Policeman Blues Ritornando in Sicilia

This is the end

Beautiful friend

This is the end

My only friend,

The end

Of our elaborate plans, the end

Of everything that stands, the end

Aeroporto di Milano Linate, mattina di primavera.

L’avvocatessa Assunta Imparato stava partendo per Palermo, per testimoniare in un importante processo di mafia contro il suo ex cliente, Salvatore Tartaglia.

Lo speaker aveva già fatto l’ultimo annuncio per i ritardatari che ancora si trovavano nella sala imbarco, ma Emanuele era deciso a tenerla con sé sino all’ultimo istante disponibile.

L’abbracciava stretta mentre Susi cercava di trattenere le lacrime.

Promettimi che mi telefonerai non appena arriverai in albergo. – le disse.

Lo farò. Promesso. – rispose lei. – Anche se credo che i miei angeli custodi non mi daranno modo di stare troppo tempo da sola…

I suoi “angeli custodi” erano due agenti in borghese. Due operativi dei Servizi, venuti da Roma apposta per scortarla in Sicilia. L’attendevano impazienti davanti al gate di partenza.

– Oddio! – disse lei. – Come vorrei che venissi anche tu.

– Ti raggiungerò non appena possibile. – disse lui, accarezzandola piano. – Promesso.

– Vorrei poterci credere.

– Verrò, sta’ sicura. – e l’abbracciò di nuovo. Forte.

Simona Rizzo osservò critica la scena, mentre attendeva poco lontano, accanto al commissario Basilio Mallardo.

Carattere fragilino, la grande avvocatessa… – disse, sarcastica. – E lui non chiede di meglio che occuparsi di una donna così.

Si vede che, nonostante lo frequenti da un bel po’, non conosce affatto l’ispettore Mannino, signorina Rizzo. – rispose serafico Mallardo.

Non lo conosce e lo ama con la stessa disperazione, pensò tra sé.

Ora sarà meglio che tu vada. – disse Emanuele. – Pare che aspettino solo te. Vai.

Emanuele…

Vai.

Si staccò dal suo abbraccio forte e si avviò verso l’imbarco, presa in custodia dai due agenti dei Servizi.

Emanuele rimase a guardarla allontanarsi sino a che gli fu possibile, per poi ritornare sui suoi passi e fermarsi vicino alle due persone che l’aspettavano poco lontano.

Mi pare che l’abbia presa bene, nonostante tutto. – disse Mallardo.

Il difficile comincia ora. – rispose lui. – Non mi piace saperla sola a Palermo.

Ci sono gli agenti dei Servizi che non la molleranno un attimo e la questura cittadina ha già predisposto un ulteriore servizio di scorta per tutta la sua permanenza siciliana…

Tu cosa proporresti di fare? – intervenne Simona.

Che ci fai tu qui? – disse lui. – Non sapevo ti occupassi di servizi scandalistici, adesso.

Senti un po’, bel tomo… – disse risentita lei. – Davvero pensi che sia qui per te? La notizia è l’avvocatessa e la sua testimonianza contro il clan Tartaglia. Tu non conti nulla!

Lo sguardo infuriato della donna incrociò quello imbufalito di Emanuele che avrebbe voluto incenerirla se avesse potuto.

Simona girò sui tacchi e si allontanò velocemente, stizzita.

Mallardo sorrise.

Perché la tratti così, Mannino? – disse poi.

Vorrei che fosse diversa. Che non fosse come quel tipo di donne disperate per quello che non riescono ad ottenere.

Ritornando al nostro lavoro… Sei sicuro che sia una buona idea per te andare a Palermo?

Non mi piace sapere Susi da sola in quella città. E poi c’è il problema dei Tartaglia. Don Salvatore è diventato un peso. Per noi e soprattutto per loro. Troppa sovraesposizione. Potrebbero volerlo ridurre a più miti consigli. E questo non farebbe che favorirci nell’ipotesi di eliminarlo.

E tu vorresti essere della partita, quando si giocherà.

Salvatore Tartaglia è un problema da estirpare alla radice. – concluse lui. – Ed è impossibile farlo da qui. Devo andare in Sicilia se voglio prenderlo.

