Il tempo è dileguato: Policeman Blues

Trovato il nome e deciso che doveva avere il personaggio, cominciai a pensare al titolo della serie di racconti.

Scartato per ovvie ragioni qualsiasi riferimento al modello originale, anche perché in Italia i distretti di polizia non esistevano all’epoca (e nemmeno adesso, checché se ne dica e mostri in televisione…) ma esistevano i commissariati, scartai anche l’idea che fosse un graduato, maresciallo in primis, ispettore o commissario, e gli diedi il grado di agente semplice.

Fortuna volle che in quel periodo andasse in tv uno dei migliori telefilm americani di genere poliziesco di tutti i tempi: Hill Street giorno e notte.

Daniel J. Travanti, Michael Conrad, Veronica Hamel

In un periodo privo di “Carabinieri”, “La (vecchia e nuova) Squadra”, “Distretto di Polizia”, “CSI” e varie diramazioni cittadine, “NYPD Blue” o “Squadra Emergenza” (di queste ultime due Hill Street è sicuramente la matrice madre, visto che Steven Bochco è il creatore di tutte e tre e che alcuni degli attori di Hill Street, invecchiati tutti molto bene, compaiono spesso nella seconda, come genitori e/o fratelli maggiori dei protagonisti, quasi a suggellare un ideale passaggio di consegne tra i due show), questo telefilm nato sotto una cattiva stella e prossimo alla cancellazione se non fosse stato per la entusiastica critica giornalistica americana, aveva la notevole caratteristica di offrire grande recitazione di matrice teatrale e stilemi narrativi assolutamente innovativi per l’epoca. Non più la solita coppia di sbirri alla “Starsky & Hutch”, uno brillante ed intuitivo e l’altro caciarone e simpatico, o il giustiziere solitario alla “Uno sceriffo a New York”, ma un racconto corale, collettivo, retto da un strettissima continuity, nel quale riconoscere e riconoscersi.

Le storie del distretto diretto dal capitano Frank Furillo e degli uomini che vi lavoravano, ebbero un impatto enorme sulla mia sensibilità e sul tipo di trame che avrei voluto sviluppare per il mio personaggio.

All’inizio, comunque, Emanuele era più simile al personaggio tratteggiato da Clint Eastwood nel film di Don Siegel “L’uomo dalla cravatta di cuoio” (prequel a sua volta proprio de “Uno sceriffo a New York”), un siciliano inurbato tra la fine dei Settanta e l’inizio degli “Anni da bere”, privo dei riferimenti e degli affetti familiari, che vive da solo in un monolocale sui Navigli, in una Milano fredda e ostile, industriale e inumana.

Come unico amico un brigadiere dai modi paterni, comprensivo e dalle parole giuste al momento giusto. Lui e sua moglie divennero i simulacri dei genitori del personaggio per tutta la prima serie, che avrebbe visto il nostro eroe diventare il personaggio che è ancora oggi, a quasi cinquant’anni, sposato, padre di due figli e pure nonno (eh si: “questo” Emanuele Mannino esiste ancora, nello stesso piano di surrealtà dell’altro, capitano dei Carabinieri e protagonista del libro…)

Dai modi spicci e brutali, nella migliore tradizione dei poliziotteschi dei Settanta, Emanuele si ritroverà costretto a lasciare la polizia, dopo aver provato a salvare la vita di una terrorista poco più che ventenne, che morirà di leucemia in carcere. Allontanato dal servizio attivo, verrà inviato in America con la scusa di seguire dei corsi d’aggiornamento. Al suo ritorno, si ritroverà ancora più solo, dopo la morte del brigadiere, ammazzato mentre cerca di salvargli la pelle in un agguato.

Questa figura simulacrale verrà sostituita poi da due commissari, Mallardo e Terenzi, che lo sceglieranno come membro delle loro sezioni “speciali”, nella migliore tradizione delle varie “Squadre Antiscippo” e “Antifurto”, rese celebri dai film con Tomas Milian.

Sentimentalmente, Emanuele si legherà prima ad una ragazza cieca, Anna, che morirà assassinata da uno dei suoi tanti nemici che troverà nel corso della sua carriera, e poi avrà (come Larry Mannino) un rapporto conflittuale con una bella giornalista, che cercherà di averlo tutto per sé, mentre lui svicolerà, come il modello sudamericano.

Questo per sommi capi, il riassunto della prima serie di “Policeman Blues”, il titolo che mi venne in mente quando seppi che il titolo originale di Hill Street era appunto “Hill Street Blues”. Racconti molto lunghi, dalle trenta pagine e più, trascritti a mano su di una serie di quaderni scolastici a righe o a quadri (oramai ingialliti dal tempo, ma che conservo con cura sacrale), essendo io privo di qualsivoglia nozione del come si scrivesse qualcosa del genere e, soprattutto, mancando di una macchina da scrivere…

A riguardarli ora li scopro pieni di errori, con decine e decine di svarioni linguistici ed errori di documentazione (nel 1982 Internet era ancora di là da venire), ma pieni di ingenuità che mi inducono a sorridere della mia stessa ignoranza nel merito.

La seconda parte la cominciai dopo qualche tempo, tra un esame d’università e l’altro, scrivendo sempre racconti lunghi, a mano su quaderni, con una decisione precisa da parte mia, intendendo affrancarmi da certi stilemi narrativi che cominciavano a mostrare la corda: maggiore introspezione nei personaggi e una minore dose di violenza.

Emanuele era cresciuto, come il suo creatore, ed aveva anche iniziato ad arrampicarsi sulla scala gerarchica della Polizia, divenendo prima vice e poi ispettore di ruolo, per particolari meriti di servizio.

Decisi pure che ci sarebbe dovuto essere un personaggio femminile fisso, che rappresentasse un interesse sentimentale serio e duraturo per il protagonista.

E mi venne in mente una storia…

La più classica di tutte le storie: lui, lei e l’altro, il migliore amico del protagonista.

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