Policeman Blues: la donna del mio migliore amico

Ci vuole un minuto per notare una persona speciale

Un’ora per apprezzarla

Un giorno per volerle bene

Ma poi tutta una vita per dimenticarla

(Charlie Chaplin)

Napoli, università Federico II°, aprile 1977.

Ad Emanuele riuscì difficile riconoscere nella sua la calligrafia minuta, ancora parzialmente adolescenziale, che aveva trascritto frettolosamente quelle poche parole sul retro di una fotografia che ritraeva tre ragazzotti spensierati, iscrittisi all’università nell’autunno precedente, dopo essersi diplomati al liceo nella sessione d’esame del 1976.

Tre ragazzi alla ricerca della loro identità, della possibilità di far coincidere i sogni con le esigenze reali che la vita gli metteva di fronte.

Lui, il ragazzone siciliano dai capelli chiari come i suoi avi normanni e dal sorriso triste, pur frequentando i corsi ad Architettura e lavorando mezza giornata in uno studio di grafica pubblicitaria come apprendista, aveva già fatto la domanda per entrare in Polizia.

L’altro, alto e segaligno, capelli ricci, viso affilato, occhi nerissimi, si era iscritto a Scienze Politiche, ma aveva poca voglia di studiare. E molta più voglia di cazzeggiare prima d’impegnarsi in qualsiasi altra cosa, compresi i rapporti affettivi.

Si chiamava Marco Turri ed era il suo migliore amico.

E lei…

Lei si era iscritta a giurisprudenza. Voleva fortissimamente diventare avvocato.

Lei.

Sempre tra loro due, sin dal secondo anno di liceo.

Si chiamava Assunta.

Assunta detta Susi.

La ragazza di Marco, del suo migliore amico.

Lei non si era mai accorta che Emanuele se ne era innamorato sin dal primo momento che l’aveva vista.

Solo Marco l’aveva intuito. O forse immaginato.

Ma non gli disse nulla. Mai.

Non ne aveva saputo più nulla, da quando se n’era andato dalla sua città, praticamente di notte, senza neanche salutarli.

Da quello scatto erano passati solamente sei anni.

Ma ad Emanuele parevano seicento.

Il commissario Mallardo l’osservò con molta attenzione da dietro la montatura dorata del suo nuovo paio d’occhiali da presbite.

Emanuele gli stava di fronte, praticamente insofferente, passando il peso del corpo da un piede all’altro.

Il suo nuovo capo si era messo in testa di ripulirne l’immagine in maniera radicale.

Via le lacere giacche militari, i jeans e gli stivali da cowboy (ricordi di quando stava in America) in favore di giacche, cravatte di seta e completi da funzionario statale presentabile.

Lui cercava di accontentarlo, almeno quando stava in ufficio.

In fondo non gli costava niente.

Ma quand’era in missione ritornava alla praticità.

E quella mattina c’era una nuova missione che lo attendeva.

– Verrò subito al punto, Mannino. – gli disse, squadrandolo come avesse i raggi x al posto degli occhi. – Il ministero ha richiesto al capo della Polizia, che ha poi girato la richiesta al nostro ufficio, tramite il signor Questore, di fornire un servizio di protezione e scorta temporanea per un avvocato difensore coinvolto in un processo di mafia. Sembra che non appena abbia scoperto la vera natura del suo assistito abbia cercato di tirarsene fuori, e il suo cliente lo ha fatto “avvertire” che non gli conveniva farlo…

– Un avvocato dotato di una coscienza. – rispose sorridendo Emanuele. – Una rarità.

– Per quanto possa sembrarti strano, ti dirò che è una storia vecchia. Ce ne sono molti come questo.

– Il cliente chi è?

Mallardo sospirò, posando i fogli che stava guardando sulla sua scrivania.

Salvatore Tartaglia. – disse poi. – Lo conosci?

Emanuele trasalì, come morso all’improvviso da un serpente velenoso.

Ma non lo diede a vedere.

Il commissario gli porse un bigliettino da visita.

Qui c’è l’indirizzo dello studio legale cittadino presso il quale l’avvocato ha eletto domicilio. In pieno centro. Ufficio enorme in un palazzo enorme.

I soldi, i soldi… – disse Emanuele mentre lo metteva in tasca.

Mannino… voglio un buon lavoro, pulito. Uno dei tuoi.

Vedrò quello che posso fare, signore.

Il suo capo aveva ragione.

Un palazzo enorme, in pieno centro di Milano.

Un palazzo d’importanza storica che, tra restauri mal riusciti e lo scorrere impietoso del tempo, aveva perso l’alone di bellezza che dovevano aver avuto in origine i marmi bianchi del rivestimento esterno e l’intonaco, più volte rifatto e non sempre in maniera decorosa.

Persino il portiere, nonostante la livrea e il cappello tirati a lucido, sembrava aver accumulato sul volto i segni del tempo che passava. La faccia era un intrico di rughe.

Dove va? – gli disse, parandosi all’improvviso davanti ad Emanuele, mentre questi cercava di entrare nel portone.

Cerco lo studio legale Marotta. – rispose lui, piazzandogli il tesserino a due centimetri dalla faccia.

All’attico, ispettore… – rispose balbettando. – Ultima porta a destra. Non c’è ascensore.

Scomparve com’era apparso, con una velocità da fare invidia ad un centometrista.

Animo, si disse lui. Non saranno certo un po’ di scale a spaventarmi.

E s’incamminò…

Dapprima di buon passo, poi, mentre i piani aumentavano e le alzate dei gradini crescevano, sempre più lentamente.

E con il fiato mozzo.

