Il tempo è dileguato: intro e incipit

Eccoci dunque a parlare della genesi del mio libro.

Autunno del 2005.

Acquisto il notebook con il quale lavoro ancora oggi e che mi ha accompagnato per tutto il tempo della prima, seconda, terza, e (sino ad ora) quarta ed ultima revisione del manoscritto.

Avvio Word 2003, mi metto davanti al foglio bianco e vuoto che il video di 15” mi rimanda.

Ed aspetto…

Sin dall’inizio avevo in mente due cose: che dovesse essere un romanzo. Narrativa pura, non importava quale tipo di argomenti avrei trattato (anche se il giallo, il “nero”, erano tra le prime scelte). E che non dovesse contenere nessun richiamo a quello che, a livello puramente dilettantesco e per puro intrattenimento personale, avevo realizzato sino a quel momento.

Chiaro che scegliere di dare al personaggio principale del romanzo il nome del “mio” character inventato ventitre anni prima, non depone molto a favore di quanto appena detto…

Almeno per quel che riguarda la capacità inventiva e di originalità.

Diciamo che però è stata una scelta quasi “obbligata”, non dovendomi scervellare per cercarne un altro nel quale si accoppiassero bene nome e cognome. Poi, mi son detto, lungo la strada potrò sempre cambiarlo. Magari lo uso come nome di “lavorazione” e lo cambio in seguito…

Solo che la storia mi ha preso la mano.

Ho “sentito” che il personaggio doveva avere un nome che per me significasse qualcosa. Perché in quella storia mi riconoscevo.

Ed Emanuele è rimasto.

Come è rimasta, dopo essere tornata quale interesse sentimentale del protagonista, Susi Imparato.

Di più: la loro storia, rivista e corretta, aggiornata e ampliata, è diventata l’ossatura generale della vicenda, che ruota tutta intorno ad una serie di ossessioni.

Quella di Emanuele per Susi. E viceversa. Un amore che non si spegnerà mai, nel corso dei trent’anni che partono dal 1977.

Quella di un uomo per una donna che non ha mai potuto avere e che si trasformerà in assassino, uccidendo tutti gli uomini che gliela portano via nel corso dei trent’anni che scorrono nelle 400 e passa pagine dell’ultima versione.

Quella di una donna poco più che maggiorenne marchiata da una morte improvvisa e inaspettata, che crederà per questo di non poter mai essere felice, senza sapere di essere vittima di una orrenda macchinazione.

Quella di una madre che perde un figlio di diciannove anni e che, nei ventitre anni successivi, cercherà di capire il perché, non credendo alla morte improvvisa per aneurisma che le viene venduta dai medici. Sarà lei a muovere Emanuele alla ricerca della verità, riaprendo un vaso di Pandora chiuso in una notte di Ottobre del 1983.

Quella di una donna che si innamorerà, non corrisposta, del protagonista e che, per vendetta, ne provocherà la rovina. O quasi.

Quella di un’altra donna, una terrorista rossa ergastolana, che non riesce a liberarsi dal senso di colpa di non aver potuto impedire l’omicidio di un ragazzo suo amico, in una notte di Ottobre del 1983.

Quello di un uomo, un marito, che considera sua moglie e i suoi figli alla stregua di sue proprietà, di cui può disporre a sua volontà, e a cui verrà presentato il conto per le sue nefandezze.

L’idea generale era anche di raccontare, oltre alla storia che mi interessava, anche il nostro paese, il mondo, e le loro trasformazioni nel corso degli ultimi venti e passa anni, a partire appunto dal 1982, l’anno in cui mi diplomai e cominciai a frequentare l’università. Per conseguenza, ho attualizzato i personaggi, dandogli press’a poco la mia età (l’Emanuele del libro è nato nel 1964, come il suo creatore, si ritroverà ad essere sempre il più giovane nelle classi scolastiche che frequenterà) e gli occhi di chi scriveva.

La prima parte del libro è giocata, appunto, in questa maniera.

Dopo un attacco poco ovvio, in cui vediamo scritta sulla prima pagina quello che pensa e sente Emanuele incontrando Susi nei corridoi del liceo, una mattina in cui Antonio, il ragazzo di lei e migliore amico di lui, è partito per Parigi, lasciandoli soli con la loro paura di dirsi la verità, e cioè che si amano da sempre, ci rendiamo poi conto in realtà che il protagonista sta ricordando quella situazione e che il non detto lo ha portato su di una strada diversa da quella che avrebbe potuto essere la sua vita se avesse avuto il coraggio di parlare alla ragazza.

Vediamolo, l’incipit.

La vedo arrivare con il suo solito sorriso radioso sul volto.

E non sembra che cammini. È come sollevata da terra, volteggia nell’aria tanto è leggera, come una farfalla dai mille colori, mentre si avvicina.

