusciti. Tutti criminali della peggior specie.

Tutti rigorosamente vestiti di nero. Come il loro capo.

E tutti pesantemente armati.

Armi da guerra. Con proiettili fuorilegge, di quelli che si aprivano a contatto con il bersaglio, frantumando ossa, distruggendo cartilagini.

C’erano persino tre veicoli corazzati e dei furgoni realizzati su richieste specifiche del boss. E due lanciagranate Rpg, pronti all’uso.

Angela sorrise accarezzando la custodia in cordura rigida che conteneva il suo fucile d’assalto, una versione a calcio ripiegato dell’AKM, un Kalashnikov in calibro .7,62 mm, accoppiato ad un lanciagranate in 40 mm.

Infilò quanti più caricatori da trenta colpi e granate poté nelle tasche del gilet tattico che indossava sopra il giubbotto antiproiettile e si assicurò che la grossa calibro .45 sistemata nella fondina al fianco avesse il colpo in canna.

Si diresse verso gli altri.

Gli squilli di un videotelefono la distrassero per un attimo.

Uno dei “moschilli”, uno dei ragazzi usati dal clan per controllare i quartieri della città, attrezzati con motorino e pistola, gli stava mostrando via cellulare il lento avanzare per l’asse mediano della cittadina, il corso Umberto I°, delle gazzelle dei Carabinieri che scortavano il cellulare blindato che portavano Geronimo via da Casal di Principe, come aveva deciso il comandante del R.o.s., per smitizzare la figura del boss davanti ai suoi concittadini.

“Eccolo qua, il vostro capo clan. Lo vedete?

Non è un mito. È un uomo come tutti gli altri.

E come gli altri può essere sconfitto, reso inoffensivo.

Come abbiamo fatto noi.”

Angela non disse niente. Si limitò a salire su uno dei furgoni blindati, accomodandosi al posto del passeggero.

Uno dei lanciagranate venne messo a bordo.

L’operazione stava per avere inizio.