E’ nu buffone… è nu pagliaccio!

X.

Ore 08.26, 12 Aprile 2013.

Casal di Principe, il locale detentivo della caserma dei Carabinieri.

Lo guardò di sottecchi e riprese a sudare.

Luigi di Cosimo sedeva scomodo sulla panca di legno ancorata alla parete muraria, sotto la piccola finestra che lasciava passare il po’ di sole.

Sole che stentava a riscaldare quella giornata d’inizio primavera.

Fernando Ambresi non l’aveva mai visto così da vicino.

Certo, l’aveva incrociato nei frequenti giri che effettuava in città quand’era in servizio, attraverso i vetri della Gazzella, ma non gli si era mai avvicinato, né mai gli era stato presentato nella sua veste “ufficiale” di costruttore edile da qualcuno dei maggiorenti del paese, che vedeva andare tranquillamente a braccetto con il boss come se fosse stato un uomo qualunque e non uno spietato criminale.

Geronimo alzò lo sguardo e lo vide.

Sorrise all’indirizzo del sottufficiale che lui, invece, conosceva benissimo.

Ne conosceva tutto quello che gli occorreva sapere.

Vizi e virtù.

E le aveva sfruttate a pieno.

Fernando Ambresi ERA un suo uomo. Nelle sue mani.

Il maresciallo vide il sorriso squarciare il volto del boss come fosse una ferita che si apriva nel suo ventre.

Riprese a sudare.

Il giovane carabiniere di leva, un diciottenne di Trento, gli si avvicinò.

Non sembra poi così terribile ridotto in catene. Vero, maresciallo? – gli disse.

Cosa cazzo ne vuoi sapere tu, eh? – gli urlò l’altro. – E che ci fai qui? Vai di sopra e cerca di essere d’aiuto ai colleghi del Ros. Muoviti!

Il carabiniere diventò rosso in viso, batté i tacchi e corse via in silenzio.

Geronimo aveva osservato tutta la scena.

Ambresi sentì gli occhi del boss sulle sue spalle.

Si voltò.

è nu pagliaccio

Il sorriso del criminale era diventato un ghigno.

Le gocce di sudore che scorrevano sul volto del sottufficiale divennero chiodi di ghiaccio che gli trafissero i lineamenti.

Non dire nulla. Nemmeno una parola. – disse a fatica, avvicinandosi alle sbarre della cella. – Anche perché nessuno ti crederebbe…

Ne siete proprio sicuro, marescia’? – rispose Geronimo. – Ne siete sicuro?

Ambresi lo guardò: il boss continuò a sorridergli, sardonico.

Il maresciallo si sentì avvampare le gote e venir meno.

è nu buffone

Si allontanò in fretta, quasi correndo. Sentiva lo sguardo di Geronimo trapassargli le ossa. Vide il suo cuore battere nelle mani dell’altro.

E lo vide stringere, sino a fermarlo.

Altro che Vaffa Day…

Non ho mai più rivisto i fratelli. In seguito, questa guerra, come tutte le altre guerre, finì. Ma io non ho mai dimenticato. E vengo qui spesso, quando nessun altro lo fa. Nei primi giorni della terza guerra mondiale, dei guerriglieri, per lo più ragazzi, posero i nomi dei loro caduti su questa roccia. Combatterono qui da soli. E sacrificarono le loro vite, cosicché questa nazione non fosse cancellata dalla faccia della terra.
(Alba Rossa, John Milius, 1984)

Chi li ha i figli li porti con sé.
Chi ha dei nipoti piccoli li porti con sé.
E gli spieghi cosa fecero quegli uomini e quelle donne nascosti in montagna per questo disastrato paese. E si rechi presso uno qualsiasi dei monumenti ai caduti di tutte le guerre, anche quelle alla mafia, alla camorra e a tutta la criminalità organizzata e si raccolga per qualche minuto.
In preghiera, per chi crede.
In riflessione per chi no.
E poi ricominci da sé stesso, a costruire un paese diverso.
Nel nostro infinitamente piccolo.

Mario

Casal di Principe, Iraq

IX.

Ore 08.44, 12 Aprile 2013

Casal di Principe, una via laterale al centro della cittadina.

Aveva percorso la strada che la separava dalla sua metà a velocità molto sostenuta, pur restando nei limiti del codice della strada. Non voleva correre il rischio che una pattuglia della Polizia Stradale o dei Carabinieri la fermassero per eccesso di velocità.

Doveva arrivare alla tenenza prima del magistrato.

Doveva concertare la linea difensiva con il suo cliente prima che il pm cominciasse a fargli domande scomode, o piuttosto cercasse di blandirlo per cercare di convincerlo a collaborare con la giustizia. In quel caso, Cristina voleva essere lì, per spuntare una contropartita adeguata alle rivelazioni che Luigi avrebbe potuto fare sul clan, sui soci occulti e su quelli d’oltreoceano.

Ma sapeva che non sarebbe andata così.

Geronimo non avrebbe parlato. Non avrebbe collaborato.

Sarebbe finito in galera, in regime di carcere duro come suo padre.

Non si sarebbe piegato.

Accese lo stereo dell’auto per distrarsi.

Il Viminale comunica che questa mattina le operazioni di voto sono iniziate regolarmente alle ore 08.00 in punto con l’apertura dei seggi in tutta Italia. La percentuale dei votanti, lo ricordiamo, è la più alta mai registrata nelle elezioni politiche. Stimata attorno al 95% degli aventi diritto, avrebbe toccato punte del 98% in alcune regioni del centro nord nella serata di ieri…

Cristo, pensò! Sembrava che queste elezioni fossero davvero l’ultima spiaggia per il paese. Non si faceva altro che parlarne ovunque, su tutti i mezzi d’informazione, compresa la Rete. Quasi che il cambio di governo in Italia contasse di più dei milioni di morti che il conflitto termonucleare Cino-Americano aveva causato sino a quel momento. Persino la notizia dell’arresto di uno come Luigi di Cosimo veniva messa in secondo piano, eppure il governo uscente ne aveva fatta di propaganda, nel corso della legislatura precedente, a proposito della lotta alla criminalità organizzata. Uno dei loro migliori cavalli di battaglia, naufragato innanzi alla ragione politica, quella che vedeva l’impossibilità di legiferare efficacemente a causa di veti incrociati, interessi personali e complicità più o meno nascoste, quando non addirittura palesi.

Il governo si era infatti distinto per avere nelle fila dei deputati e senatori della coalizione il più alto numero di eletti nei guai con la giustizia, condannati in primo, secondo grado o addirittura in via definitiva, personaggi collusi e decisamente impresentabili in ogni altra democrazia europea e mondiale.

