Il tempo è dileguato: Lara Santalmassi

Nella notte di ottobre del 1983, la notte che cambia il destino di un gruppo di vite, avviene la morte di Paolo Mazzei, un ragazzo di diciannove anni, con tutta la vita davanti.

Una vita che però qualcuno ha deciso di distruggere.

E questo qualcuno è, come al solito, un insospettabile, uno dei suoi migliori amici, uno dei suoi compagni di liceo.

Ho deciso di liquidare subito la faccenda del colpevole, premettendo al lettore di capire immediatamente CHI e PERCHE’, venendo meno ad uno dei capisaldi del giallo cosiddetto “classico”, la ricerca del colpevole (Whodunit, acronimo inglese che indica il “who done it?” ovvero “Chi ha fatto questo?”, proprio perché non avevo nessuna intenzione di scrivere un giallo, almeno nella sua accezione classica, appunto. Diciamo che molto mi aveva influenzato la visione del film “Quo vadis baby?” di Gabriele Salvatores, dal romanzo omonimo di Grazia Veresani, e di come l’autrice faceva svolgere alla protagonista, una detective spaesata e confusa, il compito della ricerca del “colpevole” della morte della sorella. Volevo dunque non il solito poliziotto (in questo carabiniere) reduce sconfitto da milioni di battaglie, privo di illusioni e sogni, magari ex alcolista e marito degenere, ma un character che paresse un alieno piombato in una storia non sua e che per qualche motivo (la vigliaccheria di non aver fatto svoltare la sua vita in maniera diversa, confessando il suo amore alla donna amata), pensasse di poter rimettere indietro le lancette dell’orologio del tempo dando pace a chi non ne aveva avuta. Anche al di là di quello che potevano pensarne i suoi stessi ex compagni di liceo, che la perdita di Paolo l’avevano subita davvero, in prima persona, trovandosene la vita sconvolta.

Esemplare a questo proposito, è il colloquio che Emanuele ha, ad un certo punto del romanzo, con Lara Santalmassi, sua compagna di classe, che aveva fatto una precisa scelta di campo contro la società, divenendo terrorista e vivendo tutti gli anni ottanta in fuga e clandestinità. Compirà ben tre omicidi, e alla fine della sua corsa troverà proprio Emanuele che l’arresterà nel corso di un inseguimento notturno nell’entroterra palermitano.

La donna, condannata all’ergastolo, viene rinchiusa nel super carcere di Ascoli Piceno.

Emanuele vi si reca con il magistrato inquirente, Livia Giampaoli, per interrogare Lara e trovare un indizio o una prova per riuscire ad incastrare l’autore del primo omicidio (quello di Paolo, appunto) attraverso la sua testimonianza. Ma sulle prime, la donna pare proprio non volerne sapere…

L’avvocato difensore di Lara era abituato a clienti di un certo rango.

Si vedeva dai modi, dall’abito di taglio sartoriale, dall’impazienza.

Ci tengo a precisare, dottoressa – disse, rivolgendosi alla Giampaoli – che la mia assistita risponderà alle vostre domande su questa inchiesta senza secondi fini. Non aveva e non ha intenzione di richiedere benefici di legge o di essere dichiarata collaborante.

Questo fa onore alla sua cliente, avvocato. C’è da ammirarne la coerenza. E niente altro, sia chiaro.

Naturalmente. Ah, eccola. – disse, vedendo che la porta di comunicazione con il carcere si apriva.

Lara Santalmassi non era invecchiata male.

Magra lo era sempre stata, solo i colori erano sbagliati. I capelli troppo corti erano passati dal cenere ad un biondo più chiaro e la brutta tintura lasciava intravedere delle larghe ciocche bianche.

Si sedette al tavolo senza parlare. Mi cercò con gli occhi e mi vide subito, nonostante mi fossi piazzato apposta all’estremità opposta dello stanzone.

Il suo avvocato iniziò a parlarle.

Lara, questo è la dottoressa Giampaoli, pubblico ministero della Procura di Napoli, che conduce quell’inchiesta che le dicevo. Avrebbe bisogno di rivolgerle alcune domande.

Silenzio. Occhi di Lara fissi su di me.

Per iniziare, signora Santalmassi, vorrei che lei…

S’interruppe. Lara aveva alzato la mano destra a palmo aperta, sempre fissandomi.

Voglio che sia lui a farmi le domande. – disse, indicandomi.

I due mi guardarono. Mi avvicinai al tavolo.

Non è una procedura regolare, signora Santalmassi. Io non posso permettere… – cercò di parlare la Giampaoli, ma Lara insistette.

Mi deve interrogare lui, altrimenti non se fa nulla.

Silenzio. Fui io a romperlo.

D’accordo. Ma ti farò le domande di concerto con la dottoressa Giampaoli. La titolare dell’inchiesta è lei.

A me sta bene così. – disse allargando le braccia.

Mi sedetti di fronte a lei.

Stai bene, capitano. – mi disse. – Il tempo è stato clemente con te.

Anche con te, debbo dire.

Scherzi? Sembro la strega di Biancaneve… – si schernì, toccandosi i capelli e distogliendo lo sguardo dal mio.

Vogliamo tornare al dovere? – intervenne la Giampaoli.

Certo, dottoressa. Mi scusi. – dissi.

Lara, stiamo conducendo un’inchiesta su alcuni omicidi avvenuti a Napoli negli ultimi giorni…

Questo lo so. Radio carcere è meglio delle notizie Ansa. Vai avanti. Io cosa c’entro?

Sospettiamo o meglio, crediamo che l’assassino sia… sia uno di noi, Lara. Uno della nostra classe, uno dei ragazzi.

Ti sei bevuto il cervello, Emanuele?

No. La cosa è seria. Abbiamo persino dei dubbi sulla morte di Paolo.

