Policeman Blues La leggenda di Emanuele Mannino

Vita, provincia di Trapani, estate 2023.

Il gruppo di turisti tedeschi si fermò sotto il piccolo balcone, ammirando i murales che decoravano le pareti della casa.

… E qui… – disse la guida. – Potete ammirare la forma artistica più conosciuta del paese che stiamo visitando. I murales, realizzati dagli stessi abitanti del borgo vecchio e che illustravano come fossero dei fumetti le storie del paese.

Un vecchio signore, alto e grosso come una quercia, vide una donna, vestita di nero, seduta al balcone al primo piano della casa di fronte al murale.

Era ferma, immobile come una statua, sotto il sole che batteva implacabile.

Si avvicinò alla guida e chiese.

E cuella? – disse in un italiano stentato. – Chi essere cuella? Pare statua…

Oh, è solo una delle altre attrattive del paese. È una donna anziana e cieca. La leggenda locale vuole che sia l’ultima di una genìa di streghe…

Streca? Cuella essere streca?

È solo una leggenda, gliel’ho detto, signore. Dicono pure che siano più di quarant’anni che non si muove e che stia lì notte e giorno, come ad aspettare. Ma adesso se volete seguirmi, voglio mostrarvi…

Il turista tedesco alto e grosso scattò una foto mentre si allontanava con il gruppo. Una sola.

La donna che dicevano essere una strega e che portava lo stesso nome del paese dov’era nata e cresciuta, li sentì andare via.

Ne sarebbero venuti altri, lo sapeva. Ed ogni volta qualche stupido avrebbe chiesto di lei, della strega immobile come una statua sulla sedia, affacciata al balcone della sua casa in rovina.

Lei aspettava.

Aspettava il suo ritorno.

Il ritorno di quello, che come lei, era divenuto leggenda per il paese dal nome impegnativo.

Se qualcuno avesse voluto lei gliene avrebbe parlato di quella vecchia storia di quarant’anni prima.

Ma non interessava a nessuno. Nemmeno ai suoi nipoti, che l’avevano sentita raccontare decine e decine di volte.

Una storia di morti ammazzati e di mafia. La storia di un uomo che tornò un giorno al suo paese.

E del sangue che venne versato.
La storia di una vendetta.

Una vendetta divenuta leggenda.

La leggenda di Emanuele Mannino.

Il gallo di ferro battuto era fermo.

Quel giorno non tirava nemmeno un alito di vento e sebbene fosse solo l’inizio della primavera, la canicola si faceva già sentire nei vicoli di pietra. Chi poteva si rifugiava nei bar del centro, a succhiare una gratta checca, e al fresco dei condizionatori d’aria. Chi rimaneva al sole poteva cercare un po’ d’ombra sotto i portoni delle case.

Il caldo opprimeva i corpi ed ottenebrava le menti.

Solo così si riusciva a sopportare quell’odore acre che pareva trasudare dai muri.

Un odore acido e vischioso, che ti si attaccava addosso e non andava più via.

Un odore che tutti conoscevano.

Puzzo di metallo e amarezza, di violenza e attesa.

L’odore del sangue.

Il sangue che alcuni uomini sembravano cercare come vampiri in cerca delle loro vittime.

Nell’odore del sangue, alcuni uomini ne cercavano altri. Li trovavano, parlottavano a mezza bocca tra loro ed insieme si mettevano a cercarne uno.

Uno che faceva paura a tutti loro. Che non era come loro.

Gaetano Tartaglia era seduto sulla sua poltrona preferita, avvolto nella penombra , davanti alla porta finestra che dava sul giardino. A perdita d’occhio guardava i filari di aranci, limoni, e del miglior Inzolia della zona. Ci facevano il bianco d’Alcamo e il Marsala. Aveva sempre una bottiglia piena sul tavolino alla sua destra, e spesso indulgeva ad assaggiare i prodotti dei suoi vitigni, ma quel giorno non voleva bere.

Doveva restare lucido.

Agostino Mandalà era diventato il suo guardaspalle da quando il poliziotto siciliano che stavano cercando nelle campagne attorno alla cittadina gli aveva ammazzato il fido Santino, che stava con lui sin da quando era ragazzo.

