Il tempo è dileguato: la nascita di Emanuele Mannino

Si può dire che tutto cominciò nel 1975.

All’apparire, in allegato ai fotoromanzi in bianco e nero della editrice Lancio di Roma, di un albo a fumetti, chiamato senza nemmeno troppo sforzo fantasioso, Lanciostory.

Sino a quel momento il sottoscritto si era limitato a leggere Tex Willer, Topolino e, come massimo della trasgressione, i settimanali della Universo, Intrepido e Il Monello (chi se li ricorda Iber, Billy Bis, Lone Wolf e I due dell’Apocalisse?)

Lanciostory, e due anni più tardi il suo “gemello” editoriale, Skorpio, a differenza dei due “modelli”, avrebbero scelto di perseguire una linea diversa: niente personaggi e autori italiani, ma la presentazione massiccia della scuola fumettistica sudamericana e di quella argentina in particolare.

Una scelta che nel corso degli anni si sarebbe rivelata vincente.

Difatti, mentre le testate “madri” languivano per poi spegnersi a poco a poco, riservando sempre meno spazio alla letteratura per immagini in favore di foto ed articoli di varia umanità, segnatamente quella di natura sportiva, Lanciostory e Skorpio ne prendevano gradatamente il posto, in virtù della presenza sulle loro pagine dei migliori autori e personaggi della cosiddetta “historieta”, una realtà editoriale fiorente, immediatamente precedente o comunque coeva al golpe militare che avrebbe gettato l’Argentina nell’incubo della dittatura militare e nell’inferno dei Garage Olimpio e dei Desaparecidos.

Nomi come Hector G. Oesterheld, Francisco Solano Lopéz, Alberto ed Enrique Breccia, Alberto Salinas, Arturo Del Castillo, Angel Alberto Fernandez, Ray Collins (pseudonimo di Eugenio Zapietro), Domingo Mandrafina, Ernesto Garçia Seijas, Juan Zanotto, Carlos Trillo, Ricardo Barreiro e tantissimi altri, tra i quali Robin Wood, creatore di Dago, che ad elencarli tutti ci vorrebbe un libro apposito, divennero improvvisamente delle superstar amatissime dal pubblico dei due settimanali, che ogni lunedì e giovedì rispettivamente affollava le edicole per comprare i nuovi numeri delle riviste.

Il successo che arrise all’editrice fu enorme, probabilmente anche superiore alle aspettative più rosee, al punto che la figura illuminata di Stelio Rizzo, oggi si direbbe “mitico” direttore di Lanciostory, assunse a ruolo di interlocutore privilegiato dei lettori, da molti di essi addirittura considerato vero amico e confidente, instaurando con loro un rapporto che travalicò ben presto quello semplice di domanda e risposta nella sua altrettanto “mitica” rubrica della posta, una lettura obbligata per chiunque si avvicinasse ai settimanali per la prima volta.

La svolta che da più parti si aspettava, cioè quella che i fumetti, da letteratura di serie B, divenissero finalmente una cosa “altra”, avvenne proprio in quegli anni (non a caso Ken Parker, altro esempio di fumetto “rivoluzionario” nel quadro nazional-popolare di Casa Bonelli, viene alla luce proprio nel 1977…) e grazie anche a questi due settimanali “proletari” e “popolari” (i lettori non erano forse i mariti e i figli delle donne che acquistavano i fotoromanzi?).

Un’idea semplice quanto geniale, esempio di fortunata operazione di marketing editoriale ante-litteram.

Personaggi come Yor, Hor, Larry Mannino, Il Cobra, Mandy Riley, Savarese, Cayenna, Calico Jack, Barbara, Skorpio (un giustiziere della notte in stile Charles Bronson senza armi, sdoppiato in un prete cattolico e un fuorilegge di colore!), L’uomo di Richmond, Watami, hanno accompagnato ben più di un pomeriggio o di una serata quelli della mia generazione, in ritardo per il 1968 e un po’ in anticipo per il 1977, che ascoltavano le prime radio libere e vedevano finire il monopolio del monoscopio Rai grazie all’arrembaggio delle televisioni private.

Chi non ne ha mai letto una storia pubblicata su Lanciostory o Skorpio, o ne ha sentito parlare dai fratelli maggiori e/o dai padri?