Raggiunse l’attico oramai in riserva, e riuscì con difficoltà a bussare al campanello dello studio legale.

Venne ad aprire una segretaria attempata, figurino pieno e tornito.

Non si scompose più di tanto, vedendolo piegato praticamente in due ed incapace di aprire bocca.

Desidera? – gli disse.

Gli consegnò il bigliettino che gli aveva consegnato Mallardo e, a stento, riuscì a mostrarle pure il tesserino.

Si accomodi pure, ispettore. – disse, lasciandolo entrare nel vestibolo. – Vado a vedere se l’avvocato può riceverla.

Richiuse la porta d’ingresso alle loro spalle e s’incamminò lungo l’interminabile corridoio sul quale si aprivano diverse stanze.

Anche lo studio legale pareva enorme. Enorme ma deserto in quel momento.

Si sedette su di una sedia e studiò il quadro che aveva di fronte.

Un paesaggio campestre, di buona fattura. Non riconobbe la mano, anche se gli parve un tardo barocco. Probabilmente valeva da solo quanto alcuni decenni del suo stipendio.

L’avvocato l’attende, ispettore. – disse la donna, ricomparsa all’improvviso.

Prego, da questa parte… – gli indicò con la mano una porta chiusa in fondo al corridoio.

E scomparve di nuovo.

Lui raggiunse la porta e bussò.

Discretamente.

Avanti! – gli rispose una voce.

Una donna.

Hai capito, pensò. Ci mancava pure l’avvocatessa…

All’improvviso, e non seppe nemmeno spiegarsi il perché, il “serpente”, il senso particolare che molte altre volte l’aveva salvato nelle situazioni di pericolo, si mise a pizzicarlo.

Mise la mano sulla maniglia della porta e la spinse, entrando.

La donna gli dava le spalle. Era al telefono, impegnata in un colloquio importante e non sembrava molto interessata alla persona che era appena entrata.

La voce era gentile, ma il tono determinato, duro, senza particolari inflessioni dialettali.

Si, certo… – la sentì dire. – Ed è una situazione rilevante ai fini del procedimento in corso, come ti dicevo.

Poi la telefonata finì.

La donna posò la cornetta e si voltò verso di lui.

In quell’attimo il tempo si fermò. E prese a scorrere all’indietro.

Tornò a sei anni prima.

Ad una foto ingiallita. E a poche parole trascritte in fretta.

Napoli, università Federico II°, aprile 1977.

L’avvocatessa e il poliziotto tornarono ad essere i due amici della foto.

Uno iscritto ad architettura. L’altra a giurisprudenza.

La donna, vestita con un tailleur nero impeccabile su di una camicetta di seta bianca, chiusa al collo da un cameo di corallo, si alzò dalla poltrona, guardandolo con espressione imbambolata.

Non disse nulla. Ogni parola le moriva in gola.

Lui non riusciva nemmeno a guardarla. A pensare in maniera coerente.

Rimase lì, a fissarla, immobile, mentre lei si alzava e gli si avvicinava, togliendo gli occhiali con montatura di tartaruga, come se la vista degli occhi non potesse tradirla e farla sbagliare, credendo d’aver visto un fantasma.

Emanuele? – disse lei, arrivando ad un palmo dall’uomo.

Emanuele Mannino – ripeté, mentre lui la guardava muto. – Sei proprio tu. Il mio Emanuele…

Lui la guardò.

Era cresciuta, era diventata una donna. Una stupenda donna. Bellissima. Un’avvocatessa. Quello che aveva voluto sempre essere.

Ma per lui sarebbe rimasta sempre la ragazza con cui giocava a scacchi.

Assunta detta Susi.

La donna di Marco Turri, il suo migliore amico.

Si abbracciarono. Forte. E a lungo.

Un velo di lacrime cominciò a scorrere sulle gote di lei.

Lui avrebbe voluto piangere alla stessa maniera, forse.

Ma non ce la fece.

Non aveva pianto stringendo al suo il corpo inanimato di Anna.

O quello del brigadiere Di Costanzo, crivellato di pallottole.

Il contatto del corpo di lei contro il suo gli impedì di lasciarsi andare.

A cena.

L’aveva dovuto praticamente trascinare con sé, in uno dei più esclusivi ristoranti del centro di Milano, dietro via della Spiga. Uno di quei luoghi dove Emanuele si muoveva con sofferenza. Sembrava un elefante in un cristalleria.

Per respirare si era allentato il nodo alla cravatta. Cominciava a sentirlo come un cappio alla gola.

La guardò.

Lei rise.

Proprio non ti ci ritrovi con la gente ricca, eh? – disse poi.

La voce, un balsamo. Gli occhi, verdi come i suoi. Nei quali perdersi.

Confidenza per confidenza, avvocato… – le disse sottovoce. – Mi sembra d’essere fuori posto. Non è colpa tua. Ma è per l’aria. Puzza. E non ti dico di cosa.

Non essere volgare. – rise ancora lei. – Non qui.

Giurerei che è il posto adatto.

Smettila di scherzare. Non siamo qui per questo. È una cena tra vecchi amici.

Emanuele diventò improvvisamente serio. Il tono di voce, pur restando dolce, assunse un tono autoritario.

Vai sempre a cacciarti nei guai, eh? – le disse. – Una tua particolare attitudine. Ma stavolta sono guai veri, serissimi. Salvatore Tartaglia e la sua famiglia sono persone che non scherzano.

Lo so. – rispose lei, mentre lui le versava un po’ di vino. – Sapevo a cosa andavo incontro, ma ho voluto ugualmente correre il rischio, accettando di difenderlo. Solo che poi il gioco si è fatto pesante. E mi sono voluta smarcare. Naturalmente, lui è venuto a saperlo, e mi ha mandato un paio dei suoi a “ricordarmi” che la cosa non mi conveniva… Naturalmente, per il mio bene.