Paolo? E cosa… cosa c’entra lui in tutto questo?

Crediamo che sia stato lui la prima vittima dell’assassino, Lara.

Si! Decisamente ti sei bevuto il cervello, Emanuele. Le botte di Genova ti hanno fatto male.

Tu sai di Genova?

Ti ho detto che radio carcere è meglio dell’Ansa. Che effetto fa sprangare la gente inerme? Sai che non ti figuravo fascio?

Non sono un fascio, Lara. E tornando a noi, la dottoressa Giampaoli ha ordinato l’esumazione della salma di Paolo per un esame necroscopico allo scopo di…

Lasciate stare i morti sottoterra. E’ meglio per tutti!

Silenzio di tomba. La guardai fisso negli occhi chiari, acquosi, come quelli di chi non aveva dormito bene.

Allora non mi sbagliavo. Tu sai davvero qualcosa.

Io non so un cazzo di niente! E il colloquio finisce qui.

Tu lo sai, vero? – la incalzai. – Tu sai chi è stato. Sai che è stato lui!

Si alzò di scatto. Fece per tornare sui suoi passi. La trattenni per un braccio.

Lara, per favore, dimmelo! – urlai.

Dottoressa! – intervenne il leguleio vestito a festa. – Protesto. Questo comportamento è oltraggioso.

Capitano Mannino, la lasci andare! – mi urlò la Giampaoli.

Dottoressa, io sto cercando di appurare la verità!

No, capitano. Lei sta brutalizzando un teste, questo è quello che vedo!

Non l’ascoltai neppure. Mi rivolsi di nuovo a Lara che continuava a divincolarsi.

Lara…

I nostri sguardi si incrociarono. All’improvviso eravamo di nuovo nella nostra vecchia classe, era di nuovo quel pomeriggio in cui lei decise di mostrarmi una parte di sé. Ora però non mi sarei più voltato dall’altra parte.

Non si sistemano così le cose, lo capisci? – cominciò a dire Lara.

Il passato è morto, sepolto. Tentare di capire com’è morto Paolo non lo riporterà in vita, Emanuele. Non te ne sei mai curato in vita tua e vorresti cominciare a farlo ora? E perché? Dov’eri tu quando lui moriva? Ti sei nascosto dentro quella divisa per tutta la vita, poi ritorni a casa e sconvolgi l’esistenza delle persone che lo hanno conosciuto e amato, me compresa, giocando a fare John Wayne…

Sento che debbo farlo, Lara. – le risposi. – Da quando è iniziata questa storia… sento come fosse lui stesso a chiedermelo. A chiedermi di dargli finalmente pace.

Mi guardò dritto negli occhi.

Stavolta non volterai lo sguardo, vero? – disse, come se mi avesse letto nel pensiero.

No, Lara. – risposi. – Stavolta non lo farò. Ti prego, dimmi quello che

sai…

Si sedette di nuovo.

Qualcuno può procurare dell’acqua e delle sigarette? Non sarà una cosa breve… – disse poi.

Lara riuscirà a confessare tutto quello che sa, alleggerendo la sua coscienza dal fardello che si porta dietro da più di vent’anni (e solo di quello; non si pentirà mai della scelta di campo – sbagliata e allucinante – fatta a diciannove anni).

Alla fine, i due compagni di classe si ritroveranno uno dinnanzi all’altro.

Mi avvicinai a Lara che stava accendendo l’ultima sigaretta.

Grazie. – le dissi.

Non farlo, capitano. Mi sento sporca, vigliacca.

Per averci dato la possibilità d’incastrarlo? Non è un tradimento questo, Lara.

Non lo sarà per te. Io mi sento un verme.

Ascoltami, se posso fare qualcosa per te, dimmelo. Di qualunque cosa avessi bisogno…

Non ho bisogno di nulla, grazie. E da te, poi!

La vostra guerra è finita, te l’hanno detto? Lo Stato ha vinto.

Di quale stato parli? Di quello che metteva le bombe per alimentare la strategia della tensione? Di quello che ammazzava gli anarchici e andava a letto con i mafiosi? Di quello che ieri sparava sui manifestanti inermi negli scioperi e che oggi pesta a sangue i disobbedienti? È questo lo “Stato” che tu rappresenti, che difendi per mille euro al mese?

Io parlo di quello Stato fatto da uomini che si sacrificano sino alle estreme conseguenze pur di impedire che mafiosi, terroristi, faccendieri, truffatori, papponi, trafficanti, prendano il sopravvento. Parlo di quegli uomini in divisa e non che ogni giorno lottano senza chiedere nulla in cambio contro i mulini a vento pur di sognare un mondo migliore, qualcosa di più degno in cui valga la pena vivere e morire. È questo lo Stato che io… che questa divisa, rappresenta. Che ha servito, serve e sempre servirà finché avrò vita, Lara.

Lara mi guardò con un sorriso di commiserazione.

Sei rimasto il ragazzino sprovveduto di allora, Emanuele. Non sei cambiato nemmeno un po’. Morirai solo e disperato.

Se e quando questo accadrà l’avrò deciso io. E non avrò rimpianti per aver vissuto a modo mio. In questo, e soltanto in questo, io e te siamo uguali, Lara.

Mi guardò di nuovo. Sorrise stavolta e non per compiacenza.

Perché non siamo diventati mai amici noi due? – disse.

Perché mi hai mostrato le tette. Mica possiamo definirci amici noi due…

Poi successe una cosa imprevedibile. Mi venne vicino e allargò le braccia.

Mi abbracciò prima che potessi rendermene conto.

Si strinse forte a me ed iniziò a piangere.

Ricambiai l’abbraccio davanti agli sguardi stupiti della dottoressa Giampaoli e dell’avvocato.

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