Agostino era giovane, della nuova generazione, dalla ferocia ancora più bestiale.

Nìente? – disse don Tano.

Nìente, don Tano. – rispose Agostino. – Stu sbirru pare sia capace di scumparìri…

Gli uomini non sanno scumparìri, Tino… – disse Tartaglia. – Lui è qui attorno, lo so. E verrà da me.

Se lo fa è pazzo. – disse Agostino, toccandosi sotto l’ascella, dove portava la fondina con la pistola. – Ci sono tutti i nostri che lo cercano. Non uscirà mai vivo da qui.

Verrà…

E se fosse tornato in continente con la fìmmina avvocato?

No. Non l’ha fatto. Deve consumare la sua vendetta. Deve uccidere anche me.

Si versò un sorso di marsala e bevve piano.

In alto, sul tetto, il gallo di ferro battuto cominciò a cigolare.

Si era alzato il vento.

Rosaria Marangolo parlava piano, tra i denti.

Gli occhi erano ciechi, orbite scure perse nel vuoto. La pelle, una ragnatela di rughe.

Stava seduta su di una sedia di paglia intrecciata, sul balconcino al primo piano della vecchia pensione che la figlia Angelina e sua nipote Vita gestivano in proprio da quando il padre della ragazza se n’era andato, dopo essersi invaghito di una straniera, una fìimmina del continente e l’aveva seguita sino al nord.

Il sangue… – disse Rosaria ad un certo punto, attirando l’attenzione della nipote, intenta a rifarle il letto. – C’è odore di sangue, Vita. Sentii passi di uomini, passi svelti.

E che c’è di strano, nonna? – rispose, incuriosita, la ragazza interrompendo per un momento i mestieri e raggiungendola sul balcone.

Quando sarai cieca come me, imparerai molto dalle tue orecchie e dal tuo naso, Vita. – rispose l’anziana. – Perché ci sono uomini che camminano tutti insieme e sussurrano? Perché vanno avanti e indietro per i vicoli? Sentii sbattere una lupara su di un muro. Perché vanno in giro armati? Ci sarà sangue. Lo so. Lo sento…

A dire il vero… – cominciò a dire la nipote, avvicinandosi alla nonna e sussurrandole all’orecchio. – Pare che stiano cercando un uomo, un certo Mannino. Un poliziotto.

Ora capìu… – e la donna parve perdersi nei meandri della memoria. – Tu non puoi arricurdari perché eri troppo picciridda. Una notte di molti anni fa ci fu del sangue. Il vecchio Vittorio, il patriarca dei Mannino, su’ mugghieri, e i figli maggiori, Fredo e Giovanni… L’ammazzarono. Solo il minore dei fratelli, Turi Mannino, la moglie e i figli piccoli arinnìscirono a salvarsi, scappando.

Dicono che questo Mannino è un gran poliziotto nel continente. E dicono pure che fece molti danni agli amici degli amici. Dicono…

La voce forte ed autoritaria della madre Angelina interruppe le confidenze della ragazza alla nonna.

Si dicono molte cose… – disse, arrivando pure lei sul balcone. – E spesso a sproposito! Vatinni a sbacantari u biruni da munnizza. Fila!

E la ragazza filò via di corsa. Angelina guardò sua madre che era ripiombata nel silenzio.

– Quando la smetterai di metterle strane idee in testa. – le disse. – Eh? Quando?

Rosaria non rispose.

Vita Marangolo aveva studiato a Trapani, alle magistrali.

Avrebbe voluto andare all’università, ma la madre non ce la faceva a mandare avanti la pensione da sola e le aveva chiesto di darle una mano. Così aveva messo da parte i sogni d’insegnamento e si era rinchiusa nella pietra dura del paese natio, quello di cui portava il nome impegnativo.

Aveva finito per odiarlo il luogo in cui era nata.

Ne odiava i silenzi, il caldo d’estate e la nebbia d’inverno, le ombre, le donne vestite di nero, le vedove, come sua nonna e sua madre, che si diceva tale pur senza essersi mai separata dal marito.