Ma quella era l’Italia, un paese a parte.

Un paese dove lo stesso premier aveva avuto guai con la giustizia ordinaria prima di scendere nell’agone politico e che, per proteggere meglio i suoi interessi, aveva fatto eleggere nel parlamento i suoi avvocati difensori, i quali avevano riscritto praticamente daccapo l’intero codice di procedura penale.

Una vera manna per l’avvocatura.

Almeno quella che si occupava della difesa dei cittadini di un certo rango…

Quasi la totalità dei clienti di Cristina.

La donna si accese una sigaretta e premette di nuovo il tasto del telefonino, rifacendo il numero della tenenza di Casal di Principe. Ci provava sin da quando si era messa in macchina. Per l’ennesima volta dall’altra parte ci furono solo squilli e nessuna risposta.

Con un gesto stizzito, Cristina chiuse la comunicazione e girò a destra, immettendosi sul corso principale.

E fu in quell’attimo che vide il macello.

Vide la carcassa dell’auto dei Carabinieri che ancora bruciava.

Vide i cadaveri dei militi in terra.

Vide i cadaveri dei civili e i sopravvissuti aggirarsi tra le macerie del palazzo e del negozio di ortofrutta come zombie.

Sentì le urla e il pianto dei feriti.

Arrestò l’auto di colpo e scese.

Vide il sangue che aveva ridipinto di rosso l’asfalto della strada e un conato di vomito la piegò in due.

Riuscì a rialzarsi a fatica. Voleva capire cose avesse trasformato una strada di una cittadina casertana in un teatro di guerra, una fotocopia delle strade delle città jugoslave, cecene, irachene, libanesi.

Una copia della città di Anchorage, in Alaska, nuclearizzata dai cinesi.

Una strada di Baghdad, Teheran, Sarajevo, Grozny, nel cuore della Campania.

Cercò di fermare un ragazzo che correva da un luogo all’altro della piazza, incurante delle urla dei feriti e del macello, riprendendo tutto con un telefonino di ultima generazione.

Cazzo vuoi? – le disse. – Lasciami che debbo finire di riprendere e mandare tutto in rete…

In rete? – urlò lei. – In rete? Ma non lo vedi il macello? Ci sono dei morti, dei feriti! Usa quel cazzo di cellulare per chiamare i soccorsi…

Ma chi sei? Perché non te ne vai affanculo e mi lasci…

Gli strappò il cellulare di mano e compose in fretta il numero del pronto soccorso.

Attese.

E attese.

Dall’altra parte solo squilli. Nessuna risposta.

Controllò il segnale del telefono: tre tacche piene.

Controllò anche il suo: uguale.

Eppure le comunicazioni telefoniche non riuscivano.

Lasciò andare il cellulare tra le mani del ragazzo che ricominciò a riprendere le immagini di morte, sparendo alla sua vista.

Si passò le mani tra i capelli e montò in macchina.

Ripartì facendo stridere i freni e si diresse verso la tenenza dei Carabinieri.

War Room

VIII.

Ore 08.12, 12 Aprile 2013

Aeroporto militare di Pisa, War Room del Gruppo d’Intervento Speciale.

La situazione è questa… – disse il colonnello, toccando con la mano la cartina di Casal di Principe attaccata al muro. – Il reparto del Ros che stava esfiltrando Luigi Di Cosimo è stato attaccato sul corso principale della cittadina. Hanno usato armi pesanti e persino un Rpg.

L’ufficiale si prese una breve pausa prima di continuare.

Ci sono state dodici perdite tra i nostri colleghi e quattro tra i civili. Il furgone blindato e il resto del reparto sono riusciti a raggiungere la locale tenenza e a rifugiarsi all’interno della caserma. È probabile che gli attaccanti stiano solo aspettando il momento buono per dare l’assalto anche a quella… Con le ovvie conseguenze del caso.

Fabrizio Gori osservò il volto del comandante del reparto. L’espressione era decisa, determinata. Ma gli occhi lasciavano trasparire una viva preoccupazione.

E commozione per l’accaduto, per le vite umane perse.

– Il vostro compito sarà relativamente semplice. – continuò il colonnello. – Verrete aviotrasportati sino all’aeroporto di Capodichino. Lì troverete ad attendervi un elicottero e un furgone blindato del reparto già attrezzati per la missione. Dovrete raggiungere la tenenza ed esfiltrare i colleghi e Di Cosimo nel minor tempo possibile… Le regole d’ingaggio sono le solite: si spara solo se provocati.

Un mormorio sommesso proruppe dagli astanti. Il colonnello lo fermò con un gesto della mano.

Comprendo la vostra preoccupazione, ma siamo tutti militari professionisti qui dentro. E la nostra missione è chiara: recuperare i colleghi e portare il prigioniero in carcere. Costi quello che costi. È chiaro?

Numero delle forze nemiche, signore? – chiese il capitano Giovanni Terenzi, uno dei più affiatati colleghi di Gori.

Non abbiamo notizie in merito. Il comandante del Ros non ha saputo indicarlo. La cittadina di Casal di Principe è nel caos, ed è già un miracolo che riescano ancora a comunicare con noi. Di sicuro non erano semplici killer della camorra. L’organizzazione dell’attacco lascia intendere l’utilizzo di un commando militare.

Mercenari? – chiese Gori.

Probabilmente. Non è una prassi nuova per la criminalità organizzata servirsi di manovalanza estera, specie fuoriusciti dell’est europeo.

Signore… – intervenne ancora Terenzi. – Perché non utilizzare l’appoggio dell’esercito? Ci potrebbero servire dei blindati e…

Scherzerà, spero! – ribatté il colonnello. – Abbiamo tutti i soldati disponibili in zona impegnati per la sorveglianza ai seggi elettorali… E poi, cosa dovremmo fare? Mettere Casal di Principe a ferro e a fuoco? No. Meglio pensare ad un’operazione rapida e di basso profilo.

Basso profilo? Signore, quegli uomini hanno massacrato militari e civili e si preparano a farlo ancora…

Così è stato deciso dal ministro degli Interni, capitano. Sono ordini. E ci atterremo ad essi. È già stato versato abbastanza sangue e non si vuole trasformare un paese dell’entroterra campano in un campo di battaglia.

Non ci furono altri commenti. Il colonnello ne approfittò per chiudere il briefing.

Questo è quanto, signori. – disse. – Pronti a partire tra dieci minuti.

Il gruppo si allontanò verso l’hangar dove si trovava il veivolo che li avrebbe trasportati in Campania.