Lui sorrise al suo indirizzo.

Lei bevve un sorso di vino.

Un giorno mi spiegherai perché in certi momenti hai sempre quel sorriso triste… – gli disse poi.

Sei molto bella, sai? – rispose lui, cambiando completamente discorso.

Oltre al discorso, Susi notò il cambiamento improvviso anche nel tono di voce, e restò per un attimo interdetta. Non glielo aveva mai detto prima.

Anche al liceo, e stavano insieme a Marco tutto il giorno, durante le lezioni e dopo.

Non parlava mai.

Ma lei lo leggeva nei suoi occhi.

Quegli occhi che non chiedevano nulla ma che lei sapeva interpretare.

Grazie… – disse, dissimulando la sorpresa. – Non me lo avevi mai detto.

Sono molte le cose che non ti ho mai detto… Fino ad ora. – rispose lui.

Come sta Marco?

Lei si prese un attimo per rispondere, mentre un’ombra di tristezza le si dipingeva sul volto.

Bevve un altro sorso di vino.

Non lo sai, vero?

Cosa dovrei sapere?

Io e Marco ci siamo lasciati… Sei mesi dopo la laurea ha avuto una proposta di lavoro per l’estero. – disse lei, volgendo lo sguardo nel vuoto. – Adesso lavora a Londra, all’ambasciata italiana. È molto apprezzato, sai?

Bevve d’un fiato quel che restava sul fondo del bicchiere.

Lui le strinse la mano libera con la sua.

Mi dispiace… – disse lui. – Non lo sapevo. Davvero. Non mi piace vederti triste.

Lascia perdere. – disse lei. – Doveva succedere. Lui, dai e dai a ripetermi che avevo idee antiquate, che lo castravo, che gli impedivo di fare quello che voleva…

Sbottò.

Che colpa ne avevo se non volevo fare le cose che lui… – disse, guardandolo negli occhi. – Che colpa ne avevo, eh?

Emanuele strinse la mano intorno a quella di lei.

Avrei voluto solo soffrire di meno. – continuò lei. – Nei primi giorni ero a pezzi, credimi. Tanto a pezzi che lo chiamai per dirgli che se voleva, io potevo… potevo accontentarlo.

Susi… – l’interruppe lui. – Non devi sentirti obbligata a dirmi nulla. Non ho il diritto di sapere.

Voglio dirtelo, invece… – riprese lei. – Andai a casa sua, parlai e lui mi disse che si era scopata un’altra, nel frattempo. Aveva fatto in fretta a consolarsi! E mi disse pure che non era la prima volta. Mi aveva tradito ripetutamente, persino negli anni del liceo, capisci? Quel pezzo di…

Due dita si posarono sulle sue labbra.

Adesso basta. – disse lui. – Non siamo qui per parlare di Marco e di queste… cose.

L’arrivo del cameriere con la prima portata interruppe il discorso.

Mangiarono in silenzio, come a non voler interrompere in nessuna maniera quegli attimi di ritrovata serenità.

Alla fine, nell’attesa del caffè, Susi sorrise, complimentandosi per la scelta dei vini.

Non ti conoscevo sotto questa veste. Sei una vera sorpresa.

Una delle tante costrizioni a cui mi sottopone il mio capo. – rispose lui.

Pretende di trasformarmi in una sorta di damerino azzimato. Tennis, vini, golf… Tutte cose che odio.

Tu che giochi a golf? – rise di gusto lei. – Oddio, non ti ci vedo proprio in polo e pantaloni a quadroni!

E fai bene! – rispose lui. – Ci sono stato una volta sola e… mai più. Lo giuro, mai più!

Cominciarono a ridere insieme. Forte.

E tanto.

Due uomini vestiti uguali, un completo nero, camicia bianca e cravattino nero, entrarono nel locale qualche minuto dopo e il direttore di sala gli si avvicinò immediatamente. Fece un segno d’assenso con il capo alla loro richiesta di un tavolo e l’indirizzò nella direzione di quello di Emanuele e Susi, che volgeva loro le spalle.

Emanuele li vide avvicinarsi, ne osservò le espressioni e il “serpente” ricominciò a pizzicarlo.

Sarà meglio andare adesso. – disse alla sua commensale che stava finendo il caffè.

Perché? Proprio adesso che si stava bene e…

Non le diede il tempo di continuare. L’afferrò per un braccio e la attirò a sé, coprendola con il corpo.

Ma… ma che succede? – chiese lei, stupefatta, mentre Emanuele guardava dietro le sue spalle.

Vide i due uomini vestiti di nero infilare la mano destra sotto la giacca all’altezza dell’ascella. Due grosse pistole semiautomatiche fecero la loro comparsa e in un attimo nel locale fu il panico generale.

Susi rimase immobile, impietrita dal terrore.

Emanuele ne approfittò, sollevandola di peso, per metterla al riparo dietro il loro tavolo che aveva ribaltato a terra. Afferrò poi la sedia a lui più vicina e caricò il braccio, scagliandola sul killer che gli stava più vicino. Il proiettile di legno prese l’uomo al bersaglio grosso, scaraventandolo all’indietro e finendo addosso all’altro, che era alle sue spalle. Le pistole di entrambi finirono in terra, ed la reazione di Emanuele fu prontissima: riuscì ad arrivare su una di esse e la puntò contro quello colpito dalla sedia, bloccandolo a terra, premendogli il piede contro la gola.

