Il tempo è dileguato: Susi

“Napoli. Facoltà di architettura, aprile 1977.

Ad Emanuele riuscì difficile riconoscere nella sua quella calligrafia minuta, ancora parzialmente adolescenziale, che aveva trascritto in fretta quelle poche parole sul retro di una fotografia che ritraeva tre ragazzotti spensierati, iscritti all’università Federico II° nell’autunno precedente, dopo essersi diplomati al liceo nella sessione d’esame del 1976.

Lui era poco più che maggiorenne e, pur frequentando i corsi, aveva già fatto la domanda per entrare in Polizia.

L’altro, alto e segaligno, capelli ricci, viso affilato, occhi nerissimi, si era iscritto a Scienze Politiche, ma aveva poca voglia di studiare.

Si chiamava Marco Turri ed era il suo migliore amico.

E lei…

Lei si era iscritta a giurisprudenza. Voleva diventare avvocato.

Lei, sempre tra loro due, sin dal secondo anno di liceo.

Si chiamava Assunta.

Assunta detta Susi.

La ragazza di Marco, del suo migliore amico.

Emanuele se ne era innamorato sin dal primo momento che l’aveva vista.

Da quello scatto erano passati esattamente sei anni.

Non ne aveva saputo più nulla, da quando se n’era andato dalla sua città senza neanche salutarli.”

“A cena.

L’aveva dovuto praticamente trascinare con sé, in uno dei più esclusivi ristoranti del centro di Milano, dietro via della Spiga. Uno di quei luoghi dove Emanuele si muoveva con sofferenza. Sembrava un elefante in un cristalleria.

Per respirare si era allentato il nodo alla cravatta. Cominciava a sentirlo come un cappio alla gola.

La guardò.

Lei rise.

Proprio non ti ci ritrovi con la gente ricca, eh? – disse poi.

La voce, un balsamo. Gli occhi, verdi, nei quali perdersi.

Confidenza per confidenza, avvocato… – le disse sottovoce. – Mi sembra d’essere fuori posto. Non è colpa tua. Ma è per l’aria. Puzza. E non ti dico di cosa.

Non essere volgare. – rise ancora lei. – Non qui.

Giurerei che è il posto adatto.

Smettila di scherzare. Non siamo qui per questo. È una cena di lavoro.

Emanuele diventò improvvisamente serio. Il tono di voce, pur restando dolce, assunse un tono autoritario.

Vai sempre a cacciarti nei guai, eh? – le disse. – Una tua particolare attitudine. Ma stavolta sono guai veri, serissimi. Tartaglia e la sua famiglia sono persone che non scherzano.

Lo so. – rispose lei, mentre lui le versava un po’ di vino. – Sapevo a cosa andavo incontro, ma ho voluto ugualmente correre il rischio, accettando di difenderlo. Solo che poi il gioco si è fatto pesante. E mi sono voluta smarcare. Naturalmente, lui è venuto a saperlo, e mi ha mandato un paio dei suoi a “ricordarmi” che la cosa non mi conveniva… Naturalmente, per il mio bene.

Lui sorrise al suo indirizzo. Ma era un sorriso stanco, triste.

Lei bevve un sorso di vino.

Un giorno mi spiegherai perché in certi momenti hai sempre quel sorriso triste… – gli disse poi.

Sei molto bella, sai? – rispose lui, cambiando completamente discorso.

Oltre al discorso, Susi notò il cambiamento improvviso anche nel tono di voce, e restò per un attimo interdetta. Non glielo aveva mai detto prima.

Anche al liceo, e stavano insieme a Marco tutto il giorno, durante le lezioni e dopo.

Non parlava mai.

Ma lei lo leggeva nei suoi occhi.

Quegli occhi che non chiedevano nulla ma che lei sapeva interpretare.

Grazie… – disse, dissimulando la sorpresa. – Non me lo avevi mai detto.

Sono molte le cose che non ti ho mai detto… Fino ad ora. – rispose lui. – Come sta Marco?

Lei si prese un attimo per rispondere, mentre un’ombra di tristezza le si dipingeva sul volto.

Bevve un altro sorso di vino.

Non lo sai, vero?

Cosa dovrei sapere?

Io e Marco ci siamo lasciati… Sei mesi dopo la laurea ha avuto una proposta di lavoro per l’estero. – disse lei, volgendo lo sguardo nel vuoto. – Adesso lavora a Londra, all’ambasciata italiana. È molto apprezzato, sai?

Bevve d’un fiato quel che restava sul fondo del bicchiere.

Lui le strinse la mano libera con la sua.

Mi dispiace… – disse lui. – Non lo sapevo. Davvero. Non mi piace vederti triste.