È molto tempo che manchi dalla tua terra. Le cose sono cambiate ora. Lì si stanno combattendo due guerre. Una tra mafiosi e l’altra tra mafiosi e Stato…

Stia tranquillo. Non è la vendetta che cerco.

Basilio Mallardo lo squadrò con aria interrogativa. Cercava un modo per credere alle parole del suo miglior agente. Poi parlò.

Sta bene. – disse. – Da questo momento sei in ferie per una settimana. Cerca d’impiegare bene il tuo tempo. Arrivederci.

Arrivederci commissario.

Infilò pochissima roba nella grossa sacca militare. Un paio di maglie di ricambio, uno dei maglioni di lana a coste larghe, degli slip e alcune paia di calzini, una cartella con le fotocopie dell’incartamento Tartaglia, che avrebbe riesaminato per l’ennesima volta quando sarebbe stato in volo per Palermo. Poi passò alle armi.

Fece scattare all’indietro il carrello della semiautomatica Smith & Wesson modello 4506 in calibro .45 e mise il colpo in canna.

La nascose nella cintola dei pantaloni dietro la schiena, poi guardò la Colt Python nichelata in calibro .357 magnum con canna da 4 pollici.

Non so perché non l’ho mai restituito ‘sto cannone… pensò.

Poi gli vennero in mente le parole del commissario a proposito della guerra mafiosa.

Forse mi tornerà utile in questa occasione. Forse…

La prese. Si accertò che nel tamburo non mancassero i proiettili e la mise nella sacca, nascosta sotto le maglie.

L’aereo si alzò in volo dolcemente nel cielo di Milano, in una serata limpida com’era stato il giorno.

Dall’alto, la città d’adozione di Emanuele sembrava un formicaio brulicante di luci impazzite. Un formicaio di vite. Vite vendute, comprate, sbattute, finite.

Un immenso albero di Natale fuori stagione, disteso, spalmato dal centro verso la periferia degli immensi palazzoni-alveari usati per ammassarci la forza lavoro immigrata ed emigrata dal Sud del mondo. Un verminaio senza soluzione di continuità, sino ai paesi limitrofi, che risultavano praticamente indistinguibili da esso, inglobati in una sterminata metropoli che si diramava in tutte le direzioni verso i confini della regione Lombardia.

Emanuele non sapeva spiegarsi cosa ancora lo legasse a quel posto.

Un non-luogo dove era arrivato sei anni prima, fresco di nomina come agente scelto per le Volanti, e dove, prima di trovare il buco che si ostinava a considerare una casa, si era visto più e più volte sbattere in faccia la porta da chi ancora rifiutava di affittare ai terroni come lui. Forse provava solo un senso di riconoscenza perché in quel posto gli era stato consentito di smettere di correre da un capo all’altro dell’Italia insieme alla sua famiglia, inseguiti dall’ombra dei killer mafiosi di un clan locale che una notte avevano sterminato i nonni e gli zii di Emanuele, i fratelli del padre, per una banale storia di pecore morte.

Il clan di Gaetano e Salvatore Tartaglia.

Emanuele aveva finito per apprezzarne persino la nebbia, elemento naturale che andava d’accordo con il suo carattere melanconico e solitario. Ne amava i luoghi d’arte e naturali che ancora sapeva offrire. Aveva passato ore rapito davanti al Cenacolo Leonardesco, ricordando le lezioni di storia dell’arte prese al liceo.

E ripensando a come gli sarebbe piaciuto guardarlo insieme a Susi…

Amava le storie di malavita che gli raccontava il portiere del suo palazzo, che aveva vissuto le stagioni del bel René e di Turatello, di quando la delinquenza si era trasformata da semplice impresa da spacconi ad organizzata ed efficiente macchina di morte. Rimaneva per ore a chiedergli lumi sulla “rapina del secolo” di via Osoppo, quel giorno in cui Milano divenne Chicago.

Odiava la sua fretta, la smania per l’accumulo dei “dané”, i soldi, la diffidenza dei residenti per coloro che venivano in quella città ancora spinti dal sogno di una vita migliore, di un luogo dove assicurare un futuro per sé e per i propri figli, un sogno che li aveva sradicati dai luoghi d’origine che non offrivano nulla se non la dissoluzione dell’esistenza in una non-vita fatta di sopravvivenza.