Mentre si accingevano a salire a bordo del G-222, Terenzi si rivolse sottovoce a Gori, che gli stava davanti.

Capito? – gli disse. – Quelli ci possono massacrare liberamente, e noi dobbiamo attenerci agli ordini del ministero…

Ci è stato detto così e ci atterremo agli ordini, Giovanni. Fattene una ragione.

Già. Come in Afghanistan e Iraq, ricordi?

Quella è storia vecchia. Adesso le cose sono cambiate.

In peggio…

Gori non rispose.

Si aggiustò sulle spalle lo zaino che conteneva il giubbotto antiproiettile e il resto del suo equipaggiamento. Strinse più forte la mano attorno alla canna del suo fucile d’assalto Heckler & Koch M53 e si diresse in silenzio verso il vano di carico dell’aereo.

L’agguato

VII.

Ore 7.55, 12 Aprile 2013.

Il corso principale di Casal di Principe.

Lo stavano portando via in parata.

Era stata un’idea del comandante del Ros.

Dovevano smitizzarne la leggenda.

Dovevano renderlo “umano”.

Geronimo era un uomo come tutti gli altri.

Come tutti gli altri destinato a cadere, un giorno o l’altro.

E quel giorno, per Luigi di Cosimo, il capo clan di Casal di Principe, professione ufficiale e rispettabile costruttore edile, era venuto.

Ecco perché il corteo di macchine dei carabinieri con in mezzo il cellulare blindato che trasportava al suo interno il camorrista stava percorrendo il corso Umberto I° a passo d’uomo.

Dovevano farlo vedere a tutti i casalesi.

Ed i casalesi guardavano.

Guardavano furtivamente e poi volgevano la faccia da un’altra parte.

I negozianti abbassavano le saracinesche, in segno di rispetto, come fosse lutto cittadino e il carro funebre con il feretro del deceduto stesse passando in quel momento davanti ai loro esercizi commerciali.

Le donne più anziane si segnavano e acceleravano il passo per allontanarsi.

I ragazzi, liberi dalla scuola e dai compiti, sorridevano e scherzavano tra loro, ed alcuni tra loro, i più coraggiosi e spudorati, si mettevano sui motorini a fare da ali alla marcia del corteo di polizia, agitando le braccia come a salutare la persona nascosta dietro i vetri abbrunati del cellulare blindato.

Ad un semaforo scattò il rosso mentre il corteo si avvicinava. Davanti alla prima gazzella c’era un furgone di colore nero privo di scritte, già fermatosi al comparire del giallo.

L’autista dell’auto dei Carabinieri rallentò, fermandosi poco lontano dal mezzo che gli stava davanti.

Fu un attimo ma bastò.

Il portellone posteriore del furgone si aprì all’improvviso ed un uomo vestito di nero armato dell’Rpg, tenuto sulla spalla, apparve alla vista dei due carabinieri seduti davanti.

La loro espressione tranquilla si trasformò in autentico terrore.

Un attimo dopo la gazzella scomparve in una palla di fuoco bianco.

Dai portelloni laterali sbucarono fuori altri uomini vestiti di nero e armati che si posizionarono ai lati del veicolo, coprendosi uno con l’altro ed attaccando il convoglio dei Carabinieri sui due lati.

Un’autentica pioggia di fuoco da armi automatiche piovve sulle altre auto e sul furgone blindato che trasportava Luigi di Cosimo.

Altri due operatori del Ros morirono quasi senza rendersene conto, mentre l’uomo del lanciamissili si riposizionava, ginocchio a terra, con un’altra granata pronta al fuoco. Fu allora che il comandante del reparto ordinò all’autista di ingranare la marcia e di andare addosso all’uomo con il lanciamissili prima che sparasse di nuovo.

Vagli addosso! – disse, urlando. – Leviamoci da questo merdaio prima che ci ammazzino tutti!!

Il carabiniere alla guida diede gas, affondando tutto il piede sull’accelleratore del blindato.

L’uomo con il lanciamissili venne sollevato in aria e scagliato dall’altra parte della strada, disarticolato come una marionetta senza fili, morto. Il proiettile venne però ugualmente sparato, finendo la sua corsa contro la facciata del palazzo alla sinistra del furgone blindato. Tutto il piano terra del fabbricato, occupato da un negozio di ortofrutta, e il balcone del primo piano, vennero giù come fossero stati di carta velina. Chiunque ci fosse stato all’interno dell’abitazione e del negozio venne spazzato via dal crollo che seguì all’impatto dell’esplosivo con il cemento.

I complici dell’uomo travolto dal furgone continuarono a sparare, lasciando sull’asfalto centinaia di bossoli di grosso calibro. Altre due auto del corteo finirono crivellate dai proiettili e così i suoi occupanti.

Geronimo era finito a terra, sballottato dai contraccolpi subiti dal blindato, ed aveva cercato di rialzarsi, facendo leva sulle ginocchia. Lo stivaletto da combattimento del comandante del reparto lo colpì al volto, gettandolo di nuovo a terra.

Resta a terra, feccia! – gli urlò a muso duro, puntandogli la canna del fucile d’assalto Beretta 70/90 sulla faccia. – Quelle carogne potrebbero colpire anche te!!

Luigi sorrise, leccando il labbro spaccato e ingoiando il suo stesso sangue.

Dai gas, dai gas! Dirigiti verso la caserma!! – urlò poi il comandante del Ros all’autista che aveva affrontato l’incrocio a tutta velocità, evitando per un pelo uno scontro con un’auto proveniente da destra.

Angela era rimasta seduta al suo posto per tutta la durata dell’attacco.

Quando il crepitio delle armi automatiche cessò, scese dal furgone e si diresse verso le carcasse ancora fumanti delle tre auto dei Carabinieri. Il tentativo d’assalto al blindato era fallito. Geronimo era ancora nelle mani dei nemici.

A terra, per il commando d’assalto, era rimasto un solo uomo, quello con l’Rpg.

Il reparto del Ros era stato decimato.

Guardò nella direzione del palazzo, dove prima c’era il negozio e il balcone.

Ora c’erano solo macerie, cadaveri carbonizzati e lamenti dei feriti.

La strada era vuota. La gente, quella che era riuscita ad evitare di essere coinvolta nella sparatoria, era scomparsa. Il corso di Casal di Principe era deserto.

Che facciamo adesso? – gli chiese uno dei suoi uomini, in un italiano impastato da inflessioni dell’Europa dell’est.

Hanno un solo posto dove possono rifugiarsi… – disse lei, mentre tornava sui suoi passi. – La caserma. Avverti gli altri via radio.