Lascia perdere. – disse lei. – Doveva succedere. Lui, dai e dai a ripetermi che avevo idee antiquate, che lo castravo, che gli impedivo di fare quello che voleva…

Sbottò.

Che colpa ne avevo se non volevo fare le cose che lui… – disse, guardandolo negli occhi. – Che colpa ne avevo, eh?

Emanuele strinse la mano intorno a quella di lei.

Avrei voluto solo soffrire di meno. – continuò lei. – Nei primi giorni ero a pezzi, credimi. Tanto a pezzi che lo chiamai per dirgli che se voleva, io potevo… potevo accontentarlo.

Susi… – l’interruppe lui. – Non devi sentirti obbligata a dirmi nulla. Non ho il diritto di sapere.

Voglio dirtelo, invece… – riprese lei. – Andai a casa sua, parlai e lui mi disse che si era scopata un’altra, nel frattempo. Aveva fatto in fretta a consolarsi! E mi disse pure che non era la prima volta. Mi aveva tradito ripetutamente, persino negli anni del liceo, capisci? Quel pezzo di…

Due dita si posarono sulle sue labbra.

Adesso basta. – disse lui. – Non siamo qui per parlare di Marco e di queste… cose.

L’arrivo del cameriere con la prima portata interruppe il discorso.

Mangiarono in silenzio, come a non voler interrompere in nessuna maniera degli attimi di ritrovatà serenità.

Alla fine, nell’attesa del caffè, Susi sorrise, complimentandosi per la scelta dei vini.

Non ti conoscevo sotto la veste di intenditore di vino.

Una delle tante costrizioni a cui mi sottopone il mio capo. – rispose lui. – Pretende di trasformarmi in una sorta di damerino azzimato. Tennis, vini, golf… Tutte cose che odio.

Tu che giochi a golf? – rise di gusto lei. – Oddio, non ti ci vedo proprio in polo e pantaloni a quadroni!

E fai bene! – rispose lui. – Ci sono stato una volta sola e… mai più. Lo giuro: mai più!

Cominciarono a ridere insieme.

Forte.

E tanto.”

Questi, riveduti e corretti, l’incipit ed un estratto de “La donna del mio migliore amico”, il racconto che introduceva nel mondo di Emanuele Mannino le figure di Assunta “Susi” Imparato e Marco Turri, due compagni di liceo di Emanuele. Anno di grazia 1983.

La storia sarebbe proseguita secondo i canoni più tradizionali, con il capo della squadra speciale di cui faceva parte il nostro eroe che chiedeva ad Emanuele di fare da scorta a Susi, minacciata dalla criminalità organizzata, e con i due che pur ritrovandosi in quella situazione scoprivano di essersi sempre amati. E con il terzo incomodo, Marco Turri che faceva anch’egli la sua ricomparsa, svelando, in maniera molto prevedibile, di essere la mente dietro ai tentativi di assassinare l’ex fidanzata…

Emanuele lo ucciderà a sangue freddo (una citazione da un episodio di Magnum P.I. intitolato “Hai visto l’alba stamattina?”, in cui il detective dal sorriso a 32 denti e Ferrari commetteva un’efferatezza simile), creando di fatto un solco difficilmente sanabile nella coppia.

La storia si concludeva con i due che si lasciavano, in un finale “aperto” per futuri sviluppi.

Che sarebbero stati quasi immediati.

Susi sarebbe diventata presenza fissa nella vita del Policeman (come avevo soprannominato la mia creatura), mettendo in crisi il suo rapporto conflittuale con la bella giornalista, Simona, e rendendo di fatto meno scontroso e ombroso il carattere di Emanuele che sembrava aver trovato la pace, almeno in campo sentimentale. L’arrivo della donna avrebbe cambiato anche il tono delle storie, meno disperate e disperanti. Emanuele avrebbe infatti sciolto il suo carattere da orso e sarebbe cresciuto di pari passo all’approfondirsi del rapporto di coppia. Cresciuto al punto di affrontare anche la possibilità di diventare padre, prendendo prima in affido e poi adottando Andrea, un orfano di strada che fisicamente era il suo ritratto sputato.

I tre si sarebbero poi trasferiti a Napoli, affrontando quella che sarebbe diventata la terza parte delle storie del Policeman, storie che lo avrebbero visto diventare commissario, avere decine di uomini al suo comando, sposare Susi, lasciare la Polizia e poi tornarvi e poi lasciarla di nuovo, definitivamente, per mettersi in proprio facendo l’investigatore privato.