Io potrei dire tranquillamente di potervi fare da guida in questo mondo…

Potrei.

Ma non lo farò.

O meglio, dopo questo doveroso preambolo, mi limiterò a parlarvi di uno solo di essi e dei suoi creatori: Larry Mannino, protagonista della serie conosciuta prima come “Distretto 56” e poi come “Larry Mannino: Distretto 56”…

Pochi sanno o ricordano che questo personaggio ha molto in comune con un altro grande protagonista del fumetto mondiale, il detective sfigato e sconfitto dalla vita che risponde al nome di Alack Sinner, con il quale condivide il disegnatore titolare, José Munoz, e l’antesignano di entrambi, il poliziotto chiamato Zero Gàlvan, con giusta ragione considerato il “padre putativo” di entrambi.

Sia come sia, il protagonista di “Precinto 56” (titolo originale della serie, che è del 1963!) venne rimodellato nelle fattezze a partire dal 1975, assumendo sembianze molto simili al già citato Bronson, da Angel “Lito” Alberto Fernandez, disegnatore molto influenzato dal segno dei cartoonist Milton Caniff e Frank Robbins, subentrato a Munoz, dopo che questi aveva abbandonato il personaggio, e con l’americanizzazione del nome, di vaga ascendenza italiana, magari per legarlo ai tanti commissari ed ispettori che allora impazzavano nei cinema del Belpaese in quelli che anni dopo verranno definiti “poliziotteschi” ed elevati a film cult.

A sottolineare il sussistere dei due characters nello stesso fittizio universo di carta, molti anni dopo, in una sequenza di un episodio di “Distretto 56”, farà la sua comparsa lo stesso Sinner, raffigurato dallo scrittore della serie Ray Collins come un barbone che chiede l’elemosina a Larry Mannino. Un piccolo cameo, una sorta di ideale passaggio di consegne tra i due contro-eroi, ma anche di supremo (e stupido, a mio personalissimo giudizio) oltraggio al personaggio creato da Carlos Sampayo.

Dunque… Larry Mannino. Chi è (o meglio, era) costui?

Tenente della divisione investigativa del distretto 56 di New York, posto in un quartiere non meglio identificato della Grande Mela, ma prossimo alla zona degradata di Harlem e degli Slums, Mannino è la personificazione dell’antieroe puro. Schivo, ombroso, taciturno, poco amante delle regole, sempre in lotta con tutto e tutti, non è amato dai superiori, che non ne apprezzano i metodi spicci ed irruenti (inizialmente è un simil Clint Eastwood-Harry Callahan dalla pistola e dal cazzotto facile), mentre fa strage di cuori nelle signore e signorine, sempre giovani, ricche e molto disponibili che gli capita di incontrare.

Soprattutto in una, la giovane e biondissima Tippy, ereditiera ricchissima che ripudierà gli agi familiari, diventando giornalista d’assalto e personalissimo grillo parlante del protagonista, anche se l’amore tra i due non si concretizzerà mai, anche per una sorta di pudore mai dichiarato del protagonista, che vorrebbe proteggerla dalle sozzure del mondo che è continuamente costretto ad affrontare con il suo lavoro.

Mannino incontrerà molte altre donne nel corso della sua vita fumettistica e con qualcuna ci rimetterà anche le penne, rimanendo scottato e sempre più scontroso ed ombroso, anche se finirà per tornare sempre dall’eterna attendista Tippy, oramai rassegnatasi all’idea di non poterlo avere per sé.

Contemporaneamente le trame di Zapietro/Collins finiranno per registrare un progressivo ripiegarsi su se stesse, legandosi sempre più a stereotipi consolidati per i personaggi (tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra), con il protagonista viaggiante su di una china pericolosamente nichilista e suicida, con la detection pura praticamente inesistente a favore di trame pregne di psicologia spicciola, condita di un moralismo d’accatto, con Mannino trasformato in Calimero pulcino piccolo e nero, e tutto il mondo esterno pullulante di cattivi e cattive pronti a fare (e a fargli) volutamente e gratuitamente del male.