L’uomo annuì senza rispondere e pigiò il pulsante del laringofono legato al collo, comunicando gli ordini di Angela al resto della squadra.

Piccola digressione distopica

Permettetemi una piccola pausa nel raccontarvi le gesta delle brigate della morte, anche perché l’articolo di Riccardo Orioles (uno dei più tignosi giornalisti d’informazione “vera” che esistono in Italia) è estremamente calzante. Sembra di leggere i prodomi di “United We Stand” e certe capacità sono appannaggio di pochi scrittori, come il profeta Philip K. Dick…

(tratto da http://www.macchianera.net)

Promemoria. In sostanza, dopo la tivvù, l’acqua, i telefoni e un po’ di altre cose, hanno privatizzato la politica. Puoi votare Coca-cola e questo è facile, basta votare per l’uomo più ricco del regno sperando che qualche soldino rotoli fino a te. O puoi votare Pepsi, e qui devi perdere un po’ più di tempo a leggere i giornali. Comunque per uno dei due. Alla fine ha vinto Berlusconi ma ha vinto – a modo suo – pure Veltroni. Abbiamo perso Peppone, Don Camillo, ed io.

La politica è una cosa troppo importante per lasciarla fare alla gente comune, è l’idea di ora. Possiamo applaudire i politici, gridare viva e abbasso, ma far politica noi poveracci è cosa ormai d’altri tempi, come il maestro Manzi o l’idrolitina. Veltroni non solo non si dimette, ma è anzi commosso; Berlusconi non solo non finirà in galera, ma ci manderà giudici e carabinieri. E va bene. Adesso spariamo un po’ sulla croce rossa.

Veltroni. Andare a una lotta per un premio di maggioranza proclamando per prima cosa “corro da solo” significa istantaneamente trasmettere il messaggio “cerchiamo di perdere le elezioni, e in compenso sbarazziamoci di Prodi, di D’Alema, dei cortei, dei sindacati e di tutte quelle noiose faccende che c’impediscono di fare i Grandi Leader senza dar conto a nessuno”. Confusione e basta. Ora non c’è più confusione, c’è Dell’Utri, c’è Calderoli, pazienza, in compenso nel nostro feudo finalmente comanda uno solo. Come in Russia, dove Putin del comunismo s’è tenuto il potere assoluto e la disciplina, e ha buttato alle ortiche tutto il resto. (Una campagna cominciata con un “Vinceremo come i Giants di Chicago” e finita con un “Pronto Duce? Mi congratulo per la sua vittoria! Come fa Al Gore!”).

Bertinotti. Si poteva fare una sinistra decente. Con Vendola, con Zanotelli, comunque non con un segretario di partito. S’è fatta una sinistra di notabili, col capo del partito A, il vicecapo del B, ecc. Tutankamon in rappresentanza di Egitto Alternativo, Hammurabi per la Sinistra Babilonese, ecc. “Mi dimetto” è una risposta da otto settembre.
Il problema non era attacccarsi o meno alla falcemartello (la coperta di Linus). Era se fare una sinistra di giovani, con tutti i particolari antipatici che ciò comporta, o mantenersi attaccati alle piccole poltrone foderate di rosso. Beppe Grillo. Tanto utile prima, quanto coglione poi. “Non si vota! Astensione!” e un minuto dopo “Vota Puro-e-Duro! La lista della rivoluzione!” (questo in Sicilia) è esattamente quel che faceva, temporibus illis, “Servire il Popolo”. E’ andata com’è andata. Di Pietro. Non mi ha nemmeno telefonato per dirmi che non è d’accordo col suo collega di schieramento Salvo Andò, quello che ha messo in programma “basta coi professionisti dell’antimafia” (cioè, filologicamente, con Paolo Borsellino).

Orlando, per prima cosa, ha detto che “perlomeno ci siamo sbarazzati della sinistra”. Anche i migliori peggiorano, con le cattive compagnie. Dalla Chiesa. Non ha preso neppure un voto. Più che altro perché non l’hanno neanche candidato. I voti, a Milano, li doveva portare il figlio di Colaninno. Napoleonico. Finocchiaro. Era la Segolène italiana, era la futura presidente del consiglio donna, era qua, era là. Ora è semplicemente il politico più catastrofico dell’intera storia politica della Sicilia. Che avrebbe straperso si sapeva già, visto che non aveva mai vinto un’elezione. E allora perché l’hanno presentata (non ci voleva un genio per capire che la Borsellino avrebbe preso più voti)? Perché l’ha ordinato Veltroni, alla faccia della democrazia. E noi antimafiosi non siamo stati nemmeno capaci (ognuno per sè e Dio per tutti) di tenerla lontana da un’elezione in cui ci si giocava dieci anni di Sicilia. Bossi. E’ riuscito a far digerire ai lombardi la perdita delle fabbriche, che ora sono in Cina. Bravo. Come Goebbels, quando riuscì a persuadere gli operai di Berlino che la colpa dell’inflazione era degli ebrei. Fini. Fini chi? Prodi. Per ironia della storia, l’unico a far vincere (per due volte) la sinistra è stato un democristiano. E – ironia esagerata – per due volte è stato accoltellato alle spalle da un ex “comunista”. Cipputi. Il popolo di sinistra. Il meglio dell’Italia, quel che una volta ne faceva un paese civile. Ha votato disciplinatamente come gli hanno detto i capi. I capi via via erano Stalin, Togliatti, Berlinguer, Occhetto, D’Alema, Arlecchino. Hanno obbedito a tutti, con eroica disciplina. Forse sarebbe stato meglio obbedire di meno e ragionare di più. Noialtri. Non siamo stati all’altezza. Neppure i socialisti lo erano stati, quando salì Mussolini. Erano convinti che si trattasse ancora di destra e sinistra, che Benito fosse solo un sabaudo più cattivo degli altri. Non era così. Ci vollero proprio i giovani per capirlo (Gobetti, Gramsci e compagnia) e anche stavolta le carte della sinistra sono in mano all’ultima generazione. Ai vecchi il compito, essenzialmente e per chi ce la fa, di non tradire. I partiti che butteranno giù Berlusconi non hanno ancora neanche un nome. Eppure in un certo senso stanno già nascendo, e proprio ora.”

Tiger Tiger!

VI.

Ore 07.23, 12 Aprile 2013.

Un capannone industriale dismesso nella periferia di Casal di Principe.

Aveva conosciuto giorni migliori.

Era stato il primo ad essere costruito, orgoglio di una industria del nord che aveva deciso di aprire una sua succursale nelle campagne attorno alla città.