La Sicilia, invece… La “sua” Sicilia era diversa.

Quando vide le luci dell’aeroporto di Punta Raisi avvicinarsi sempre più, mentre l’aereo avviava la fase di atterraggio sulla pista illuminata a giorno, si trovò a ripensare al suo paese d’origine.

Un paesino di quelli antichi, rurali, scavato nella pietra, arroccato su di una montagna che sovrastava una piana brulla e capace di fornire alimento solo per la pastorizia.

Emanuele ricordava di averne percorso i vicoli da bambino, correndo e giocando con altri bambini, incantandosi davanti ai murales che decoravano le case, dipinti come fumetti e rappresentanti le storie delle passate generazioni che avevano abitato quel luogo sin dal medioevo.

Il suo paese non era molto lontano da dove stava per atterrare. Si trovava proprio nella provincia trapanese ed aveva un nome impegnativo, Vita, che contrastava con la desolazione che lo rendeva un villaggio fantasma nei mesi invernali, quando chi aveva un lavoro si recava a Trapani e a Palermo per rimanerci sino all’estate successiva, quando il paese si riempiva di nuovo con il ritorno di tutti coloro che non avevano accettato il destino di padri e nonni, legati alla terra e alla tradizione dell’allevamento di pecore.

Il clan dei Tartaglia era legato alla terra, alla pastorizia e al latifondo, e mal sopportava le ingerenze nei suoi affari. Meno che mai l’indipendenza dei contadini dal suo giogo.

Vittorio Mannino, il nonno paterno di Emanuele, era un contadino orgoglioso, alto e forte come una quercia, letteralmente adorato da tutta la sua famiglia. Pure da quel nipote gracile, biondo e con gli occhi verdi, che suo figlio maggiore Salvatore gli aveva dato insieme alla moglie, Rachele, una bellissima ragazza del posto, una “fìmmina” che aveva studiato a Trapani prima di tornarsene in paese ed innamorarsi di Salvatore e sposarlo, una che voleva che pure i figli suoi studiassero.

Anche la Sicilia che Emanuele ricordava era una fìmmina di una bellezza sconcertante, abbacinante eppure cattiva. Una femmina che sapeva trasformarsi in un attimo in una maliarda affascinante e poi in strega malvagia. Una donna da sapersi prendere. Una donna come Susi.

A suo nonno sarebbe piaciuta, pensò. Anche se l’avrebbe catalogata ancora più strana di sua nuora Rachele, perché non aveva “solo” voluto studiare ma lavorare e rendersi economicamente indipendente dal suo uomo. E nemmeno viverci insieme, pensò ridendo Emanuele, mentre l’aereo si poggiava lentamente sulla pista dell’aeroporto.

Il sovrintendente capo Giuseppe Savarese si guardò intorno.

Non c’era quasi nessuno nella sala d’aspetto dell’aeroporto.

Quello che stavano aspettando era l’ultimo volo utile per arrivare in Sicilia dal continente e si chiedeva come mai il “super poliziotto” che stava sbarcando dall’aereo giunto da Milano avesse deciso di prendere proprio quello, costringendolo ad un supplemento di servizio per andare a riceverlo e condurlo a Palermo, nello stesso albergo dove alloggiava la testimone che doveva incastrare i membri del clan Tartaglia con la sua deposizione. Forse era appunto per quello che si era deciso a venire in Sicilia, per assistere alla testimonianza. E l’aveva fatto di notte per dare meno nell’occhio, per passare inosservato, anche se Savarese sapeva che la mafia aveva occhi e orecchie dappertutto.

Come aveva certamente saputo dell’arrivo sull’isola della donna la mattina precedente, avrebbe impiegato pochissimo a sapere del nuovo arrivato.

L’agente Bordon, originario di Sestri Levante, capelli tagliati cortissimi, fisico palestrato ma cervello limitato, che lo accompagnava l’osservò muoversi con aria nervosa nella sala semideserta e gli chiese il motivo.