L’altro provò a reagire, ma Emanuele lo dissuase dal provarci, facendo sibilare un colpo di pistola vicinissimo al suo orecchio sinistro.

Puntò poi l’arma contro entrambi, mentre di sottecchi guardava Susi che, sconvolta, aveva assistito a tutta la scena e al trasformarsi del suo vecchio amico in una macchina da guerra. Emanuele trasalì, ricordando l’odio di lei per le armi. Tutte le armi.

 
Adrenalin starts to flow
You're thrashing all around
Acting like a maniac
Whiplash

I giornalisti, il magistrato, i colleghi e il commissario Mallardo.

Erano davvero tanti. Ed Emanuele aveva dovuto parlare con tutti, mentre avrebbe voluto solo andare vicino a Susi e confortarla.

Alla fine riuscì a svicolare e le si avvicinò.

La donna era seduta sul sedile di dietro di un’auto di servizio. Qualcuno le aveva portato un caffè caldo da bere. Lui le si sedette accanto.

Dio mio… Non riesco ancora a crederci. – cominciò a dire lei. – Quei due uomini… erano lì per me. Per uccidermi!

Non puoi tornare all’albergo né allo studio legale. – rispose Emanuele.

È chiaro che ti sorvegliano e ci riproverebbero. Dovremo cercarti un rifugio più sicuro.

Portami a casa tua, Emanue’…

La sua voce. Quella “sua” voce. E i suoi occhi verdi in quelli di lui.

Fece un segno d’assenso con il capo.

Siamo arrivati. – disse lui. – Ti avverto che non è un granché e…

Si girò verso di lei e vide che si era addormentata, sul sedile del passeggero, in posizione fetale, espressione serena e respiro regolare. Un sonno ristoratore.

Le servirà, pensò lui.

Se la caricò di peso in braccio e, sperando di non svegliarla, la portò nel suo appartamento.

L’adagiò piano sul letto. Le tolse le scarpe e l’avvolse in una coperta di lana pesante.

Prima di uscire dalla stanza, si volse a guardarla. Susi non si era scomposta nemmeno per un secondo. Continuava a dormire tranquillamente.

Sei tanto bella, principessa… e in pericolo. Pericolo mortale. Ed io…

Il commissario Basilio Mallardo non poté fare a meno di esprimergli la sua soddisfazione, quando lo vide entrare in ufficio, la mattina dopo.

Soddisfazione mista a disappunto per l’abbigliamento di Emanuele, ritornato alla fedele giacca militare e ai jeans.

Un ottimo lavoro, Mannino. I miei complimenti. Soprattutto per aver evitato inutili spargimenti di sangue. Ha chiamato persino il ministro…

Sono contento, signore. Specialmente per lei e per questo ufficio. Ma… quando incastreremo Salvatore Tartaglia per questo?

Su questo c’è poco da fare. Gli uomini che hai catturato sono un muro di gomma. Non parlano.

Così non avremo mai la prova che li ha mandati lui ad uccidere l’avvocato Imparato.

Purtroppo è così. Non debbo certo spiegartela io cos’è la legge dell’omertà mafiosa, vero?

A questo proposito, se permette, avrei un’idea. – disse Emanuele sorridendo.

Un’idea? – disse Mallardo. – Di che si tratta?

Ecco, in parole povere si tratterebbe di…

No! Non se ne parla nemmeno. È infattibile oltre che estremamente rischiosa ed io non posso permettere che… – sbottò Mallardo, dopo che Emanuele ebbe finito di esporgli il suo piano.

È l’unica maniera per attirare Tartaglia fuori dalla sua tana. L’unica che abbiamo per incastrarlo sul serio e definitivamente. – rispose Emanuele.

Non dire coglionate, Mannino! Certo che ce ne sono altre e…

Ad esempio, signore?

Ad esempio… Ad esempio… – borbottò Mallardo. – Beh, cos’hai da guardare come un ebete? Muoversi, Mannino. Muoversi!

E lo licenziò con un gesto nervoso della mano.

Emanuele uscì dall’ufficio del suo capo sorridendo.

Some of them want to abuse you
some of them want to be abused.
Sweet dreams are made of this
who am I to disagree?

Susi uscì gocciolante dalla lunga doccia calda che si era concessa dopo essersi risvegliata da un lungo sonno privo d’incubi. Indossò l’accappatoio di spugna che Emanuele le aveva fatto trovare e infilò ai piedi le pantofole nuove che lui le aveva comprato. Avvolse i capelli bagnati in un asciugamano a mo’ di turbante sulla testa, e si diresse verso l’ingresso, dove si trovava il cucinino dell’appartamento, separato dal saloncino da una semplice parete attrezzata ricolma di libri e dischi in vinile.

Mentre guardava rapita le collezioni discografiche complete dei Pink Floyd e dei Genesis, autentico pallino del padrone di casa, conservate come delle reliquie, le giunse l’odore della pancetta che sfrigolava sul fuoco.

Si fermò sotto l’archetto che separava i due ambienti, incrociando le braccia al petto ed osservandolo voltato di spalle, intento a cucinare, critica.

Bene, bene… – disse. – Ti pareva che l’Emanuele, per festeggiare, non tirava fuori il meglio del suo repertorio: bucatini all’amatriciana.

Buongiorno, avvocato. – disse lui. – Spero di non averti svegliato.

Scherzi. Questa è casa tua! Sono io l’ospite qui… Hmm. Questo sughetto ha un odore straordinario.

Sentirai il sapore. È anche meglio…

L’immagino, l’immagino.

Lei alzò gli occhi dalla pentola e li incrociò con quelli di lui. Restarono per un paio di secondi in silenzio. Occhi negli occhi. La bocca di lei vicinissima alla sua.