E ne odiava gli uomini, con il sorriso lascivo stampato sulla faccia ogni volta che la vedevano girare per la strada.

Uomini come Agostino Mandalà, che già una volta l’aveva chiesta in moglie a sua madre. E lei aveva rifiutato.

Così ogni volta che l’incontrava, lui le si strusciava addosso di proposito.

Bedda pupiddu che sei, Vita… – le diceva sempre. – T’hai a maritari cu’ mmia.

In effetti, Vita sembrava davvero una bambolina. Piccola, rotondetta, forme piene e sode. Capelli ricci rosso fuoco ed occhi dallo sguardo dritto, che parevano scrutarti nell’animo, una quarta naturale di seno. Era logico che attirasse gli sguardi degli uomini come lui. Ma lei faceva finta di non sentire.

E lui sbavava.

Perché Vita sapeva “chi” era in realtà Agostino.

Sapeva qual’era la “carriera” che aveva intrapreso. Lui glielo aveva fatto capire, sperando che il luccichio dei soldi e del lusso la convincesse ad accettare la sua proposta.

Ma Vita sapeva come sarebbe stata la sua esistenza se avesse detto di si.

E non voleva saperne di vivere ogni giorno nella paura, nel terrore fisico che qualcuno le uccidesse il compagno. O uccidesse lei o i figli che avrebbe avuto. I mafiosi come Agostino potevano morire ammazzati, finire i loro giorni in carcere o peggio evitarlo vendendo la pelle dei loro compagni diventando dei traditori, degli infami.

Era troppo presa dai suoi tristi pensieri per accorgersi dell’uomo che le si parò dinnanzi mentre si recava a gettare il pattume. Gli andò praticamente a sbattere addosso, rovesciando il contenuto del bidone in terra, e cadendo a terra.

Ahia! – disse, battendo pesantemente il sedere.

L’uomo rimase impassibile.

Era alto, fisico ben piantato, capelli castano scuri, pizzetto dello stesso colore.

Lei lo guardò, indispettita.

Una mano per rialzarmi potresti anche darmela, eh! – gli disse. – Che dici?

Certo… – disse. – Scusami.

Le tese la mano.

Vita sentì la stretta forte, decisa. Gli scrutò gli occhi e lo sguardo triste.

Vide come un dolore in fondo all’anima. Non avevano la luce maligna di quelli di Agostino. Sembravano piuttosto quelli di un bambino invecchiato troppo presto.

Ti facisti malu?

Nella dignità, più chi àvutru… – disse lei, massaggiandosi il fondoschiena.

Cue sei? Non mi pari uno del paese…

Hai ragione. Vengo da fuori e stavo cercando un posto per dormire stanotte. E m’indicarono quella pensione… – disse lui, indicando la costruzione dietro le loro spalle. – Sai dirmi cùomu si sta?

Posso fare di meglio. – rispose sorridendo lei. – Posso presentarti alla proprietaria. È mia matri…

Sorrise anche lui.

Agostino Mandalà si accese una sigaretta pensando alle parole dei suoi uomini.

Sembra scomparso dalla faccia della terra.

Non si riesce a trovare.

Pare sparito nel nulla.

Lui invece sapeva.

Sapeva che da un momento all’altro il poliziotto siciliano sarebbe comparso. Magari sfidando don Tano ad un duello al coltello, una sfida rusticana per lavare l’onta subita dalla sua famiglia.

E lui doveva essere pronto.

Pronto ad approfittarne.

Nenti arrieri? – chiese ad uno dei suoi che l’aveva raggiunto nel suo ufficio, dove lavorava ufficialmente in una società edile.

Nenti, Agostino. – ripeté l’uomo. – Pare proprio ca chistu sbirro suca minchia sia sparito. Magari è finito all’inferno…

Ci spedirà lui all’inferno se lo lasceremo arrivare in paese. Bisogna continuare a sorvegliare strade, le corriere, il treno.

Ve bene, va bene… – disse l’altro. – Chillu ca non capiu è picché temere un uomo solo. Mica è immortale.

Per don Tano è come se lo fosse.