Avrebbe portato sviluppo, occupazione, indotto e speranza.

C’erano venuti da Napoli e da Roma, i politici, in massa e in pompa magna, con le fasce tricolori al collo e i gonfaloni per salutarne la conclusione dei lavori e l’inaugurazione. E a ringraziare i dirigenti dell’impresa per “aver creduto nelle possibilità di quelle terre e della loro gente”.

Gli stessi politici che, ogni giorno, i Casalesi vedevano abitualmente sottobraccio, in una sorta di colloquio amoroso, con i boss locali, nella loro copertura di imprenditori incensurati.

Poi, quando tutto il bailamme mediatico era finito, erano arrivate le richieste.

E le imposizioni.

Sub-appalti a “certe” ditte e solo a quelle, acquisti di materiale di qualità scadente a prezzi prestabiliti, trasporti del prodotto finito affidati in esclusiva ad una ditta diretta dai prestanome dei boss, assunzioni di personale pilotate.

Ogni tentativo di ribellarsi smorzato dall’accidia dell’amministrazione e dall’impotenza delle forze dell’ordine.

E i responsabili dell’industria del nord ci avevano ripensato.

Avevano deciso che il rischio non valeva l’impresa.

Ed avevano chiuso.

Alla chetichella avevano riportato la produzione nel loro territorio.

Così, da un giorno all’altro, le maestranze, anche quelle non compromesse con il clan, si erano ritrovate a spasso.

Mille persone senza lavoro. Mille famiglie senza un reddito.

E la speranza era morta di nuovo, ammazzata dal dominio assoluto del territorio operato dal clan di Cosimo, in una terra già messa in ginocchio dalla chiusura della maggior parte dei caseifici della zona, a causa dello scandalo delle mozzarelle di bufala alla diossina, scoppiato nella primavera di cinque anni prima, proprio alla vigilia di altre elezioni politiche.

Il capannone era rimasto abbandonato.

L’ennesima cattedrale nel deserto, destinata ad essere dimenticata da Dio e dagli uomini.

Ad attendere il disfacimento operato del tempo e degli elementi.

Un ottimo nascondiglio per chiunque avesse avuto qualcosa da non far trovare.

Per tossici in astinenza ed extracomunitari senza fissa dimora, usati come schiavi stagionali nella raccolta dei pomodori, d’estate.

E per gli uomini del clan.

Non quelli “ufficiali”, no.

Quelli agivano alla luce del sole, stravaccati nei loro Suv neri e nelle loro auto di grossa cilindrata, camicie aperte con collane d’oro a vista, guancette della pistola intonate al colore della cintura griffata.

Tutti li conoscevano. Tutti sapevano chi erano e cosa facevano.

Quelli erano la scena buona per la tv e gli scrittori di libri.

Ed era per questo che Luigi di Cosimo si era costruito, negli anni, una sorta di corpo d’élite, una guardia d’onore di particolarissimi pretoriani.

Fedelissimi che lo avrebbero seguito sino alla morte, pronti a scattare al minimo rischio corso del loro capo.

E che, soprattutto, nessuno conosceva. A parte lui.

Uomini e donne scelti personalmente ed addestrati.

Attori di un film molto particolare.

Dissimulare, fingersi altro mentre si è dei killer spietati.

Una come lei, come Angela.

Veniva dall’ex Jugoslavia, scappata dopo la fine della guerra, dopo che Arkan si era stato ripulito in nome della ragion di Stato.

Lei, un membro delle Tigri, aveva fatto la puttana sino a quando Geronimo non se l’era presa con sé dopo aver scoperto la sua vera attitudine.

L’aveva fatta vivere per anni come madre e moglie esemplare.

Umile ed onesta, soggetta anche alle angherie di un marito scelto dal clan, ma sbagliato.

Sino a quella mattina. La mattina in cui il suo capo era stato preso.

E la “dormiente” in lei si era risvegliata.

Si era dovuta liberare della vecchia pelle.

Liberarsi della zavorra.

Il marito. E le due figlie.

Con lui era stato semplice e rapido.

Con le ragazze un po’ meno, ma il sangue aveva ridipinto le pareti della loro stanza come quello del marito aveva colorato di rosso la parete della cucina in cui si era infilato il coltello che gli aveva bucato la gola da parte a parte.

Ed ora era lì, nel capannone dismesso.

E c’erano anche tutti gli altri.

Tanti. La maggior parte di essi erano slavi, reduci di guerra come lei, o albanesi fuoriusciti. Tutti criminali della peggior specie.

Tutti rigorosamente vestiti di nero. Come il loro capo.

E tutti pesantemente armati.

Armi da guerra. Con proiettili fuorilegge, di quelli che si aprivano a contatto con il bersaglio, frantumando ossa, distruggendo cartilagini.

C’erano persino tre veicoli corazzati e dei furgoni realizzati su richieste specifiche del boss. E due lanciagranate Rpg, pronti all’uso.

Angela sorrise accarezzando la custodia in cordura rigida che conteneva il suo fucile d’assalto, una versione a calcio ripiegato dell’AKM, un Kalashnikov in calibro .7,62 mm, accoppiato ad un lanciagranate in 40 mm.

Infilò quanti più caricatori da trenta colpi e granate poté nelle tasche del gilet tattico che indossava sopra il giubbotto antiproiettile e si assicurò che la grossa calibro .45 sistemata nella fondina al fianco avesse il colpo in canna.

Si diresse verso gli altri.

Gli squilli di un videotelefono la distrassero per un attimo.

Uno dei “moschilli”, uno dei ragazzi usati dal clan per controllare i quartieri della città, attrezzati con motorino e pistola, gli stava mostrando via cellulare il lento avanzare per l’asse mediano della cittadina, il corso Umberto I°, delle gazzelle dei Carabinieri che scortavano il cellulare blindato che portavano Geronimo via da Casal di Principe, come aveva deciso il comandante del R.o.s., per smitizzare la figura del boss davanti ai suoi concittadini.

“Eccolo qua, il vostro capo clan. Lo vedete?

Non è un mito. È un uomo come tutti gli altri.

E come gli altri può essere sconfitto, reso inoffensivo.

Come abbiamo fatto noi.”

Angela non disse niente. Si limitò a salire su uno dei furgoni blindati, accomodandosi al posto del passeggero.

Uno dei lanciagranate venne messo a bordo.

L’operazione stava per avere inizio.

Casalinghe disperate

V.

Ore 06.55, 12 Aprile 2013.

Un appartamento di un caseggiato popolare a Casal di Principe.

