Il tempo è dileguato: Emanuele, Susi e gli altri due

Emanuele conosce Susi un pomeriggio del 1977, allorquando si reca a scuola, di pomeriggio, per partecipare ad un corso di scacchi (allora si organizzavano iniziative come i cineforum e dei corsi alternativi alle materie scolastiche “classiche” anche come occasioni d’incontro tra i ragazzi, mercé i decreti delegati, il metodo democratico che aveva aperto l’istituzione scolastica agli alunni e alle loro famiglie). Quando la vede, di fronte a lui, dall’altra parte della scacchiera, rimane come un ebete, riuscendo a stento a pronunciare il suo nome e a presentarsi.

Sarà una costante, negli anni, da parte sua, quella di non riuscire a dirle quello che prova.

Nemmeno quando se la ritroverà davanti, nel 1986, a Torino, in una situazione paradossale (lui sottotenente dei Carabinieri impegnato in una operazione di ordine pubblico ad una manifestazione studentesca, lei dall’altra parte) troverà il coraggio di parlarle, di chiederle il perché lei e Antonio, il suo migliore amico, si sono lasciati tre anni prima. Preferirà credere alle spiegazioni che il ragazzo gli aveva dato la sera prima della sua partenza per Palermo, la sua destinazione dopo la rafferma nell’Arma. Per vigliaccheria, certo. Ma anche perché è REALMENTE convinto che Susi non lo ami, che non si sia mai accorta dei suoi sentimenti per lei.

Invece…

Invece Susi non avrebbe chiesto di meglio che lui le gettasse le braccia al collo e la prendesse con sé, portandola via dalla strada miserevole che stava prendendo la sua vita, con la malattia del padre, le difficoltà nello studio e il rapporto con Sandro, già trasformatosi in dramma con una aborto al quale la ragazza si era sottoposta per non lasciare gli studi e trasformarsi nella brava donnina di casa, mamma e moglie, che sua madre premeva che diventasse.

Vediamola meglio questa miserevole esistenza, fatta di uomini sbagliati e madri virago.

Napoli, inizio autunno 1983. Via dell’Epomeo.

Susi Imparato e Antonio Passigli.

Le infilò le mani sotto la camicetta e raggiunse il reggipetto, cominciando a titillarle i capezzoli. Susi s’irrigidì e si spostò a fatica, cercando un po’ di spazio nel letto dov’erano distesi, per allontanarsi dal suo abbraccio insistente.

Erano rimasti soli in casa, fatta eccezione per la nonna di lui, volontariamente reclusa a guardare la televisione nella cucina, dove i rumori giungevano ovattati e spesso sovrastati da quelli provenienti dall’esterno. Lui chiudeva la porta quando la portava nella sua camera, e quando non c’era nessuno, come in quella occasione, la faceva stendere sul letto, si stendeva al suo fianco e cominciava ad accarezzarla. Prima tranquillamente, con fare indifferente. Poi le carezze aumentavano d’intensità e cominciavano i toccamenti, via via sempre più profondi. Ed ogni volta provocava la stessa reazione: Susi diventava fredda, s’immobilizzava. Alcune volte lo lasciava fare, sperando che la fregola gli si spegnesse al più presto possibile. Altre volte non riusciva proprio a sopportarlo. Si alzava e cercava qualunque scusa per andarsene, in fretta. Inevitabilmente, in quest’ultimo caso, il loro incontro terminava con un litigio.

Ed ogni volta era un litigio sempre più violento. Stavano per raggiungere il punto di rottura, lei lo sapeva.

A lui invece pareva non interessare. Era troppo impegnato a cercare di soddisfare le sue voglie.

Cos’hai, si può sapere? – le chiese, mentre Susi guardava in strada dalla porta finestra che affacciava sulla via.

Lei si massaggiò le braccia con le mani come a sfuggire un brivido.

Niente, niente… – mentì lei. – È che oggi ho troppi pensieri.

È per tuo padre? – chiese lui, alzandosi dal letto e avvicinandosi.

Si… forse. – rispose lei.

Suo padre aveva dei problemi di salute e il medico gli aveva consigliato di fare delle visite specialistiche urgenti.

Ascolta… – disse lui, posandole le mani sulle spalle. – Non gli succederà niente. Farà quelle analisi, il medico gli darà una cura e amen.

Fai presto a parlare tu. – disse lei, staccandosi dal suo abbraccio.

Ma perché devi fasciarti la testa prima di rompertela? Tuo padre è un pezzo d’uomo, sta bene…

L’afferrò per un braccio e l’attirò a sé.

Per cui, non stare a preoccuparti più di tanto, dai… – le disse, mordicchiandole i lobi delle orecchie. – Torniamo sul letto, su.

Lei si divincolò dalla stretta a fatica. Urlò.