La domanda sempre maggiore, i notevoli guadagni, spinsero poi la produzione artistica della scuola argentina ad aumentare di volume ma a diminuire di qualità, con gli scrittori impegnati su più fronti, tralasciando le serie “classiche”, e limitandosi all’ordinaria amministrazione, perdendo quello spleen originale degli inizi, mentre i disegnatori parvero morsi dalla fregola del “far presto”, tirando via i disegni e limitandosi a riempire pagine e pagine di “talking heads”, ovverosia di testoni dei personaggi sempre più grandi che invadevano ogni millimetro delle vignette, a scapito degli sfondi (all’inizio curatissimi) facendo in modo di risparmiare tempo e di realizzare tavole e tavole ogni giorno.

Neanche Larry Mannino sfuggì a quella regola che sembrava aver pervaso la produzione argentina; l’esempio di Domingo Mandrafina, creatore grafico di “Savarese” è emblematico, tanto che al sottoscritto venne il dubbio che ad un certo punto fosse stato sostituito da un imitatore. Ancora non sapevo che esistevano i giovani di studio (come Claudio Villa, grandissimo illustratore allievo di Franco Bignotti) e che questi potevano sostituirsi ai disegnatori titolari che si limitavano poi a controllare i disegni e a rivederli.

Anche Angelito Fernandez cominciò a tirar via i disegni. Ray Collins ci mise del suo, portando avanti la serie in maniera sempre più svogliata, e Larry Mannino scivolò inesorabilmente verso l’oblio…

In realtà, cosa ne sia stato della serie, esattamente, io non lo so.

All’epoca (fine anni 80-inizio anni 90) avevo smesso di leggere Lanciostory e Skorpio da un bel pezzo, rivolgendo la mia totale attenzione al mercato dei comic books che avevano preso a vivere una nuova stagione fertile ed innovativa, anche grazie ad autori inglesi come Alan Moore, Warren Ellis, Neil Gaiman, Brian Bolland e a cartoonist completi come Frank “300” Miller.

Non so quindi come sia andata a finire.

Se Larry sia riuscito a sposare Tippy, se l’abbiano fatto fuori in un vicolo buio di Harlem o di Little Italy, sparandogli alle spalle mentre cercava di acchiappare un borseggiatore o uno spacciatore di cocaina, mentre lei si faceva consolare da un broker di Wall Street che aveva fatto i soldi nei primi anni ottanta…

Non lo so.

Ma non è il destino di Larry Mannino che ci interessa, adesso.

Piuttosto quello che lui ha significato nella mia vita di scrittore per diletto.

Era il 1982.

Uscivo dal liceo a poco meno di diciotto anni e mi accingevo a frequentare l’università a Napoli, facoltà di architettura, in via Monteoliveto, a metà strada tra la questura centrale in via Medina e il decumano che spaccava in due la città, con Piazza del Gesù, la chiesa di S. Domenico Maggiore e la basilica di S. Chiara con il suo chiostro, ad un tiro di schioppo.

Cominciai a pensare di scrivere storie simili a quelle del poliziotto più sfigato della terra. Inevitabilmente pensai che il mio character dovesse chiamarsi alla stessa maniera per una sorta di omaggio deferente.

Quindi Mannino di cognome.

Ma il nome?

Scelsi quello che mi venne in mente immediatamente, alla prima occasione.

Emanuele.

Emanuele Mannino.

Un poliziotto giovane, press’ a poco della mia stessa età o poco più grande.

Origini siciliane anche per lui.

L’aspetto fisico sarebbe stato però diametralmente opposto.

Scelsi come pietra di paragone il personaggio che per me rappresentava allora il non plus ultra: Ken Parker, nato nelle intenzioni dei loro creatori (Giancarlo Berardi ed Ivo Milazzo, che anni dopo avrei conosciuto di persona) raffigurato come il Robert Redford di “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” di Sidney Pollack.

Biondo, occhi chiari (verdi come i miei), vaghe ascendenze inglesi. Ragazzone alto e forte come una quercia.

Emanuele Mannino era nato.


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2 commenti

  1. Ciao, mi sono imbattuto per caso nel tuo sito….non sapevo che esistessero addiritura due fumetti con il mio cognome. Mi chiedevo come mai il primo si chiamasse in tal maniera. Ciao

  2. Ciao. Anche per me Larry Mannino era il personaggio più interessante della Lancio. Penso che l’ispirazione, più che da Clint eastwood, sia stato Burt Reynolds. Penso anche che “Emanuele” é il nome sbagliato, troppo lungo, troppo comune.
    Saluti da Berlino


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