Don Tano è diventare vìecchiu. Dovrebbe ritirarsi. Come dissero i cugini di Corleone…

E tu che ne sai dei cugini di Corleone?

Gli porse un fogliettino di carta ripiegato a forma di cilindretto.

Leggi. – gli disse. – Te lo manda ziu Binu.

E Agostino lesse.

Angela Marangolo lo squadrò con occhio attento. Poi decise che in quel periodo della stagione non poteva fare a schizzinosa con chi gli chiedeva di fittare una stanza.

Ad ogni modo si fece pagare in anticipo.

È chista. – gli disse, facendogli strada. – Ci piace?

Va benissimo. – rispose lui. – Grazie.

E per quanto la vorreste tenere?

Sino a quando non trovo travagghìu da ‘ste parti. Poi, mi cercherò una casa mia…

Questo lo so. Me lo disse Vita… Ma da dov’è che venite?

Da Palermo.

E a Palermo non c’è travagliare?

Non chiddo ca cerco iu.

La conversazione s’interruppe. Ad Angela la saggezza paesana impedì di fare altre domande allo strano uomo venuto da Palermo. Soprattutto se non voleva sembrare troppo curiosa. E uscì dalla stanza tirandosi dietro la porta.

La luna piena pareva giocare con le rare nuvole in cielo, quella notte.

Una notte fredda, ultimo scampolo di un inverno che andava a morire, per far rinascere la terra e gli uomini.

Nel piccolo cimitero, passi lievi ma decisi si muovevano senza far rumore tra le lapidi e le piccole cappelle.

L’uomo alto che aveva forzato il cancello d’ingresso per entrare furtivamente senza essere visto, si fermò davanti ad una tomba senza fiori né lumini, sporca e con i nomi incisi sopra cancellati non dall’incuria e dal tempo ma da una mano anonima che aveva cercato di cancellarne persino il ricordo.

La mano forte dell’uomo pose un fascio di fiori freschi sulla lapide abbandonata.

Rimase per un po’ di tempo in raccoglimento.

Mentre se ne andava senza voltarsi indietro le nubi cominciarono a coprire la luna.

Il freddo divenne gelo.

Gaetano Tartaglia guardò di nuovo quel fascio di fiori che i suoi uomini gli avevano portato.

Il custode del vecchio cimitero del paese li aveva notati subito, la mattina presto, e aveva dato l’allarme agli sgherri del boss.

Ciuri… – disse. – Ciuri freschi sulla tomba dei Mannino?

Si, don Tano. – disse Agostino. – Qualcuno ce li mise stanotte. Il custode, che è persona fidata, mi fece avvisare e io ve li portai a vedere.

Questo vuol dire solo ‘na cosa: iddu è qua, in paese, in mezzo a noi.

Esatto… E sappiamo pure dove sta.

E dove?

Alla pensione Marangolo.

Portatemelo qua. – disse il boss. – Vivo. Capito, Agostino? Vivo!

Come vossia comanda…

La presero mentre faceva i mestieri nella cucina e la portarono in macchina sino alla tenuta dei Tartaglia.

Inutilmente aveva cercato di farsi spiegare da quegli uomini dalle facce di pietra e con gli occhi nascosti dietro lenti da sole nere il perché.

Ma quando si ritrovò davanti a Gaetano Tartaglia e al suo nuovo guardaspalle, Agostino Mandalà, l’uomo al quale voleva che sua figlia Vita si legasse, Angela Marangolo capì.

Parla… – le disse il vecchio boss.

Iu… – farfugliò lei. – Iu che ne potevo sàpiri? Mi ha chiesto una stanza ed io ho due bocche da sfamare. In questa stagione la pensione è vuota.

Ma tu sapevi che ci sono dei miei nemici in giro qua intorno.

Io non ne ho nemici, grazie a Dio, don Tano. Voi dei vostri potete farne quel che volete. Ai miei bado a modo mio. Io nìenti vedo, nìenti sento e non parlo di cose che non sono mie, lo sapete. Ci tengo a diventare vecchia, io!

Il boss mosse appena la testa.