Emanuele pensò che sarebbe bastato un niente per ottenere qualcosa che sino ad allora, sino a quando l’aveva rivista, non si era mai nemmeno permesso di sognare.

Infilò due dita nella pentola della pasta e ne estrasse un bucatino che assaggiò.

Ottimo… – disse. – Possiamo colare. Si va a tavola.

Il pranzo portò via i bollori di spirito. Susi divorò letteralmente tutto il piatto che Emanuele le aveva preparato.

Un po’ di fame, eh? – disse lui.

Già. – rispose lei. – Erano anni che non ne assaggiavo di così buoni.

Fai il bis?

No, oh no… Sarei a dieta, figurati.

Anni fa non te ne preoccupavi affatto della linea.

Sai com’è. Il tempo passa, le persone e le cose cambiano.

E le mamme imbiancano… Questa storia mica l’ho mai creduta, sai? Cambiare carattere non è come cambiarsi la camicia.

Se è per questo tu sei l’esempio vivente dell’immobilità. Sei esattamente uguale a com’eri al liceo.

Vuoi sfottere, avvocato?

Non mi permetterei mai, ispettore. Mai e poi mai… – disse lei, alzando le mani come se si arrendesse e sorridendo al suo indirizzo.

Lui si mise a ridere e cominciò a sparecchiare la tavola.

Emanuele… – disse lei, ad un certo punto. – Ma è vera la storia che hai un antenato baronetto?

Si… O meglio, so quello che mi stato riferito di sponda da mia madre. Dice che era un bucaniere, nominato dalla regina Elisabetta pari del regno per meriti speciali o che so io. Si sarà distinto nell’ammazzare molti nemici della Corona.

Biondo e con gli occhi chiari e hai pure un antenato pirata. Certo che come siciliano sei davvero particolare…

E li mescolo bene i due caratteri. Dell’anglosassone ho il senso dell’avventura, la voglia di libertà, l’essere senza passato e senza zavorre, pronto a partire per l’ignoto, solo con l’orizzonte di fronte.

Il cielo sopra di me e la legge morale dentro di me?

Si può dire anche così. – disse, ridendo.

Ho l’impressione che però un po’ ti pesi. Sbaglio?

Si fermò con i piatti in mano a guardarla.

Forse… – disse poi. – A volte vorrei essere capace di desiderare le cose che vogliono tutti. Una casa, una donna, una famiglia e dei figli che mi aspettano a casa, al ritorno da un lavoro normale e che non temano per me.

Perché non ti sei mai sposato?

Devo ancora trovarla la pazza che accetterà di dividermi con i miei problemi.

Lei si alzò e gli prese i piatti di mano. Cominciò ad accarezzargliele.

Ti sbagli. – disse, fissandolo negli occhi. – Non siete voi a scegliere, ma noi… I maschi sono dei timidi cronici, incapaci di mentire, tu in particolare. Te lo ricordi com’era facile batterti con gli scacchi? Io lo so.

Tu non c’entri, avvocato… – disse lui. – E quello che ho detto non aveva secondi fini, credimi.

Susi aumentò la stretta delle mani sulle sue sino a fargli male. Le lacrime cominciarono a rigarle il volto.

Credi che non mi sia mai accorta di come mi guardavi al liceo? Credi che non avessi capito perché non volevi mai starmi vicino quando c’era anche Marco? Mi credi davvero così stupida?

No, certo. È che io non avrei mai voluto che tu…

Mi accorgessi che mi amavi? Che soffrivi come un cane a sapere che avevo preferito Marco a te?

Susi, per favore…

Hai ancora paura a dirlo… Anche solo a pensarlo.

Si.

Allora… – disse lei, asciugandosi le lacrime con i palmi delle mani. – Lo farò io per te. Tu mi ami. Mi hai sempre amato.

Sin dal primo momento. Da quando ti vidi il primo giorno, al corso di scacchi.

Stupido testone… – disse lei, battendogli le mani sul petto. – Non riesci proprio a capire che per me è stata la stessa cosa? Che mi sono innamorata anch’io di te, sin dal primo istante? E che… lo sono ancora!

Cominciarono a baciarsi con la forza della disperazione e si ritrovarono a letto insieme, consapevoli di essere soltanto un uomo e una donna, innamorati persi uno dell’altra.

Si amarono dolcemente. Emanuele sembrava non volerla nemmeno toccare, per paura di farle del male con lo sfogo del suo amore represso. Lei lo spinse a prenderla, a prenderle l’anima, se fosse stato possibile.

Si amarono follemente, totalmente, ben sapendo che l’atto supremo della vita portava con sé il soffio della morte.

Emanuele finì di ascoltare la reprise di “Shine on your crazy diamond”, tolse la cuffia e spense lo stereo.

Ripose il 33 giri di “Wish you were here” nella custodia del disco e lo rimise al suo posto, in mezzo alla collezione.

Silenziosamente, andò in camera da letto a guardare Susi che dormiva placidamente, abbracciata al suo cuscino.

Scese al piano terra ed andò a bussare alla porta della casa del portiere.

Ispettore… – disse lui, sorridendo con i pochi denti che ancora aveva in bocca.

L’è andata storta?

Eh si, Franco. – disse, sorridendo anche lui di rimando. – Queste donne moderne. Non si sa mai come pigliarle.

Non lo dica a me. Io ne ho sposata una senza tanti grilli per la testa… Pensa solo a cucinare e a rammendarmi i calzini.

Quello che è giusto. Ti dispiacerebbe passarmi il telefono?

Certo.