Quella mattina era iniziata come tutte le altre.

Suo marito si era alzato, borbottando contro la gastrite che lo affliggeva, e si era recato in bagno per lavarsi.

Lei si era alzata cinque minuti dopo.

Aveva indossata la vestaglia di flanella dozzinale comprata al mercato rionale anni prima e mai sostituita con una nuova, aveva preparato gli abiti da lavoro per il marito e si era recata in cucina per preparagli il primo caffè della giornata e la colazione per le due figlie.

Di lì a poco avrebbe dovuto chiamare anche loro.

Avrebbe dovuto svegliarle perché l’accompagnassero a votare.

Accese la radio portatile posta sulla credenza e si mise ad ascoltarla come sottofondo alle faccende che andava sbrigando.

Il marito arrivò un attimo dopo e, senza tanti preamboli, grugnì una sorta di “grazie” e cominciò a bere il caffè, amaro.

Il giornale radio, dopo aver dato le ultime notizie relative alla guerra tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, e gli ultimi dati sull’affluenza alle urne degli italiani, cambiò la scaletta e diede in esclusiva la notizia che nessun abitante di Casal di Principe si sarebbe mai aspettato di ascoltare quel giorno.

“ … E concludiamo con una notizia arrivata in questo momento: in una operazione congiunta del Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri e della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nelle prime ore di questa mattina, è stata posta fine alla storica latitanza di Luigi di Cosimo, detto Geronimo, uno dei più feroci capi clan della camorra campana…”

Suo marito intinse un pezzo di pane nella ciotola con il latte fresco.

E’ capito… – disse. – Pure quelli come a lui allora non sono invincibili!

Sua moglie non rispose.

Hai sentito quello che ho detto? – insistette lui. – Bella fine che ha fatto.

Furono le sue ultime parole.

Il suono era simile ad un sibilo.

Il coltello da cucina che sua moglie stringeva tra le dita attraversò la distanza che lo divideva dalla giugulare dell’uomo in un solo istante, piantandosi nella gola dell’uomo e inchiodandogli la testa contro il muro alle sue spalle.

La fetta di pane rimase ferma a mezz’aria per un attimo, poi piombò nella ciotola, provocando la fuoriuscita del latte sul tavolo.

Lei lo guardò come lo vedesse per la prima volta.

Come guardasse uno scarafaggio.

Tirò fuori il coltello dalla gola del marito e l’uomo cadde in terra, immobile, come un sacco vuoto.

Schizzi di sangue avevano ridipinto il muro alle sue spalle. La donna ne prese un po’ sulle dita e si colorò le guance, come a dipingersi dei colori di guerra.

Avevano catturato Geronimo.

Sapeva esattamente cosa fare.

Lei e tutti i “dormienti”, lo sapevano.

Tenendo il coltello insanguinato per il manico si diresse verso la camera delle figlie.

Il maresciallo Ambresi

IV.

Ore 08.04, 12 Aprile 2013.

La locale tenenza dell’Arma dei Carabinieri, a Casal di Principe.

Il maresciallo Fernando Ambresi, comandante della locale stazione dei Carabinieri sita in Casal di Principe, era un tipo pacifico.

Aveva pacificamente compreso, sin dal suo arrivo in terra casertana, di trovarsi in un avamposto di frontiera, giacca blu in mezzo ad un territorio di indiani ostili.

Ed altrettanto pacificamente aveva deciso di non fare la guerra a nessuno.

Almeno se voleva restare vivo.

E lui voleva restare vivo, sino alla pensione.

Pensione alla quale non mancava molto, oramai.

Aveva deciso di non fare la guerra a nessuno. Aveva deciso di chiudere gli occhi sull’intenso traffico notturno di camion che passavano per la sua contrada e che trasportavano carichi non meglio identificati, sullo spaccio di droga, sul traffico di clandestini e di braccia, ad opera del caporalato, nei periodi estivi, con la raccolta dei pomodori.

Gli uomini al suo comando, del resto, erano molto pochi: due appuntati semplici, un appuntato scelto, e tre carabinieri, uno dei quali addirittura di leva.

E nessuno di essi con specifica conoscenza né esperienza sul campo di lotta alla criminalità organizzata. Un’auto di servizio, una fiat Punto che aveva visto giorni migliori, una sola mitraglietta Beretta M12, custodita in un armadio blindato del quale solo lui aveva la chiave.

Due armadi cadenti, ricolmi di faldoni per denunce di piccolo o nessun conto, schiamazzi notturni e segnalazioni per infrazioni al foglio di via.

Il massimo che poteva capitare era qualche tossico che scippava, ma doveva essere proprio in crisi profonda. E il maresciallo sapeva che quello non sarebbe mai accaduto: pensavano i Di Cosimo ad assicurargli che i drogati non infrangessero la mutua tregua che si era installata tra loro e i tutori dell’ordine di quel paese.

In cambio di quel tacito patto di non belligeranza, a Natale e Pasqua non mancavano mai i pacchi dono ricolmi di specialità locali.

Grandi corbeille di fiori freschi abbellivano il salotto del suo appartamento ad ogni anniversario di matrimonio e ricorrenza di compleanno ed onomastico della sua signora.

Una vita tranquilla in una tenenza tranquilla.

Almeno sino a quel 12 aprile 2013.

Aveva distaccato i suoi uomini alla sorveglianza dei seggi elettorali, tre in tutto il paese, di supporto al manipolo di soldati che erano arrivati da Napoli.

La tenenza era praticamente vuota, a parte lui e il carabiniere di leva.

Un silenzio e una pace assolute.

Un silenzio e una pace interrotte all’improvviso: un suono terrificante, una esplosione improvvisa e violentissima che aveva ferito le compassate orecchie del maresciallo.

E dopo l’esplosione, spari. E poi un’altra esplosione, ancora più terrificante della prima. Altri spari.

Raffiche di spari. Armi automatiche.

Prima lontane, poi sempre più vicine.

E Sirene.

Sirene spiegate di gazzelle che arrivavano nel cortile, scortando un cellulare nero come il carbone, inchiodando e facendo stridere i freni delle auto

Dalle auto scesero di corsa uomini pesantemente armati e con i volti coperti da cappucci neri come la pece.

Il carabiniere di leva sgranò gli occhi.

Non capitava tutti i giorni di sentire sparare in mezzo alla strada e di vedere poi un gruppo di uomini del Ros piombare all’improvviso nella tenenza.

Uomini del Ros che scortavano un prigioniero.

E “che” prigioniero.

Luigi di Cosimo. Geronimo.