Ti ho detto di piantarla! – disse. – Ci vuole tanto a capirlo?

Antonio rimase a guardarla per un attimo, sorpreso.

Che cazzo hai oggi? Eh, mi dici che hai? – prese ad urlare anche lui.

Non voglio farlo. Ti è più chiaro adesso?

Certo! Non vuoi MAI farlo, ultimamente… Cos’è, ti faccio schifo? Me lo dici che ti è preso?

Non voglio… non così.

E come allora, eh? Come? Vuoi i violini, lo champagne, l’atmosfera romantica o cos’altro? Stiamo insieme, ci vogliamo bene, è normale che…

Tu muoia dalla voglia di scoparmi.

Si, certo. E cosa c’è di male? È nella normalità delle cose.

Non per me. Non così. Mi fai sentire… sporca.

Oh, allora mi scusi, Santa Maria Goretti la santarellina. Vuoi che provi a chiedere a Massimiliano come-si-chiamava come dovrei farlo? O magari mi faccio consigliare da Sandro, quell’impiastro che ti ronza intorno e per il quale stravede quell’isterica di tua madre?

Stronzo… Sei solo un povero stronzo patetico.

E tu una puttanella con la puzza sotto il naso.

Una puttanella che non ci sta più al tuo gioco. È finita stavolta. Vaffanculo!

Ma vaffanculo tu! E se proprio ci tieni a saperlo, sono io che ti mollo. Ne posso avere quante ne voglio di quelle come te e che si fanno molti meno problemi.

Va’ da loro allora, e lasciami in pace.

Già fatto, principessa sul pisello. Già fatto! Con te non si può andare avanti che a seghe.

Susi si trasfigurò. Le aveva appena confessato di averla tradita. E più di una volta. Lui la guardò, studiandone la reazione, poi affondò il coltello sino al manico.

Credevi davvero che mi bastasse qualche strusciamento o una toccatina ogni tanto, con te che mi guardavi schifata? Spiacente, ho dovuto provvedere altrimenti… Te la ricordi Clelia, quella che stava con Roberto? Lei è stata la prima. Una grande scopata! E poi c’è stata Serena, un’amica di mia sorella. E poi…

Non riuscì a dire altro. Susi gli andò addosso con le mani aperte a tenaglia. Come una furia, gli affondò le unghie nel collo, mentre lui si divincolava, cercando di evitare che lo prendesse sulla faccia. La strattonò e la gettò in terra. Lei si coprì il volto con le stesse mani con cui lo aveva graffiato ed iniziò a piangere.

Piangi, piangi… – continuò ad infierire lui. – Tanto non mi commuovi più. Mi fai solo pena. Capisci? Pena!

Si mise contro la porta. Nessun rumore. Sua nonna non aveva sentito nulla.

L’aprì, rimanendo sulla soglia, e la guardò di nuovo.

Adesso scendo… – disse, sprezzante. – Vado a respirare un po’ d’aria fresca. Non farti trovare quando torno.

Si richiuse la porta alle spalle, lasciandola lì per terra. Lei faticò non poco a rialzarsi e a ricomporsi. Si asciugò le lacrime e guardò di nuovo fuori dalla porta finestra della camera.

Nel vetro si materializzò l’immagine di un ragazzo dai capelli ricci e dagli occhi chiari. Susi ricordò come l’aveva guardata la prima volta che l’aveva incontrato, al corso di scacchi del primo anno di liceo. Di come si fosse sentita persa in quegli occhi verdi come i suoi. E innamorata.

Dove sei finito? Perché non sei qui con me? Perché?

Un gran bel gentiluomo, non c’è che dire.

Ma c’è di peggio.

Sandro. Sandro Ossola.

L’uomo che diverrà suo marito, dopo averla corteggiata per anni ed averla avuta subito dopo lo scioglimento del legame con Antonio.

La madre di Susi, Lucia Imparato, premerà perché la figlia si faccia passare i sogni di gloria universitari, lasciando gli studi e preparandosi per diventare una brava moglie e una madre a tempo pieno come lo è stata lei per tutta la vita. E per questo favorirà il legame con Sandro, filtrando finanche le telefonate che arrivano alla figlia, comprese quelle di Emanuele (e lei lo verrà a sapere solo oltre vent’anni dopo). La ragazza, grazie anche al padre, riuscirà a rintuzzare gli attacchi della madre, ma non ad evitare una quasi catastrofe: Sandro la metterà incinta, a poco più di ventidue anni.

Ma la consapevolezza di volere altro le farà compiere una dolorosissima scelta, che se da un lato le impedirà di restare vittima delle trame di Sandro e di sua madre, le alienerà per sempre la complicità dell’amatissimo padre, già malato, che non riuscirà a capire il perché del masochismo della figlia, incapace di scegliere l’amore al posto del calvario che sta vivendo.