Emanuele cominciò una lunga serie di telefonate, lunghissima. Ad un certo disperò che potessero rispondergli. Sino a che Franco gli porse il ricevitore mentre lui guardava fuori dalla finestra il caotico traffico della sera.

Ispettore… Londra in linea. – disse Franco.

Grazie… Pronto?

Pronto, buonasera, ispettore Mannino. Sono il segretario del dottor Turri. Si scusa, ma è ad una cena di lavoro presso il Foreign Office…

Ascolti, è molto importante che riesca a parlargli o a lasciargli un messaggio. Molto importante. Può dirgli che è per l’avvocatessa Imparato?

Farò sicuramente presente la cosa al dottor Turri, ma per questa sera dubito che sarò in grado di…

Va bene, va bene. Capisco.

La comunicazione si interruppe dopo i saluti di rito.

Uno strano sorriso si dipinse sul volto di Emanuele.

Cenarono in camera da letto. In silenzio, guardandosi negli occhi.

Fu Emanuele ad interromperlo.

Io credo che… – disse.

Volevo dirti… – intervenne lei.

S’interruppero. Poi si misero a ridere.

D’accordo. – disse lei. – Comincia tu.

Io… ti amo. E non so come mai ci abbia messo tanto tempo anche solo per ammetterlo a me stesso. Ma adesso so una cosa: voglio dirtelo e dimostrartelo tutte le volte che posso. E, soprattutto, voglio che tu stia con me, d’ora in avanti. Voglio impegnarmi seriamente.

Lei sorrise e lo accarezzò.

Tu impegnarti seriamente? – disse.

Si… Ti sembra tanto difficile da credere?

No. Lo so che sei una persona seria. Anche troppo. Quando stavo con Marco non hai mai provato a…

Quello che è stato è stato. Ora siamo insieme e non voglio perderti.

Dimentichi una cosa.

Quale?

C’è qualcuno che vuole uccidermi.

Già. A questo proposito…

Dimmi.

Mi hai detto che il tuo cliente ti ha praticamente costretta ad accettare la sua difesa, senza mai presentarsi ufficialmente. Questo perché è latitante… Ha già provato a farti desistere dai tuoi propositi, prima con le buone e poi è passato alle maniere forti. Se scopre che sei qui da me, diventerai un bersaglio sin troppo facile. Dobbiamo costringerlo a venire allo scoperto. E ora come ora c’è un solo modo per farlo. Ma…

Ma?

Devi fidarti di me.

Mi fido ciecamente, ispettore Mannino. Puoi giurarci.

Lo attirò a sé baciandolo con passione e lo strinse contro il suo corpo.

Quel che restava della cena finì in terra.

Il giorno dopo, la pagina degli annunci economici del Corriere della Sera, recava uno strano trafiletto tra le tante offerte di massaggiatrici riservatissime solo per distintissimi e le matrimoniali con foto presso caselle postali.

A.A.A. AVVOCATO NAPOLETANO DI CHIARA FAMA RICERCA GIOVANE DI STUDIO, DIPLOMA DI LAUREA IN SCIENZE POLITICHE, PER RIVISITAZIONE VECCHIO ARCHIVIO DEL 1977. APPUNTAMENTO AL CENTRO SERVIZI DELLA FIERA CAMPIONARIA, INGRESSO SUD, ALLE ORE 12.30 DI DOMANI.

Salvatore Tartaglia sedeva nel suo studio al buio.

Preferiva così, da quando una pallottola di striscio gli aveva sfregiato una guancia. Preferiva non guardarsi allo specchio che gli rimandava un profilo che non era più il suo e che i chirurghi plastici ai quali si era rivolto avevano contribuito a stravolgere.

Parlò con voce roca.

Una voce abituata a dare ordini e a soppesare ogni parola, a non sprecarne troppe.

E così il poliziotto siciliano ha fatto la sua mossa… – disse, posando la pagina del giornale che recava l’annuncio.

Volse lo sguardo verso i cinque uomini fermi a pochi metri da lui.

Ve ne occuperete voi. Fate un lavoro migliore degli uominicchi che mi hanno consigliato l’ultima volta.

Non dubitate, don Salvatore. Andrà tutto secondo i desideri di Vossia…

Anche quegli altri piglia’n culo me l’avevano assicurato. Vedete di non deludermi! – sbottò il boss.

Questa faccenda si è trascinata per troppo tempo. Il nostro uomo ha scassato la minchia con ‘sta storia dell’avvocatessa e ci siamo già esposti abbastanza!

La fiera campionaria di Milano si chiamava così pur trovandosi nel quartiere Sempione di Rho, nell’immediata provincia della capitale “morale” del paese.

Quando non c’erano manifestazioni e congressi era un luogo ideale per gli appuntamenti d’affari di un certo tipo, incontri d’amanti provenienti dai lati opposti della città, spaccio di droga e traffici illeciti d’ogni genere.

Emanuele rientrò a casa alle due del mattino, dopo aver effettuato un primo sopralluogo del posto. Entrò senza far rumore nella stanza da letto e la vide dormire.

Le si avvicinò ed allungò una mano per accarezzarle i capelli, ma il gesto rimase a metà.

Sei così bella, amore mio… E la tua vita sarà la cosa più difficile da difendere d’ora in poi.

Nuova notte insonne sul divano con i Pink a palla nelle orecchie, a mettere insieme i pezzi di una storia incoerente.

Nuovamente nella casa del portiere che, per fortuna, si alzava alle cinque del mattino per iniziare i suoi lavori.

Vi ha respinto ancora, ispettore? – disse sogghignando.

Le piace dormire da sola. Certe volte non mi lascia neanche entrare.