Il capo clan, ridotto in catene, sembrava un uomo come tutti gli altri.

Il maresciallo sbiancò in voltò. Geronimo sorrise ironicamente al suo indirizzo mentre gli passava accanto, stretto in mezzo a due operatori che lo tenevano per le braccia, legate dietro la schiena con delle manette di plastica dura.

Chi comanda qui? – urlò l’ufficiale in comando del Ros.

Io… – rispose timidamente. – Io. Sono il maresciallo Ambresi.

Venga con me, maresciallo. Abbiamo un problema da risolvere!

Prego. Da… da questa parte. – disse lui.

Lo prese sottobraccio e lo trascinò di peso verso il suo ufficio.

Ambresi non faceva che pensare a Geronimo.

E tremare.

O rre

III.

Ore 06.33, 12 Aprile 2013.

Le campagne attorno a Casal di Principe, in provincia di Caserta.

La caverna scavata nella montagna era il suo rifugio ultimo.

Quello dal quale non ci sarebbe stato ritorno.

E lui lo sapeva.

Lo sapeva sin dal primo giorno, quello in cui suo padre lo aveva strappato alla tranquilla visione di un film western alla televisione, per metterlo di fronte alle sue nuove responsabilità.

Responsabilità da uomo per un ragazzino di otto anni a cui piacevano i film con cowboy e indiani.

A lui, a Luigi, piacevano gli indiani.

Gli piacevano Geronimo e i suoi guerrieri della nazione Apache Chiricaua.

Ma lui era Luigi di Cosimo, il figlio di Carlo di Cosimo.

Il figlio del capo dei capi del cartello camorristico della provincia di Caserta, quella che dominava su tutti i traffici illeciti della zona dell’Agro Aversano. Ed anche oltre.

Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Stidda: tutte le organizzazioni criminali italiane e persino quelle estere, come la nuova Mafija Russa e quella albanese, pagavano rispetto in percentuali mensili variabili al Rais casertano. Se volevano fare affari in quella zona della Campania, l’unico referente affidabile era Carlo Di Cosimo. E nessun altro.

Chi sgarrava pagava con la vita.

Come il gruppo dei “Francesi”, un manipolo di fuoriusciti legati ai boss Marsigliesi, che volevano prendere le redini del clan, nel momento in cui il boss era riparato in Spagna per sfuggire alla cattura da parte delle forze dell’ordine.

Avevano sfidato apertamente Luigi e Salvatore, l’altro figlio di Carlo, il minore. Volevano prendersi tutto il business, traffico degli stupefacenti in primis. Milioni e milioni di euro al mese.

E per questo avevano iniziato a sparare. E ad uccidere.

Su Napoli e provincia si era scatenata una delle più sanguinarie guerre di camorra dai tempi di Don Raffaele. Un’autentica mattanza.

Morti ammazzati, sparati, bruciati e torturati da una parte come dall’altra, come Vincenzina Genzano, una ventenne la cui unica colpa era stata quella di essersi messa con uno dei fuoriusciti per un brevissimo periodo.

I “guaglioni” del clan, guidati da Salvatore in persona, l’avevano prelevata una sera, all’uscita dal lavoro, in una delle tante fabbriche clandestine di pellame che si nascondevano nella periferia della città.

L’avevano seguita per un pezzo di strada, bloccata e portata in un luogo isolato, sperduto nelle campagne disabitate.

L’avevano torturata.

A lungo.

Vincenza aveva gridato, pianto, supplicato.

Lei non ne sapeva più nulla da mesi di quel disgraziato.

Ma non le era servito.

Salvatore l’aveva tramortita con il calcio della sua pistola. L’aveva legata al sedile della sua stessa auto e cosparsa di benzina. Litri e litri di carburante cosparsi senza risparmio su quel corpo inerte e sull’auto della ragazza.

Indifferente alle rimostranze dei suoi stessi killer, mossi a pietà dalla disperata resistenza di Vincenzina, con le mani ancora sporche del sangue della ragazza, aveva acceso un cerino e glielo aveva gettato addosso.

Era rimasto lì, a godersi lo spettacolo, sino a quando le fiamme si erano spente e del corpo di Vincenza non era rimasto che un tronco carbonizzato.

Luigi non se l’era sentita di punire il fratello secondo quelle che era una delle ferree regole non scritte del clan, mai far male a una donna.

Salvatore apparteneva alla nuova generazione, quella cresciuta a pane e film di mafia e camorra, come “Il Padrino”. Si sentiva affine a personaggi come il Tony Montana di “Scarface”, visti dal loro lato peggiore. Non aveva voluto studiare e si era preso la licenza media inferiore solo per le mazzate che il padre gli aveva rifilato quando gli aveva detto in faccia che la scuola non gli piaceva. Era un istintivo, animalesco residuato di un’altra epoca.

Luigi no. Nulla di tutto questo.

Militarmente spietato e determinato quanto e forse più del fratello minore, aveva però affinato il suo talento imprenditoriale studiando all’estero, arrivando a riconoscere prima che il mercato lo dimostrasse, i maggiori canali d’investimento nelle piazze dell’est, i territori dove comprare terre edificabili, gli appalti maggiormente succulenti dove entrare.

Il cemento e la monnezza, il traffico dei rifiuti tossici che dalle grandi industrie del nord venivano sversati nella campagne desolate del casertano, li avevano resi immensamente ricchi. E potenti.

Luigi seguiva alla lettera le feroci regole del clan, imparate da suo padre, ma conservava una sorta di codice d’onore, datogli forse dall’aver capito che un omicidio può essere d’esempio, ma non sempre è conveniente dal punto di vista del business.

Avrebbe dovuto uccidere suo fratello, ma erano tempi difficili.

C’era una guerra in corso, ed occorrevano tutti gli uomini validi.

Salvatore lo era e, nonostante tutto, serviva.

Ed era rimasto vivo, anche se per poco.

L’avevano fatto fuori qualche mese dopo, in un bar della loro zona d’influenza. Qualcuno disse che nel commando killer c’era anche l’ex di Vincenzina, venuto a lavare l’onta subita.

Una leggenda metropolitana da mormorare a mezza bocca di quartiere in quartiere.

Nuova mitologia criminale.

Così Luigi si ritrovò da solo a reggere le sorti del clan e il suo stesso destino.

La guerra aveva innalzato il livello di attenzione di Polizia e Carabinieri, con la gente comune che chiedeva misure efficaci e rapide per stroncare il massacro, e gli affari, tutti gli affari, ne avevano risentito.

Occorreva porre fine alla faida al più presto possibile e ricominciare a lavorare sottotraccia, come sempre. Lo esigevano gli affari da concludere.