Vatinni. – poi le disse. – Tornatene alla casa e bada a tua figghia e a tua matri.

Grazie, don Tano.

Prima che uscisse dalla stanza, Agostino le si avvicinò.

Donna Angelina… – le disse. – Stasera passerò a trovare Vita. Ho intenzione di parlare di cose serie. Anche con voi.

La donna si sentì trapassare le ossa da quello sguardo gelido.

Sapete dov’è la mia casa. – rispose.

Vita ha raggiunto a piedi un oliveto sulla collina dietro la pensione.

Sua madre le ha parlato della visita serale di Agostino. La ragazza ha cercato inutilmente di farle cambiare idee.

Sbagliai a farti studiare e a passare tanto tempo a Trapani! – le ha detto. – Io ti ho messo al mondo e posso decidere pure pe’ tia… Agostino Mandalà è un ottimo partito, un… costruttore edile. Un buon patri per i tuoi figli. Tu di un marito hai bisogno, un marito che ti raddrizzi, non del principe azzurro. Adesso vattini a priparari e stasera cerca di non fare la strurusa!

Perché, matri? Perché? Lo sai che non è giusto quello che vuoi che faccia…

Si ferma. È stanca e ha la gola secca. Si appoggia al muretto di pietra che divide la mulattiera dai campi di alberi d’olivo.

Piangeva a dirotto. Voltò la testa intorno e lo vide.

Disteso, quasi rilassato, sotto la poca ombra di uno degli olivi.

Il poliziotto siciliano.

Mannino.

Gli si avvicinò. L’espressione di Emanuele era tranquilla. Sembrava quasi che non gli importasse del fatto che gli uomini di don Tano lo cercassero per mari e monti.

Tu sei… il poliziotto siciliano. – disse.

Il mio nome è Emanuele. – rispose quasi serafico lui. – Sono proprio io quello che stanno cercando.

E te ne stai qui, tranquillo? Se ti trovano…

Dove dovrei andare? Sono stanco di giocare a nascondino. Se mi vogliono che mi vengano pure a prendere.

È vero che venisti per vendicare i tuoi morti?

Non lo so, Vita… Davvero. Non lo so più. Quando sono tornato dal continente mi è parso di vivere un sogno. Tornavo nella mia terra, dove sono nato… Poi quando hanno cercato di uccidermi a Palermo, ho capito che le cose qui sono com’erano più di trent’anni fa, quando i miei nonni e i miei zii vennero ammazzati come cani rabbiosi. Le strade, i paesi, gli uomini, nonostante ci siano persone che vogliono cambiarle davvero le cose e che nessuno appoggia, nemmeno chi per prima li dovrebbe aiutare. Prendi tua nonna. Era lì, sul balcone, seduta sulla sedia, quella notte. Ricordo che la vidi mentre scappavamo in macchina, io, i miei genitori e i miei fratelli. Sul muro della casa dei miei nonni ci sono ancora i segni dei pallettoni che i Tartaglia spararono con le loro doppiette… Qui il tempo non cambia mai, il passato si ripete sempre uguale a sé stesso. E continuerà a farlo anche nei prossimi anni, anche se io uccidessi don Tano e vendicassi i miei morti. La mafia è una zoccola capace di strusciarsi vicino a chi detiene il potere. L’ha sempre fatto e lo farà sempre. Sino a che qualcuno crederà di potersene servire senza capire che in realtà ne diventa complice e chi detta la danza è sempre e comunque quello che ha il fucile dalla parte del grilletto.

Che dici? Non capisco…

Io sono un’altra persona ora, Vita. E se anche portassi a termine quello che tutti qui si aspettano che faccia, altri prenderebbero il posto di don Tano, sfruttando i suoi legami, e questo paese non cambierebbe mai, sempre sfruttato da chi ha le amicizie giuste, le mani in pasta… Io non ci credo più nella vendetta, nel sangue che lava il sangue. Penso che me ne andrò, lascerò la Sicilia per sempre.

Sei fortunato. – disse lei abbassando la testa. – Magari potessi fare lo stesso. Andare via…

Ma non lo farai, picciridda…

La voce di Agostino Mandalà era dura, fredda.