Napoli, settembre 1985, Via Pigna. L’appartamento della famiglia Imparato. Susi e i suoi genitori.

Era tornata a casa con la gola secca.

Le sembrava di avere attraversato a piedi un deserto africano sotto una cappa di sole e umidità opprimente.

Invece.

Invece veniva da un ambiente accogliente anche se asettico. Un posto dove erano stati tutti gentili e comprensivi con lei.

Lo erano sempre, con quelle nella sua stessa situazione.

Quella di chi sceglie di interrompere volontariamente una gravidanza indesiderata.

Aborto, una parola che la terrorizzava anche solo a pronunciarla.

Aborto. Si era “liberata”.

Il figlio suo e di Sandro Ossola, il ragazzo con cui stava adesso, non sarebbe mai nato.

Si sentiva svuotata, debole, in colpa.

Si sentiva sollevata, libera, senza pentimento alcuno.

Non sapeva nemmeno lei come si sentiva, in realtà.

A pranzo non riuscì a mangiare nulla. Il volto gentile e sorridente della ginecologa che l’aveva aiutata a liberarsi di quello che le cresceva dentro, le apparve nelle posate, nei bicchieri, persino seduta al suo fianco. Sul camice bianco immacolato spiccava una chiazza di colore rosso rubino.

Sangue. Il sangue del feto che le era stato strappato dal ventre.

Figlio. Figlia. Non l’aveva nemmeno chiesto.

Non l’aveva degnato nemmeno di uno sguardo, quel fagotto informe. Non lo considerava nemmeno un essere umano, a quel punto della gravidanza…

Allora perché stava così male?

Perché si sorprese a pensare a lui che avrebbe voluto le tenesse per mano in quel momento? Avrebbe voluto che il suo primo figlio, che tutti i suoi figli, fossero stati di quel ragazzo dalle tante lentiggini e dagli occhi verdi.

Se lui le fosse stato accanto non avrebbe abortito. Avrebbero trascorso le settimane e i mesi della gravidanza in allegria, giocando sulle possibili somiglianze e sui nomi da dare al bambino o alla bambina…

Invece lui non c’era.

Non sapeva nemmeno dove fosse finito in quel momento. Aveva sperato che, sapendo la notizia che lei e Antonio si erano lasciati, almeno le telefonasse.

Ora era pronta, avrebbe ceduto al suo amore. E sarebbero vissuti felici e contenti, come nelle favole.

Ma la vita non è una favola. E al posto di Emanuele si era fatto avanti Sandro Ossola. Sandro che già frequentava la sua casa ai tempi in cui lei stava con Antonio e si era tenuto discretamente da parte.

Lui non l’aveva cercata. Era scomparso, semplicemente.

Così Sandro l’aveva presa per stanchezza ed anche grazie alla madre di lei che aveva “premurosamente” perorato la causa di quel nuovo ragazzo per il quale stravedeva.

E si erano messi insieme. E un po’ per ripicca verso di lui e verso Antonio, che l’aveva accusata d’essere frigida, aveva cominciato ad avere regolari rapporti sessuali completi. Sandro che non voleva usare i preservativi, aveva delle remore religiose in merito, diceva. Lei si era fatta prescrivere la pillola anticoncezionale.

Ma per un breve periodo, complice anche i problemi di salute di suo padre, che ne avevano causato il precoce pensionamento lavorativo, aveva dimenticato di assumerla a dovere.

E così era successo: un banale ritardo nel ciclo, l’apprensione nel fare il test.

Incinta.

Non di lui, non di Emanuele. Di Sandro.

Non aveva ancora ventidue anni. Studiava giurisprudenza con grandi sacrifici, non c’erano molti soldi in casa. Padre operaio prepensionato per motivi di salute, madre casalinga, quattro bocche da sfamare.

Non poteva, non voleva avere quel bambino.

A casa non disse nulla. Né a suo padre, suo confidente privilegiato, né alla sorella minore, o ai fratelli maggiori, già impegnati a lavorare per campare la famiglia. Non ne parlò nemmeno con sua madre. Figurarsi. Sapeva che in quella maniera, il primo a venirlo a sapere sarebbe stato Sandro.

L’avrebbero costretta a mollare gli studi per scaldare pappe e cambiare pannolini. E lei non voleva lasciare l’università: doveva laurearsi prima che suo padre…

Ne parlò con una sua compagna di corso. Lei l’accompagnò al consultorio. Ne parlò con la psicologa e disse che non voleva il bambino.

Fissarono giorno e ora.

L’intervento durò meno del previsto e la sua amica la riaccompagnò a casa, dopo che Susi ebbe rigettato l’anima sul pavimento dell’ambulatorio medico.

Vomito e lacrime.

Non mangiare fu la prova decisiva. Suo padre la conosceva troppo bene. Sapeva che la figlia prediletta aveva qualcosa che non andava.