Quando dovrebbe arrivare questo super poliz… questo collega milanese?

Non è milanese, Bordon. Vive a Milano, ma è originario di un paese qui vicino. – rispose Savarese. – Comunque arriverà a momenti. È sull’ultimo aereo. Quindi, occhi e orecchie aperte. Non dobbiamo mancarlo.

Certo. Ma chi è? Ne ho sentito parlare in questura, dicono che sia un duro, una specie di ispettore Callaghan…

Durissimo, Bordon, durissimo. Come te quando deve farti entrare in testa gli ordini che ti vengono dati. Hai capito quello che ho detto?

Si, certo. Ma… come lo riconosciamo? Non ci hanno detto nemmeno com’è fatto.

Inutile. Eccolo là. Sta arrivando.

E come fa a sapere che è lui?

Perché ho una sua foto in tasca, Bordon. Una sua foto.

Ah, ecco. Andiamogli incontro allora.

E perché, Bordon? Non ce li ha gli occhi? Verrà lui da noi.

Emanuele ritirò la sua sacca dal nastro trasportatore e si diresse verso i due agenti di Polizia che lo attendevano.

L’ispettore Mannino, suppongo. – disse Savarese, allungando la mano aperta.

Sono io. – rispose lui, stringendo la mano del collega. – E lei dev’essere il sovrintendente capo Savarese.

Esatto. E lui è l’agente Bordon.

Molto… molto piacere, ispettore. Ha fatto buon viaggio?

Buono, si… Vogliamo andare?

Si, certo. La strada per Palermo è lunga e non è bella farla di notte…

Dove è alloggiata l’avvocatessa Imparato?

Al “Cavalleggeri”, dalle parti di via Roma, in pieno centro storico. È un bel posto, accogliente e soprattutto tranquillo. La sorveglianza è discreta, sia dentro che fuori. Abbiamo due auto civetta davanti all’albergo e due dietro in servizio h24 e alla sicurezza diretta della signorina pensano due agenti dei Servizi.

Non sono un po’ troppi per una persona sola, visto anche come siamo messi in questo periodo? – intervenne Bordon.

Per l’amor del cielo, Bordon. – disse Savarese. – Rispetta le sacre regole: si uso ad obbedir tacendo!

Si… si, d’accordo.

Ironia a parte, com’è la situazione?

Come le ho detto, sino ad ora è tranquilla. Il giudice Fabrone l’ha messa sotto torchio tutto il giorno, ma pare che la sua testimonianza non sia più così determinante ai fini dell’inchiesta che stanno svolgendo sul clan Tartaglia. Tutte uguali ‘ste donne! Prima si cacciano nei guai e tocca a noi togliercele, poi non se le fila più nessuno…

Non lo dica a me. – sorrise a mezza bocca Emanuele. – Ne conosco di peggiori.

Certo, è una gran bella donna, se mi permette… Ma chi glielo ha detto d’andarsi ad impelagare con i Tartaglia e di fare l’avvocato? Non poteva starsene a casa a fare la calza, dico io!

L’auto guidata dall’agente Bordon si allontanò a velocità sostenuta dall’aeroporto di Punta Raisi e si immise sull’autostrada A29 in direzione Palermo.

Emanuele guardò oltre la montagna che sovrastava la strada e si rimise a pensare alla piana che circondava il suo paese d’origine. Un paese poco lontano da dove si trovava ma irraggiungibile se non con il pensiero. Si concentrò dunque sul pensiero di Palermo e di cosa vi avrebbe trovato. Non conosceva bene la città. Vi erano rimasti poco, i Mannino, nella fuga. Una settimana, giusto il tempo di trovare un traghetto per il continente e un aggancio a Napoli, la loro meta, il posto dove Emanuele e i suoi fratelli, ancora piccoli, sarebbero cresciuti e vissuti, con il continuo incubo di ritrovarsi i killer mafiosi davanti, venuti a chiudere i conti.

Invece, contravvenendo ad una delle regole del codice mafioso, il capo clan, Gaetano Tartaglia, non aveva emesso sentenze di morte per Salvatore Mannino e i suoi cari.