Le chiedo se lui è partito. Mi dice di si con un ombra di disappunto (che serve solo a renderla ancora più bella), non è riuscita a convincerlo a non andare a Parigi.

Basterebbe che allungassi una mano, una sola, per accarezzarla, consolarla, farle tornare il sorriso, dirle di non pensarci, perché ci sono io con lei.

Ma resto lì fermo, immobile, a sentirla parlare di lui, a guardare come le brillano gli occhi quando parla di Antonio.

Che ci sei andato a fare laggiù e l’hai lasciata qui da sola, con me, che non riesco nemmeno a pensare se le sto troppo vicino…

Amo tutto di lei. I lunghissimi capelli neri, gli occhi verdi nei quali fa male perdersi, il sorriso che ti cambia per sempre e ti sconvolge l’esistenza, come ha fatto con me sin da quando l’ho incontrata la prima volta, al corso di scacchi.

Non riesco a dirglielo. Non riesco a fiatare se la guardo.

E se anche le parlo, le dico delle stupidaggini, mentre vorrei gridarle con tutto me stesso che l’amo.

Mi sento un perfetto imbecille davanti a lei, perché mi vede solo come un amico.

Vuole che ci vediamo nell’intervallo delle lezioni; le dico come un automa che per me va bene, ci vedremo dopo.

E la vedo correre via come mi è apparsa, scendere le scale e dirigersi verso la sua classe al piano di sotto, con il mio cuore nelle sue mani che stringono, stringono…

Saranno ore di tortura nell’attesa di una misera ricompensa.

Pochi minuti, pochi secondi, per chi vorrebbe starle vicino per l’eternità.

Perché non te l’ho mai detto, Susi?

Ev’ry time I see you all the rays of the sun

are streaming through the waves in your hair,

and ev’ry star in the sky is taking aim at your eyes

like a spotlight.

The beating of my heart is a drum

And it’s lost and it’s looking for a rhythm like you.

Immediatamente dopo abbiamo un antefatto che con un salto temporale ci porta al 1983, descrivendo a grandi linee gli avvenimenti di quell’anno, e ci ritroviamo in una notte di ottobre.

Una notte bagnata dalla pioggia. Una notte da tregenda.

“La” notte.

Quella che farà deragliare più di una vita.

La notte che vedrà la morte di uno dei compagni di liceo dei due protagonisti, Paolo Mazzei.

Quello fu l’anno in cui nacque “ufficialmente” la rete.

In realtà, Internet esisteva sin dalla fine degli anni cinquanta in ambito strettamente militare, come retaggio della Guerra Fredda che l’aveva generata. Ma per averne lo sviluppo commerciale bisognò attendere l’inizio della diffusione domestica dei personal computer che, da pachidermici armadi a parete, si trasformarono in utili elettrodomestici sempre più piccoli per i bisogni dei consumatori.

Così Arpanet trasformò i suoi protocolli e divenne quella che oggi si conosce nel linguaggio corrente come “la rete delle reti”, e per questo il primo giorno dell’anno 1983 rimarrà una data storica.

Un’autentica pietra miliare.

Un altro gigantesco passo per l’umanità dopo quello fatto sulla superficie lunare.

Ancor più del primo personal computer commercializzato dalla Apple e della creazione del primo foglio di calcolo.

Ancor più del ritiro dall’attività agonistica del tennista svedese Bjorn Borg.

Ancor più dell’annuncio della prima foto di laboratorio del virus dell’HIV.

Ancor più dell’avvio del programma americano di difesa spaziale, il cosiddetto programma di “Guerre Stellari” del presidente Ronald Reagan.

Il mondo era sull’orlo di una nuova crisi tra le super potenze, stavolta con l’incubo delle testate nucleari alloggiate nei silos sotterranei e che da un momento all’altro avrebbero potuto essere lanciate, scatenando il loro potenziale di morte su tutto il pianeta.

Molte cose, le storie più semplici, quelle di tutti i giorni, passavano in secondo piano, se non venivano ignorate del tutto, in special modo dai nascenti media privati nazionali.

Una storia semplice, non come l’arresto in diretta televisiva del presentatore Enzo Tortora, accusato da alcuni sedicenti pentiti di camorra di essere uno di loro, un trafficante di droga.

Non come la scomparsa nel nulla di Emanuela Orlandi, figlia sedicenne di un dipendente dello Stato Vaticano, e che sarebbe stata legata nel corso del tempo al tentato omicidio di Giovanni Paolo II ad opera del sedicente terrorista turco Alì Agca, membro a suo dire dell’organizzazione conosciuta come “Lupi Grigi”.

Non come l’inizio della strategia della tensione in Libano contro l’esercito americano e che avrebbe portato a due sanguinose stragi.