Come la canna della pistola che puntava contro Emanuele.

Tu resterai qui, mi sposerai e mi darai dei figli, masculi e forti. Forse non sarai felice, ma io si. Perché è quello che voglio.

No! – urlò lei. – Non accadrà mai.

Quello che tu vuoi o non vuoi non conta, amore mio… E tu, mister super poliziotto, credi davvero che in paese siano tutti stupidi? Gli altri forse. Invece io le cose le vedo, le ascolto parlare, dirmi quello che voglio sentire. Metto insieme i pezzi e spesso trovo quello che mi serve. Come con te adesso.

E allora saprai pure che don Tano non ha più niente da temere da me.

Don Tano è invecchiato male… Poi, da quando gli ammazzasti il fratello, non esce più di casa, se ne sta sempre zitto e non si occupa più degli affari. E qui c’è bisogno che qualcuno mandi avanti le cose prima che vada tutto a schifio. Pensa che il vecchio vede ombre dappertutto, dice che tuo nonno gli fa visita tutte le notti, si mette ai piedi del suo letto e lo guarda, muto, con il sangue che gli esce dalle ferite e le orbite vuote, piene di vermi.

Un bel peso è diventato… – disse, sarcastico, Emanuele.

Vedo che hai compreso. Gli amici degli amici dicono che non è più affidabile, che ci vuole sangue giovane e deciso.

Come il tuo, immagino.

Esatto, sbirru minchiuni. La tua morte mi renderà famoso, un uomo rispettabile ed affidabile per i cugini di Palermo e di tutta la Sicilia. Muovetevi! Don Tano ci sta aspettando…

Il volto non lo riconobbe.

O meglio non era più quello che ricordava sorridergli, mellifluo, da bambino, mentre gli accarezzava la testa e quegli strani capelli color del sole che rendevano Emanuele un bambino così diverso dai suoi coetanei, tutti bruni e scuri di carnagione.

Quel volto era irriconoscibile, trasformato in una maschera grigia e in disfacimento.

E così sei tornato, alla fine. – cominciò col dire. – Non cangiasti molto, Mannino. Eri già un picciriddo alto e forte come una quercia. E sei diventato un uomo uguale a quel bambino. Solo i tuoi occhi sono come morti. Io ho sempre saputo leggere negli occhi. Ci ho visto coraggio, paura, dolore e terrore. E pure schifo… Ho imparato a conoscere gli esseri umani in questo modo. Eppure nei tuoi non leggo nìenti. Non c’è vita. Sembri un cadavere ambulante.

Per un attimo ritrovò l’antico tono da boss del quale tutti avevano paura.

Si schiarì la voce e ricominciò.

E tra poco non lo sarai per davvero. Forse, così, tuo nonno smetterà di tormentarmi tutte le notti.

Poi abbassa il capo. Lo sguardo si perde di nuovo nel vuoto. È come se fosse in un altro mondo, tutto suo.

Quello fu un anno brutto. Tutto morì… Le pecore si ammalarono, il raccolto si bruciò nelle gelate d’inverno. Un brutto anno. E tuo nonno, il vecchio Vittorio, si mise in testa di difendere le sue cose con il fucile. Come fece con mio figlio Enzo. Il vecchio Vittorio sparò… Come te e mio fratello Turi… Morì tutto, quell’anno. Uomini, pecore, orgoglio… Tutto.

Il vecchio boss era talmente compreso nei ricordi che nemmeno si accorse di Agostino, piazzatosi in silenzio alle sue spalle.

Un attimo e la lunga lama fendette l’aria intorno al collo del boss.

Una fontana rossa proruppe dalla giugulare recisa.

Gaetano Tartaglia, il vecchio padrone del paese dal nome impegnativo nemmeno si accorse di morire. Si afflosciò come un sacco vuoto, affogando nel suo stesso sangue.

Vita arretrò, terrorizzata dal sangue che era arrivato a bagnare il pavimento.

Agostino… – urlò. – Sei pazzo!