L’ultima storia vedeva la coppia prepararsi alla futura nascita della loro prima (ed unica) figlia legittima, Rachele Luisa Mannino. Andrea, dal canto suo, perpetuando la “tradizione” familiare si sarebbe innamorato della sorella di Susi, Rosaria, praticamente identica a lei, arrivando a sposarla molti anni dopo in un fuori scena.

Questo accadeva nell’anno di grazia 1988.

Attualmente, tra una cosa e l’altra, ispirato anche dal libro, mi sono messo a scrivere una nuova storia del Policeman, ambientata ai giorni nostri, con i due protagonisti oramai cinquantenni, lui sempre detective e lei sempre avvocato, alle prese con i problemi di una figlia adolescente e scapestrata e con la Napoli monnezzara, stretta nella morsa della malavita organizzata e del mal governo locale. Storia che introduce vecchi e nuovi personaggi e che prima o poi dovrò decidermi a finire, per magari poi pubblicarla sulle pagine di questo blog.

Assunta (detta Susi) Imparato, dunque.

La donna di Emanuele Mannino, inseguita per tutta la vita e poi conquistata.

Ma a che prezzo!

Apparirà chiaro (almeno per chi segue dall’inizio queste pagine dedicate al mio libro) che la figura della donna del protagonista è un contenitore citazionale delle mie disparate conoscenze letterarie, televisive e cinematografiche, con un unico denominatore comune: i caratteri somatici del personaggio.

Bruna, capelli lunghissimi, occhi verdi, fisico da urlo (o quasi…).

Originariamente l’idea era di farne il contraltare letterario di Joyce Davenport (interpretata da Veronica Hamel in “Hill Street Blues”, ovverosia la madre di Jack in “Lost”), una donna forte, volitiva ed apparentemente fredda di giorno quanto sensibile, calda e appassionata di notte, che accompagnava la vita del capitano Frank Furillo.

Ecco dunque una Susi molto castigata, con tailleur da insegnante severa, capelli raccolti, occhiali con montatura di tartaruga, sguardo tagliente e battute al vetriolo riservate anche al suo compagno come rappresentante della legge.

Sotto il tailleur però, la nostra indossava sempre o quasi un reggicalze di pizzo, tacchi a spillo, e biancheria intima in tinta, che non si vergognava di utilizzare per sedurre il suo uomo tra le mura dell’appartamento di Emanuele, ove si ritrovavano dopo una giornata di lavoro.

Caratteristiche seduttive rimaste intatte nel tempo.

Dietro la scorza dura di una donna che aveva dovuto crescere in fretta per emanciparsi in un ambiente duro come l’avvocatura, Susi nascondeva tuttavia una particolarissima fragilità che la rendeva simile ad una bambina e che solo Emanuele, pur tra grandi sforzi, riusciva a controllare.

In seguito, Susi sarebbe diventata più forte e consapevole del ruolo di moglie e madre prendendo il controllo della sua famiglia e divenendo addirittura punto di riferimento per i cognati (“questo” Emanuele ha due fratelli e una sorella, lesbica dichiarata) e per l’amatissima suocera, Rachele Mannino senior, la quale, sul letto di morte, l’avrebbe investita ufficialmente del ruolo di matriarca della famiglia (sempre in un fuori scena).

Questo per quel che riguarda la Susi Imparato, compagna di Emanuele Mannino, protagonista della serie “Policeman Blues”.

In cosa si differiscono, dunque, le due coppie di personaggi?

I maschietti sono diversi prima di tutto nell’aspetto fisico: il protagonista di “Policeman Blues” è come detto biondo, alto, anglosassone nei tratti somatici, tutto d’un pezzo, molto simile al Redford giovane, quello di “Tutti gli uomini del presidente”, “Butch Cassidy & The Sundance Kid”, “I tre giorni del Condor”, “Il candidato”, campione liberal delle battaglie per i diritti civili e per la pulizia nella vita pubblica e politica, ma con una sola piccola pecca, quella di bere troppo, cosa che nel tempo ne farà un alcolizzato, tara personale dalla quale saprà riprendersi anche grazie all’aiuto della famiglia che riuscirà a crearsi.

L’Emanuele de “Il tempo è dileguato” è invece assolutamente mediterraneo nei tratti (fisico meno prorompente, capelli e pizzetto dannunziano scuri), oltre ad essere un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, nella quale si è arruolato, come l’altro, invece di frequentare la facoltà di architettura. Una istituzione dello Stato nella quale si riconosce e che l’ha aiutato a crescere, formandolo come uomo e come militare.