Non come la nascita, in Italia, del secondo governo a guida non democristiana, dopo la breve e sfortunata esperienza di Giovanni Spadolini, fortemente voluto dal presidente Sandro Pertini, il compagno “Nicola Durano”, e guidato dal segretario del partito socialista, Bettino Craxi.

Non come l’invasione dell’isola di Grenada da parte delle truppe americane per impedire la creazione di un altro stato marxista nel cuore dell’America centrale.

Non come l’arresto, avvenuto in Brasile, dei boss mafiosi Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti, e che, con le rivelazioni del primo a Giovanni Falcone, avrebbe dato inizio alla grande purga di Cosa Nostra, culminata nel maxi processo di Palermo, tre anni dopo.

Non come, infine, l’interruzione della legge marziale in Argentina che diede vita al ristabilimento della democrazia, dopo anni di dittatura sanguinaria.

Non una storia da prima pagina. E nemmeno da seconda. O terza.

Una storia buona per riempire le pagine di una edizione estiva, quando i redattori dei giornali raschiano il fondo del barile pur di riempire le edizioni dei quotidiani.

Questa è una storia che inizia prima che vi fossero i telefoni cellulari, prima che la televisione, grazie al satellite, portasse il mondo in tutte le case.

Prima che arrivassero i lettori mp3 e di quando la musica si ascoltava solo attraverso le radio libere e i dischi in vinile.

Una storia semplice.

Una storia che inizia in una notte piovosa e fredda di metà ottobre, a Napoli.

In quei giorni finirà per deragliare anche la vita di Susi, la quale si separerà da Antonio, e non ricevendo notizie da Emanuele (a quell’epoca sotto le armi come carabiniere ausiliario) finirà per accettare la corte di un altro ragazzo, Sandro Ossola, che diventerà poi suo marito e il padre dei suoi figli.

Emanuele, come si è appena detto, in quel momento è già lontano.

Anche la sua vita è deragliata, ma in una maniera diversa.

Alla fine del liceo, subito dopo l’estate “mundial”, si è arruolato come carabiniere di leva, rinunciando all’iscrizione all’università.

Ha deciso di andarsene per non dover soffrire. O forse solo per vigliaccheria.

Non saprà della morte del suo compagno di liceo che quattro anni dopo, rivedendo Susi in una maniera del tutto inaspettata, a Torino. Lui è già sottotenente, appena uscito dall’Accademia Ufficiali di Modena. Lei, iscritta a giurisprudenza, frequenta collettivi studenteschi per il diritto ad una istruzione migliore.

Sarà questa scelta di vita da parte di Emanuele che ci porterà a vedere la storia dell’Italia dei ventitre anni che passano dal settembre 1982 all’ottobre 2005 (anno in cui ritornerà a Napoli) attraverso i suoi occhi, come fosse un diario scritto da un viaggiatore alieno ossessionato da una sola colpa: non aver detto alla donna che ama quello che provava per lei.

Emanuele sarà in Sicilia nel periodo della “primavera” palermitana, con l’affermazione nella politica del movimento della Rete di Leoluca Orlando, Claudio Fava e Nando dalla Chiesa. Vedrà e vivrà il maxiprocesso alla mafia corleonese, le confessioni di don Masino Buscetta, la stagione del Pool e l’estate del “Corvo”, le stragi e i massacri che cosa nostra orchestrerà per liberarsi dei nemici che minacciavano di distruggerla: Falcone, Borsellino, Livatino, Montana, Cassarà, Basile, Chinnici, La Torre…

Dopo la strage di via D’Amelio, Emanuele se ne andrà. Chiederà di essere trasferito.

Andrà al nord, a Sondrio, per evitare di soffrire ancora e per non pensare.

Al sangue e alla disperazione, certo.

Ma anche per non pensare a Susi, sempre nella sua mente, anche dopo l’incontro fortuito in quel di Torino, in cui per l’ennesima volta non è riuscito a dirle ciò che prova per lei.

Prima di andarsene tuttavia, avrà il tempo di rivedere un’altra dei suoi ex compagni di liceo, la succitata Lara Santalmassi, oramai brigatista rossa ricercata per tre omicidi, assicurandola alla giustizia. Nel corso di un breve colloquio notturno, Emanuele intuirà qualcosa in più nelle parole criptiche e sarcastiche della donna, come un “qualcosa” che lei vorrebbe dirgli ma non può.

Il “non detto” è un altro dei cardini portanti dell’intero romanzo.

Emanuele ancora non sa che quello che Lara non riesce a dirgli è riferito alla morte di Paolo Mazzei. Occorreranno anni e una drammatica confessione in carcere perché Lara si decida a dare un nome e un volto ai propri demoni, nati in quella drammatica notte dell’ottobre 1983.

Ci saranno molte cose che verranno chiarite tra i personaggi solo nel finalissimo, dopo che il colpevole sarà stato punito.

E solo allora tutti potranno andare avanti, in una nuova stagione delle loro vite.

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