No, che non lo è, Vita. – disse Emanuele con voce spettrale. – Altro che pazzo. È fin troppo lucido e razionale… L’ambizione spinge a fare gesti estremi, se si vuole conquistare il potere. Ad eliminare tutti gli ostacoli. In questo caso il vecchio boss rimminchionito dalla morte del fratello e dai troppi ricordi spiacevoli. E come farlo? Come eliminarlo senza scatenare un’altra guerra fratricida tra le cosche? Approfittando del poliziotto siciliano venuto a cercare la sua vendetta.

Ma tu non hai fatto niente ed io…

Tu non dirai nulla. Nulla che anche Agostino non vorrà tu dica. E lo farai per proteggere te stessa e la tua famiglia. Immagino che anche gli uomini di don Tano dichiareranno la stessa cosa…

Debbo ammetterlo, sbirro. Lo ziu Binu l’aveva detto ch’eri molto pericoloso, un vero serpente…

Ti manca l’ultimo dettaglio.

E sai pure qual è?

Ammazzarmi, in modo che lo scenario sia perfetto.

Esatto. – ghignò Agostino. – Il tuo arrivo è stata una manna. Ho aspettato per anni questo momento. Adesso la faremo finita con gli armenti e gli aranci. Modificheremo il piano regolatore, creeremo case, acquedotti, fabbriche… Ci sono persone del nord che vogliono investire i piccioli, tanti, migliaia di migliaia. Un fiume di denaro per un mondo nuovo. Questo mondo è finito con la morte di don Tano. Il futuro appartiene a me e a quelli come me. Gino!

Uno degli uomini di don Tano, ora al servizio di Agostino, comparve alla soglia della stanza.

Adesso morirai, sbirro! – gli disse.

Emanuele, che non si era mai mosso dalla sedia dov’era seduto, sorrise.

Non ci si può opporre al proprio destino… – disse.

Spara a sto pezz’i merda! – urlò Mandalà.

Un colpo sordo.

Uno solo.

E Gino cadde pesantemente a terra. Morto con una palla in fronte.

La piccola calibro .22 era comparsa come d’incanto nella mano destra di Emanuele, apparentemente poggiata sulla sua gamba sinistra.

Poi, ricordava sempre meno distintamente Vita, tutto cominciò ad andare a rallentatore, uomini e cose.

Emanuele le si gettò addosso e la mise al riparo dietro il corpo esanime del boss.

Si spostò di un passo e spiò i movimenti di Mandalà, che cercava affannosamente la pistola che aveva in tasca.

Attirati dallo sparo accorsero gli altri tirapiedi di Agostino, armati sino ai denti.

La pistola di Emanuele fece fuoco altre cinque volte, senza sbagliare mai.

Mandalà guardò inorridito la stanza trasformatasi in un mattatoio.

Il suo sogno era diventato all’improvviso un incubo.

Maledetto sbirru! – urlò, mentre usciva da quel mattatoio, correndo e sparando.

Mi fai faticare sino alla fine… Ma giuro che t’ammazzerò.

Si fermò davanti alla sua auto.

Cercò nervosamente le chiavi, ma le mani tremavano.

Gli caddero di mano e si chinò a riprenderle.

Lo vide.

Era alle sue spalle, sottosopra.

Sono qui… – disse Emanuele.

Solo quello. Poi parlarono le armi.

Agostino Mandalà sparò.

A vuoto.

Emanuele prese con calma la mira.

L’ultimo colpo della calibro .22 fu sufficiente.

Agostino Mandalà cadde nella polvere a faccia in avanti.

Il suo sogno era finito prima di cominciare.

Vita corse verso Emanuele.

In lontananza si sentivano le prime sirene.

Stanno arrivando i carabinieri… – disse Emanuele. – Vattene, Vita. Non voglio che tu sia coinvolta in questa storia.

E tu? Cosa farai adesso?

Me ne vado. – disse lui. – Non c’è più ragione che resti. Inoltre è pericoloso… Per eliminare don Tano, Agostino deve aver avuto l’appoggio delle famiglie vincenti. E loro incolperanno me di questo macello.

Si voltò verso la ragazza. Sorrise.

Sarà la vendetta di Emanuele Mannino. Finalmente compiuta…

Portami con te, ti prego. Io non voglio restare qui.