Lo pretendevano i “soci” esteri che non gradivano la sovraesposizione mass mediatica dei referenti campani.

Organizzò i suoi uomini in piccoli gruppi sempre in movimento, in grado di non dare punti di riferimento ai nemici. Adottò le tattiche della guerriglia Apache: colpivano e poi sparivano sino a che si calmavano le acque, per poi ricomparire e colpire di nuovo, quando gli altri avevano la guardia abbassata. Cominciò a farsi chiamare Geronimo persino dai suoi uomini.

Si fece crescere i capelli, legati con un codino e prese a vestirsi solo di nero, maglione da esistenzialista, jeans firmati e spolverino di pelle.

Divenne leggenda persino tra i nemici.

La tattica funzionò.

I “Francesi” ne uscirono decimati e quelli sopravvissuti alla mattanza ripararono a Marsiglia, per riorganizzarsi in attesa di tempi migliori.

La guerra era finita.

In un bagno di sangue, ma finita.

E Geronimo era rimasto sempre più solo.

Suo padre l’avevano beccato in Spagna, grazie al mandato di cattura europeo. L’aveva fottuto la sua mania per i cavalli di razza.

La polizia spagnola l’aveva preso in un maneggio dell’Almeria, mentre si accingeva ad acquistare un paio di purosangue per la sua scuderia.

Era stato estradato in Italia, processato per direttissima e condannato a una decina di ergastoli. Era pendente il giudizio in Cassazione.

Luigi, oramai soprannominato Geronimo da tutti, amici e nemici, era l’unico della famiglia rimasto al comando del clan, che aveva riorganizzato a sua immagine come una vera e propria tribù indiana.

Era stato allora che aveva conosciuto Cristina Lenardini, l’avvocatessa bella e famosa, con casa in collina e il vizietto della polverina bianca.

Lei era diventata il suo legale.

Lui il suo pusher personale.

Erano anche finiti a letto, un paio di volte. Niente di serio, ma era servito a fortificare il rapporto fiduciario.

Un rapporto che faceva si che Geronimo fosse il cliente numero uno di Cristina, davanti al quale tutto perdeva importanza e passava in secondo piano.

Quando lui voleva, lei doveva correre. E senza esitazioni.

Come quella mattina.

La mattina in cui i Carabinieri del Ros, il raggruppamento speciale operativo, l’aveva beccato nel suo ultimo rifugio, nel cuore della montagna.

La mattina del secondo giorno di votazioni per il nuovo governo del paese.

Quello in cui si sarebbe saputo se gli italiani avrebbero cambiato pagina o meno alla Storia, come affermava in tutti i suoi discorsi televisivi quella donna, la prima candidata premier dell’Italia Repubblicana.

Geronimo ricordava sorridendo quanti e quali politici di tutti gli schieramenti si erano presentati con le loro auto blu e le loro scorte al portone di ferro della sua villa, nel centro di Casal di Principe.

Quella villa fortificata difesa da un sofisticatissimo sistema di video sorveglianza esterno e interno, disegnata da un architetto locale su precise indicazioni di Salvatore, che la voleva identica a quella vista in un film hollywoodiano, quella che sopra l’enorme salone di rappresentanza aveva una cupola trasparente per far crescere sotto i raggi del sole un albero autentico, messo a troneggiare sulla fontana ai piedi dello scalone che portava al piano superiore.

La villa di famiglia che sembrava un fortino come quelli dei film western.

Venivano per chiedergli appoggi e soldi per la loro campagna elettorale.

La più importante dal secondo dopoguerra, dicevano.

E promettevano.

Leggi e leggine per far abolire definitivamente il 41bis, il regime di carcere duro per i boss, il programma al quale era stato sottoposto suo padre sin dal primo giorno di carcere in Italia, dopo la cattura. Ricchi appalti alle aziende legate al clan, smaltimento dei rifiuti compreso.

Promettevano intascando mazzette ed assicurazioni di pacchetti di voti sicuri per loro e per il partito.

Geronimo sapeva che dopo le elezioni non li avrebbe più rivisti e che in televisione si sarebbero scagliati violentemente contro chi voleva legiferare modifiche al codice penale e sulla necessità di trasparenza sull’assegnazione degli appalti per le “grandi opere” indispensabili per lo sviluppo del paese.

Ma a quel punto si sarebbe presentato lui ad esigere il conto.

E sarebbe stato un conto salato. Da pagare in ogni modo. Anche con il sangue.

Come facevano gli indiani con i bianchi che tradivano i trattati di pace.

Pensava a tutto questo mentre guardava il notiziario alla televisione, uno snello esemplare di plasma da cinquanta pollici, appeso contro la parete di quello che era il “salotto” dell’appartamento ricavato nel ventre di roccia della montagna, il suo personalissimo “wickiup”, nel quale si era rifugiato da un po’, da quando cioè l’azione combinata delle forze dell’ordine era riuscita a mettere alle corde il clan.

Da quando la guerra termonucleare tra l’America e la Cina aveva provocato il più grande massacro dai tempi di Hiroshima e Nagasaki: l’annientamento della città e dell’intera popolazione di Anchorage, in Alaska, due mesi prima, Geronimo aveva di nuovo fatta propria la tattica di guerriglia dei Chiricaua.

Colpisci e sparisci, poi colpisci di nuovo quando l’avversario abbassa la guardia. Era tornato in clandestinità come ai tempi della guerra con i “Francesi”.

Ma i nemici in divisa avevano imparato il giochetto e lo avevano anticipato.

Intercettati per mesi gli affiliati, pedinati e spiati i collaboratori e i complici sul territorio, mentre gli portavano notizie e ricevevano gli ordini del capo.

Quella mattina, la seconda mattina di votazioni, il Comando Provinciale dell’Arma dei Carabinieri aveva deciso il blitz.

Trenta uomini del Ros in assetto di guerra avevano circondato la montagna. E all’alba di quel giorno, Geronimo si era ritrovato le giacche blu nel suo territorio, nella sua tenda.

Gli puntavano le armi sulla faccia, pronti a sparare al primo, minimo segno di reazione da parte sua.

Ma Geronimo non fece nulla.

Capì che era arrivato anche per lui il momento di dire basta e di trasferirsi in Florida.

Anche se la “sua” Florida avrebbe avuto i rigidi confini della cella di un carcere di massima sicurezza.

Qualcuno ha da accendere? – disse, agitando una sigaretta sotto il naso dei Carabinieri armati sino ai denti che aveva di fronte.

Nessuno rispose.