Aprì la busta che aveva trovato sulla scrivania del suo ufficio. Era arrivata la sera prima per telefax. Proveniente dall’ambasciata di Londra.

Lesse tutto d’un fiato.

Marco Turri ricordava di sé e di Susi.

Era come tornare indietro nel tempo. Era di nuovo al liceo e Marco gli raccontava della loro storia. Ma c’era come una nota stonata, qualcosa che non gli tornava in tutta quella storia, sin dall’inizio.

Prese il telefono. Chiamò la redazione del Corriere.

Vorrei lasciare un messaggio per Simona Rizzo. – disse a chi gli rispose.

Dica pure, ispettore.

Franco ascoltò la dettatura del messaggio e quando Emanuele ripose il telefono sorrise.

Bisogna avere sempre una donna di scorta. – disse sorridendo, mentre gli porgeva una tazza di caffè che la moglie aveva appena fatto.

Il che vuol dire un problema di scorta… – rispose Emanuele.

Si mise ad osservare l’alba dietro i vetri.

Simona vide la comunicazione sulla sua scrivania non appena arrivò in redazione, alle ore 08.00 in punto.

“Puoi scrivere che il caso Tartaglia è stato brillantemente risolto grazie alle forze dell’ordine… Un’altra cosa: non prendere il lutto per me. È ancora presto.”

Strinse con forza il foglietto sino a renderlo una poltiglia, poi lo gettò rabbiosamente nel cestino del pattume. Maledetto figlio di puttana di un poliziotto!!

Il commissario Mallardo ricevette la comunicazione sullo sviluppo delle indagini nel suo ufficio, alle ore 07.30.

“Fiera campionaria, centro servizi, ingresso sud. Ore 12.30. Siete avvertito.”

E si mise subito in moto.

– Mondò? – disse, chiamando al telefono il suo vice. – Preparate cinque auto per le 12.00. Si va alla fiera campionaria, a caccia di cani randagi.

Il risveglio di Susi fu dei più dolci.

L’odore del caffélatte e dei croissant caldi penetrò le sue narici. Si mosse e lo vide, vicino a lei, con il vassoio in mano.

La colazione, principessa. – disse lui.

Dove hai dormito? – chiese lei.

Sul divano. Per il portiere del palazzo e sua moglie sei una donna bisbetica, intrattabile.

Gli occhi di Susi si inumidirono.

Emanuele, avvicinati…

Lo baciò dolcemente e lo trascinò sul letto.

Ma… la colazione? – disse lui.

Dopo. Non ti ho ancora ringraziato abbastanza come meriti.

La fiera campionaria.

Nel luogo e nell’ora stabilita per il rendez-vous.

I cinque killer del clan Tartaglia attendevano il loro bersaglio da un momento all’altro.

– Appena arriva a portata, uscite e fatelo secco. Don Salvatore vuole un lavoro pulito e rapido. – disse il più grosso e loquace di tutti.

Attesero un altro po’.

Ma invece di Emanuele o di chiunque altro, videro arrivare cinque auto dipinte di bianco e azzurro. Sulle fiancate la scritta in maiuscolo diceva “Polizia”.

Si disposero a tenaglia, due davanti e tre dietro l’auto dei killer.

L’uomo che aveva parlato poco prima sacramentò.

L’annuncio era una trappola! – urlò – Ci hanno fottuti.

Gli agenti scesero rapidamente dalle macchine e puntarono le armi, mitra M12 e pistole Beretta in calibro 9 parabellum, contro i mafiosi.

Gettate le armi ed arrendetevi! – urlò una voce armata di megafono.

Pochi secondi. Attimi di tensione con le dita pronte sui grilletti. Poi cinque grosse pistole furono scaraventate fuori dai finestrini dell’auto dei killer.

Il commissario Mallardo abbassò il megafono, non riuscendo a trattenere un sorriso di soddisfazione.

La stanza buia dove Salvatore Tartaglia aveva ordinata la morte di Susi Imparato era vuota. Mallardo guardò Emanuele che non aveva saputo trattenere il disappunto.

Riusciremo ad incastrarlo. – gli disse. – Verrà anche il suo momento.

Lei crede?

Ne sono sicuro. Si è esposto troppo in questa storia. E sappiamo che cosa nostra non gradisce in nessun caso la sovraesposizione.

È questo che non mi convince. Che non mi ha convinto sin dall’inizio. Perché voleva uccidere Susi? Qual’era il senso? Cosa voleva dimostrare?

Credo… credo che dovremo accontentarci di quello che abbiamo. Per ora.

Si. Forse è davvero meglio così…

Nell’appartamento di Emanuele.

Lui la guardava fare le valige. Si preparava a tornare a Napoli.

Solo per un breve periodo, gli aveva detto. Poi sarebbe tornata, per stare con lui.

Per sempre.

Susi… – disse ad un certo punto. – Cosa successe tra te e Marco? Esattamente.

Beh… – rispose lei. – A parte i problemi che ti ho detto, non mi piacevano certe sue amicizie, come le definiva lui. Gente connessa ad affari poco chiari. Ero molto confusa in quel periodo, diceva che sarebbe stato utile per il futuro di entrambi. Che mi avrebbe presentata a gente introdotta in ambienti… Insomma, gente che mi avrebbero fatta diventare importante come avvocato. Ma non me la sentii di dargli ascolto. E lui colse l’occasione per lasciarmi. Il resto… lo sai.

Si. Come so che il responsabile di tutto è lui.

Ora basta con questa storia, ti prego! – disse lei. – È una cosa vecchia, morta e sepolta, Emanuele… Guarda che bella giornata oggi. Perché non mi porti a vedere il sole? Dai.