Emanuele abbassò la testa.

Non posso… – disse poi. – Ho qualcuno che mi aspetta, sul continente. Ti auguro di trovare la forza di andartene da sola. Per te stessa. Magari, quando quest’isola si sarà liberata, tornerò. E ci rivedremo.

Vita scappò via in lacrime.

Emanuele frenò l’istinto di correrle dietro.

Tirò fuori il tesserino della Polizia di Stato da una tasca interna della camicia e gettò a terra la pistola. Alzò le mani come ad arrendersi, mentre le auto dei Carabinieri arrivavano facendo stridere i freni nel cortile della masseria della famiglia Tartaglia.

Vita tornò lentamente verso la pensione, delusa, amareggiata e inorridita per quello a cui aveva assistito.

Si sentiva oltraggiata per essere stata rifiutata dal poliziotto siciliano.

Gli aveva chiesto aiuto. Lui non poteva dargliene, ma aveva ragione: doveva trovare dentro di sé la forza per andarsene.

Parlerò con la nonna, pensò. Lei mi capirà e… Ma che succede? Perché non è sul balcone? Che è successo?

Le rispose il canto delle lamentatrici.

Entrò di corsa in casa e si diresse al piano di sopra.

S’immobilizzò sulla soglia della camera di Rosaria.

La nonna era sul letto, composta, con le mani incrociate sul petto e l’abito nero buono. Morta.

Sua madre la vide. Aveva gli occhi rossi dal pianto.

Allargò le braccia. Voleva che l’abbracciasse e la consolasse, ma Vita la evitò ed uscì sul balcone.

La strada era vuota. Il silenzio avvolgeva ogni cosa.

C’era solo la vecchia sedia di paglia della nonna. Vita la fissò solo per un attimo.

Poi si sedette.

E da quel momento seppe di essere perduta.

La sua vita era finita.

Il mondo l’aveva sfiorata soltanto. E l’aveva rifiutata.

Il paese che aveva davanti era come glielo aveva descritto Mannino.

Quello che lei non aveva capito allora le divenne improvvisamente chiaro.

Il paese dal nome impegnativo, il “suo” nome, era fatto di gesso, immobile.

Vita seppe che non avrebbe mai potuto sfuggirgli. E decise di non guardare più. I suoi occhi si spensero senza essere ciechi.

Il tempo sarebbe passato. Il tempo e le stagioni, gli anni. Uno dopo l’altro.

Sempre uguale, sempre identico a sé stesso.

Ogni giorno avrebbe avuto la terrificante sensazione che un fantasma maligno le facesse compagnia in ogni momento, pronto a ghermirla.

Ma decise di non farsi prendere.

Voleva aspettare il suo ritorno, il ritorno di Emanuele, mentre intorno a sé sentiva crescere il rispetto e la paura della gente, quella che credeva che l’unica sopravvissuta alla vendetta del poliziotto siciliano avesse poteri magici.

Mi ricordo di Emanuele Mannino. Lo ricordo come fosse oggi…

Così per i suoi paesani divenne la Strega. Passavano veloci sotto il suo balcone, la guardavano di sfuggita, badando a non farsi notare, si segnavano e andavano oltre.

Un giorno, pensò, si sarebbe sposata, avrebbe avuto dei figli e dei nipoti, che avrebbero ascoltato con gioia la sua storia…

Se andate in Sicilia e vi trovate a passare per quel paesino dal nome impegnativo e che pare scolpito nella pietra di cui sono fatte le case del borgo vecchio, cercate il vicolo e la casa in rovina dove vive la vecchia strega.

Chiedete della sua storia.

E se nessuno vorrà parlarvene, chiedetelo direttamente a lei.

Lei ve la racconterà come facevano i cantastorie di cui si è persa la memoria.

Vi racconterà una storia che nessuno vuole più ascoltare.

Una storia di morti ammazzati e di mafia.

La storia di un uomo che tornò un giorno al suo paese. E del sangue che venne versato.
La storia di una vendetta.

Una vendetta divenuta leggenda.

La leggenda di Emanuele Mannino.

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