Li aveva lasciati vivere.

Ma Emanuele aveva visto crescere ugualmente l’odio dentro di sé.

L’odio per gli assassini dei suoi nonni e dei suoi zii.

Aveva creduto di poterlo controllare, riversandolo in una direzione giusta come quella di arruolarsi in Polizia e combattere il male.

Il tarlo però era rimasto lì, a covare sotto la cenere, nero come il mare dell’isola che adesso intravvedeva dal finestrino dell’auto, e aveva ripreso a rodere dopo che aveva saputo l’affare di Susi e che uno dei membri del clan, Salvatore pure lui si chiamava, ne era coinvolto in prima persona.

Niente sentimenti di vendetta, aveva detto al suo capo.

Ma la Sicilia è una madre strana per i suoi figli. Anche quelli che ne stanno lontani per anni. E l’inizio della trasformazione dentro di sé l’aveva vista il giorno in cui aveva sparato a sangue freddo a Marco Turri, il suo migliore amico ed ex ragazzo di Susi al liceo, colpevole di aver cercato di far uccidere la donna tramite gli sgherri di Salvatore Tartaglia.

Quello che uscì dall’auto di servizio e s’infilò nella hall dell’albergo nel centro di Palermo non era più un poliziotto.

O almeno non era “solo” un poliziotto.

Era un siciliano venuto a chiudere il conto aperto con gli assassini dei suoi cari.

Emanuele Mannino, il nipote del vecchio Vittorio, contadino e pastore di pecore, era tornato in Sicilia.

Nella grande casa di campagna, nella penombra un uomo anziano, con la faccia scavata dal tempo e dalla vita, attendeva l’arrivo di suo fratello minore e dei suoi uomini.

Gaetano Tartaglia attendeva.

Attendeva il ritorno di suo fratello dall’incontro che doveva avere con la Commissione, l’organo supremo di comando di Cosa Nostra, in quel momento in mano ai Corleonesi di ziu Binu, la mente del gruppo, l’uomo delle strategie, e di ziu Totò, il braccio violento ed armato, il capo dei capi in carica.

Gente pericolosa, spietati assassini che ci mettevano un niente a sentenziare la morte dei propri nemici. Di tutti i nemici.

Se voleva porre fine al problema rappresentato dall’avvocatessa venuta dal continente, doveva avere la loro approvazione, anche se lui era uno che comandava da prima di quando quei fitusi si facevano cacciar via il moccolo dalla mamma.

Aveva visto di cosa erano capaci, con i nemici esterni come il Generale dei Carabinieri, due anni prima, con i poliziotti e con i giudici di Palermo che avevano cominciato a tirare troppo la corda sbagliata. E cosa avevano fatto alle “famiglie” nemiche nella guerra intestina che li aveva portati al comando. E non voleva essere il prossimo. Non voleva finire come Stefano, il “Principe”.

Per cui aveva chiesto il loro consenso per eliminare il problema.

Salvatore lo raggiunse poco prima dell’ora di pranzo.

Com’è andata? – chiese il fratello maggiore all’altro.

Come meglio non si poteva, frati… – disse Salvatore, raggiante. – Ziu Totò ci ha dato il permesso. Dice che deve essere una cùosa fatta in grande, qualcosa che faccia capire a quei suca minchia che non ci si può permettere di contrastarci. Una cosa eclatante deve essere, ha detto.

Chi ci avemo ‘a fari?

Ci strizziamo i cugghiuni mentre vanno al palazzo di giustizia, a idda e a chiddu scassa palle di giudice. Ho già scelto mezza dozzina dei picciotti meglio fidati.

Turi, ascolta…

Dimmi.

Ieri sera è arrivata un’altra persona estranea.

Chi?

Emanuele Mannino, il poliziotto siciliano.

Mannino è qui?

Si. È proprio chi pensavi che fosse. Il nipote del vecchio Vittorio. Te lo ricordi Vittorio Mannino? Te lo ricordi cosa successe quella notte?

Si che me lo ricordo.