Non ci volle molto per raggiungere il parco.

Camminavano piano. Susi non voleva perdersi neanche un raggio di quel sole caldo.

Ad un certo punto Emanuele si fermò. Il suo cercapersone aveva cominciato a suonare.

È il mio capo. – gli disse. – Vado a sentire cosa vuole.

Non fare troppo tardi. – rispose lei. – Voglio godermi il sole con te.

Farò prima che posso…

Susi rimase da sola sotto il sole.

Si fermò vicino ad una panchina e si sedette.

I raggi le scaldavano il viso. Chiuse gli occhi e si lasciò avvolgere dal calore.

Avvinta dal sole.

Sino a che una voce alle sue spalle non la riportò alla realtà.

“Quella” voce.

Susi!

Marco? – disse lei, stupita, mentre si alzava e lo vedeva avvicinarsi.

Maledizione, Susi!… Non sei ancora morta. Maledetto il momento in cui ti sei messa con me. Salvatore Tartaglia mi aveva avvertito… Ed ora pretende che sia io stesso a farti fuori!

Susi lo guardò stranita. Si sentì sprofondare.

“Non sei ancora morta!”

“Salvatore Tartaglia pretende che sia io ad ucciderti.”

Parole di pietra. Parole da killer.

Parole pronunciate da Marco Turri, il ragazzo che stava con lei al liceo.

Il miglior amico di Emanuele.

Spetta a te l’onore, mi ha detto quello stronzo! – continuò lui. – E mi ha fatto tornare apposta da Londra… Bene. Pochi minuti e sarà tutto finito. E poi sarò libero, libero dagli obblighi che mi legano a lui. Libero e ricco!

Estrasse una piccola semiautomatica dalla tasca della giacca. La puntò contro la donna. Susi indietreggiò inorridita.

Marco… – disse.

Marco! – disse un’altra voce, più dura e determinata.

Sarai morto tu se non la getti. – disse Emanuele, emergendo dalla macchia d’alberi dietro i due e puntando la pistola contro il suo vecchio amico.

Emanuele! – disse Marco. – Bene… adesso si che siamo al completo.

Napoli, università Federico II°, aprile 1977.

Come nella foto di Emanuele.

Tre amici.

Lui, lei e l’altro.

Solo che adesso Emanuele aveva una pistola puntata contro Marco che ne puntava una contro Susi.

Gettala, ti ho detto! – urlò Emanuele. – Gettala o sparo!!

Marco gettò l’arma nell’erba alta. Alzò le mani come ad arrendersi e cominciò ad indietreggiare.

Perché, Marco? Perché? – implorò la voce di Emanuele. – Fammi capire, dammi una ragione. Una qualsiasi!

Perché, povero stronzo piagnone? – rispose lui, con tono sardonico. – Per i soldi. E per che altro? I soldi, il lusso. Tutte cose che questa stupida puttanella ha sempre rifiutato. Parlava di codice etico, di morale… Stronzate! Era casta e pura, lei. Cazzate. Solo con uno come te poteva andare d’accordo.

Basta, basta! – urlò Susi, coprendosi le orecchie con le mani a palmi aperte e cominciando a singhiozzare.

Stupida stronza… Con lui le hai aperto subito le gambe. E con me facevi la difficile… Sai, devi capirmi, non è così che voglio farlo…

Ora basta, Marco! – urlò Emanuele. – Basta o quanto è vero Dio, io ti…

Cosa fai? Mi ammazzi? E quando mai lo faresti tu? Hai troppo alto il codice dell’onore, della lealtà… O almeno lo avevi, fino a che questa troia non ti si è infilata nel letto, vero?

Piantala!

Non riusciresti mai ad ammazzarmi a sangue freddo. Tu hai bisogno di una motivazione. Devi affrontare il nemico guardandolo negli occhi, aspettando che sia lui a sparare per primo. Non sei un killer. Tu no.

Così dicendo cominciò ad allontanarsi, mentre Susi continua a piangere, seduta sull’erba.

Fu la voce di Emanuele a farlo voltare un’altra volta.

Ehi, Marco… – urlò.

Marco Turri si voltò.

E guardò il suo vecchio amico negli occhi.

Vide la canna della pistola rivolta verso la sua faccia.

E capì.

Marco ed Emanuele una volta erano amici. Avevano condiviso esperienze e confidenze.

Ora non erano più nulla.

Hai visto l’alba stamattina, Marco? – disse Emanuele prima di esplodere il colpo.

Uno solo.

Bastò.

Marco Turri si accasciò al suolo, colpito al cuore.

Era morto.

Sul volto un’espressione d’incredulità.

Emanuele aiutò Susi a rialzarsi.

Lei aveva un milione di domande nello sguardo. E voleva delle risposte.

Lui… – cominciò a dire Emanuele. – Perquisendo il covo di Tartaglia abbiamo trovato dei documenti dell’ambasciata italiana di Londra, compreso un passaporto falso con visto internazionale, firmato da Marco in persona. Non so se lo ricattassero o meno, ma era loro complice sin dall’inizio. Voleva vendicarsi di te, così quando ha saputo che eri diventata il difensore di don Salvatore ha colto l’occasione per farti fuori.

Non parlare adesso… – disse lei. – Abbracciami, ti prego.

E riprese a piangere sulla sua spalla.

Anche Emanuele aveva gli occhi lucidi.

Guardò quel cadavere nell’erba alta.

Il cadavere di Marco Turri, del suo migliore amico.

O almeno così credeva che fosse.

Il sole di Milano riprese a scaldarli.

Il gelo nell’anima non sarebbe andato mai più via.

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