I suoi personalissimi idoli sono il Generale dalla Chiesa e il Capitano Ultimo del quale, nella finzione, l’Emanuele del libro diventa addirittura amico. Un ufficiale dell’Arma abituato ad eseguire gli ordini anche senza discutere, ma incapace di non coltivare una coscienza critica, coscienza che lo porterà ad avere una grossa crisi dopo i fatti di Genova nel 2001, arrivando ad un passo dalle dimissioni.

Psicologicamente hanno delle similitudini, anche se io stesso, nel momento di scrivere il libro, mi sono posto il problema di non fare del protagonista una copia carbone dell’altro.

Altra differenza sostanziale il riferimento iconografico.

Se l’Emanuele poliziotto era simile a Ken Parker/Robert Redford, l’Emanuele capitano dei carabinieri è modellato sui caratteri somatici di Alessandro Gassman, il quale ha dalla sua anche l’età (nel libro tutti i personaggi hanno più di quarant’anni).

Questo proprio per demarcare una differenza non solo fisica tra i due personaggi.

Per quel che riguarda le due donne, invece, non ci potrebbero essere due persone più diverse.

La Susi di “Policeman Blues” è, come detto, una donna forte e decisa, ma con una personalissima fragilità psicologica. Capace di fare a meno del suo uomo per tutto il giorno, salvo poi rifugiarsi tra le sue braccia per farsi consolare, come farebbe una bambina impaurita, mentre si rotolano tra le lenzuola nel cuore della notte, dopo aver fatto l’amore. Con il tempo crescerà e diverrà più forte del suo compagno, sino ad assumere un ruolo di primo piano nelle vicende che li vedranno protagonisti.

La Susi de “Il tempo è dileguato” invece, la conosciamo praticamente bambina (il romanzo parte dal 1977, con i due protagonisti che si conoscono in prima liceo), e la vediamo crescere poco a poco, subire le angherie psicologiche del ragazzo, anche qui il migliore amico di Emanuele, Antonio Passigli, l’equivalente in peggio del defunto Marco Turri.

La vediamo non riuscire ad esprimere i suoi sentimenti per Emanuele, lasciando che lui, forse per ripicca, si vada ad arruolare nell’Arma dei Carabinieri (e non nella Polizia).

La ragazza crescerà in un ambiente familiare dominato da una madre virago che le imporrà un nuovo ragazzo, Sandro Ossola, inviso all’amatissimo padre di Susi (che morirà di lì a qualche anno), finirà per laurearsi comunque in giurisprudenza, anche se molto tardi e non prima di diventare madre di due bambini avuti da Sandro, che diverrà poi suo marito, e svolgendo tra mille difficoltà la professione di avvocato. Unica consolazione, oltre ai bambini, il rapporto complice con la sorella minore, anche qui chiamata Rosaria ed identica a lei.

Riferimenti iconografici: se la Susi di “Policeman Blues” poteva esser vista come la versione più giovane di Veronica Hamel, per l’altra sono partito da un dato preciso: Monica Bellucci.

Anche lei poco più che quarantenne (non chiedetemi di quanto: non sta bene rivelare l’età di una signora che si da il caso sia nata una settimana dopo di me…), anche lei madre, anche lei bruna con i capelli lunghi. Unica pecca (se vogliamo dire così) non avere gli occhi verdi…

Ma come si dice in questi casi, sta’ a guarda’ er capello!

Robert Redford e Veronica Hamel non risulta abbiano mai lavorato nello stesso film, invece Bellucci e Gassman sono apparsi, all’inizio delle rispettive carriere, in un film abbastanza dimenticabile, “Ostinato destino” (1992), nel quale la futura signora Cassell interpretava ben due ruoli (troppa grazia, S. Antonio!)

Questa, a grandi linee, la genesi del character femminile del libro e della sua antesignana di quasi un quarto di secolo prima, le differenze tra i due personaggi e tra quelli maschili.

Nel prossimo articolo esploreremo i riferimenti che ho utilizzato per creare gli altri personaggi del libro, dopo di che cominceremo a parlare della trama del libro, una storia lunga quanto gli anni che ci separano da quel fondamentale (per me) 1982.

piesse: in realtà, tra le due Susi esiste anche un’altra piccola ma sostanziale differenza.

Il cognome.

In “Policeman Blues” conservava quello originale sul quale è basato il personaggio, autorizzazione gentilmente concessami a suo tempo.

Nel libro, invece, anche a causa dell’attuale legge sulla privacy, il personaggio ha dovuto, per forza maggiore, assumerne un altro.

Esiste, dunque, un modello reale alla base dei due personaggi?

Una donna con lo stesso nome (e soprannome), bruna, occhi chiari, e che esercita la professione di avvocato?

Eh si.

Esiste, esiste…

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