La raggiunse nella cameretta che Susi condivideva con Rosaria, la piccola di casa.

Allora… – cominciò lui. – Vuoi dirmi che succede, piccola?

Piccola. La chiamava sempre così quando le voleva parlare dei suoi problemi.

Niente, papà… – minimizzò lei senza guardarlo. – Non ho fame. Tutto qui.

Tutto qui? Torni a casa e non mangi nulla. Vieni a rifugiarti qui a guardare fisso in strada come fai quando hai delle preoccupazioni e dici di non avere fame… Andiamo, che c’è? Hai litigato con Sandro?

Suo padre lo odiava, Sandro. E ne era cordialmente ricambiato.

Susi lo guardò e le lacrime ripresero a scorrerle dagli occhi. Si gettò tra le sue braccia.

Su, su… – disse il padre, stringendola a sé. – Vieni qua, dai.

Si accomodarono sul lettino di lei, uno vicino all’altra.

E Susi cominciò a parlare.

Parlò. E vide il padre inorridire. Divenne terreo, sembrava un cencio. Il tremito alla mano destra aumentò.

Si alzò di scatto. Per un attimo Susi temette si girasse e la colpisse con uno schiaffo. Si tenne stretta la mano che gli tremava, invece. Poi si girò verso la figlia.

Il bambino… – disse con la voce rotta. – Il bambino era di questo ragazzo, Emanuele?

No… – disse lei, abbassando la testa. – Di Sandro.

E… e tu lo ami?

No, papà. Io non amo Sandro. Gli voglio bene, certo, ma non potrò mai amarlo come amo Emanuele. Lui è tutta la mia vita, capisci?

Dio Santo, ma allora perché non glielo hai mai detto? Perché non l’hai cercato dopo che avevi lasciato Antonio? Perché non lo vai a trovare?

Non so nemmeno dove sia. Sono tre anni che non si fa sentire…

Si sarà stancato di soffrire, vedendoti stare con altri.

Si, forse avrà smesso di soffrire.

Roberto Imparato si sedette al fianco della figlia. L’abbracciò.

Ascolta… – le disse. – Anche se non lo sopporto, Sandro ha il diritto di sapere come stanno le cose. Deve sapere che eri incinta e…

No! – urlò lei. – Ti prego, non farlo. Non voglio che lui lo sappia e…

E certo! Molto facile e molto comodo. Prima ti diverti e poi gli procuri un tale dolore, a quel poveretto.

La madre di Susi, Lucia, irruppe non invitata nella stanza e nella conversazione. Fece per avvicinarsi alla figlia come una furia. Sul volto, un’espressione feroce. Il marito la trattenne a stento con il braccio valido.

Che cazzo ce lo metti in mezzo a ‘sta storia, eh? – urlò anche lui.

Questa è una cosa che riguarda noi e nessun altro!

Riguarda anche quel povero ragazzo che è tuo genero, o non lo capisci?

Roberto Imparato squadrò sua moglie, stringendo la presa della mano attorno al polso di lei.

Non è ancora mio genero… – le disse. – E questa cosa la dobbiamo risolvere tra noi. Susi è nostra figlia. Il nostro primo dovere è nei suoi confronti. Ti è chiaro questo?

La donna sbuffò, stizzita, ma acconsentì. Abbassò la testa e arretrò di un passo. Roberto Imparato si riavviò i capelli con la mano valida, mentre l’altra tremava sempre più.

Sandro ha il diritto di sapere, è vero. – disse poi. – Ma non gli diremo tutta la verità. E tu, Lucia, farai bene a stare zitta… Gli diremo che Susi è rimasta incinta, ma a causa di un problema, ha subito un aborto spontaneo. Questa sarà la “nostra” verità. Mi sono spiegato bene?

La madre e la figlia annuirono insieme. Susi riprese a singhiozzare, tenendosi la testa tra le mani. Lucia uscì dalla stanza senza dire una parola e senza degnare d’uno sguardo la figlia in lacrime. Roberto Imparato si avvicinò alla figlia e le carezzò i capelli.

Povera figlia mia… – le disse. – Povera figlia mia sfortunata e stupida. Sarei stato il padre più orgoglioso del mondo, se solo me lo avessi detto. Ma chi te lo ha fatto fare di soffrire così?

Ed uscì dalla stanza senza voltarsi ed attendere risposta.

Susi lo guardò andare via in silenzio, mentre continuava a piangere.

Povero papà mio… – disse poi a mezza voce. – Perdonami per tutto questo, perdonami…

Un gran brutto anticipo di vita per la protagonista della nostra storia.

Ma il peggio, al quale non c’è mai fine, doveva ancora venire negli anni successivi.

L’inferno sarebbe stata poca cosa al confronto.

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