Dice che tiene molto alla fìmmina avvocato, ed è per questo che è qui. Ma io non ci credo. È un siciliano come noi. È qui per finire il lavoro che non riuscì a Vittorio…

È pazzo se lo crede. Non ci arriverà mai qui. Lo spazzo via prima che riesca a pensarlo.

Ti facisti già prendere la mano in continente, con la storia di quel diplomatico. E solo per ripagare un debito…

Ma adesso è in Sicilia. Qui comandiamo noi!

È siciliano pure lui. Non dimenticarlo. È un poliziotto siciliano… Quindi ancora più pericoloso degli altri.

Me ne fotto. Io ci mangio u cùori a Mannino. A lui e alla sua fìmmina! U capisti, Tano?

E uscì a passo veloce, paonazzo in viso, quel viso sfregiato che non voleva in nessun modo vedere riflesso in uno specchio.

Il vecchio Tartaglia chiamò il suo guardaspalle.

Un uomo gigantesco, dall’espressione scolpita nella pietra.

Ascolta, Santino… – gli disse. – In città è arrivato un uomo, un poliziotto siciliano. Voglio che lo segui dovunque vada e che mi dici tutto quello che fa.

Il gigantesco gorilla scosse il capo in segno d’assenso.

Mio fratello è ancora troppo giovane per capire certe cose. I Mannino sono sempre stati uomini d’onore. Lo era il vecchio Vittorio e lo è anche suo nipote, ne sono certo. Tanti anni fa commisi un errore di valutazione e non fu un bene. Dobbiamo porvi rimedio e trarne il giusto insegnamento.

Santino scosse di nuovo il capo in segno d’assenso e uscì dalla stanza.

Gaetano Tartaglia rimase da solo con i suoi pensieri e il profumo degli aranci.

Susi accolse con estrema gioia l’arrivo di Emanuele.

Passarono la notte a fare l’amore e progetti per il “dopo”, quando lei non avrebbe avuto più problemi con le testimonianze da rendere.

Si vedevano già vivere insieme a Milano, nell’appartamento di Emanuele per cominciare, e poi prendere una casa più grande.

La mattina dopo, il giudice Fabrone venne di nuovo per preparare meglio la serie di domande che avrebbe fatto a Susi durante la sua deposizione. Emanuele si presentò al magistrato, che conosceva di fama.

È un onore conoscerla, signore. – gli disse. – Ho sentito parlare molto bene di lei e del vostro pool di magistrati.

Anch’io ho sentito parlare molto di lei, ispettore… – disse il giudice. – E se mi permette, non sempre in termini molto lusinghieri.

Non ho una bella fama, è vero. E nemmeno immeritata…

Dica pure che la precede. Comunque posso dirle che dovendo compiere il proprio dovere sino in fondo, ci si deve arrischiare a qualunque sacrificio. Anche quello di accollarsi la responsabilità di misure estreme.

Ed è quello che faccio. Mie le misure, mie le responsabilità.

Attento a non fraintendermi: per quanto possa capire, io non sono affatto d’accordo con i suoi… metodi. Né giustifico il loro utilizzo. Preferisco usare soltanto le armi che la legge mi mette a disposizione.

Lavoriamo dalla stessa parte usando mezzi diversi.

Possiamo dire anche così.

Ritiene che con questa testimonianza l’avvocato Imparato potrà considerare chiuso il suo coinvolgimento con il clan Tartaglia?

Molto dipenderà dall’entità della condanna che riusciremo ad ottenere. I legali di don Salvatore hanno già preannunciato appello. Ma direi che si, dovrebbe essere l’ultima deposizione, poi sarà libera.

Bene! – intervenne, raggiante, Susi. – Allora potremmo anche brindare. Che ne dite?

Non per me, la ringrazio. – disse il magistrato. – Sono già in ritardo. Ci vediamo in tribunale per l’udienza. Arrivederci.

Arrivederci dottore. – disse Emanuele, stringendogli la mano.

Quando il giudice fu uscito, Susi abbracciò Emanuele.

Contento? – gli disse. – Questa è l’ultima volta. Da domani sarò libera e potremo pensare solo a noi due.

Già. – disse lui, mentre appoggiava le labbra a quelle di lei. – Vado a prendere una bottiglia di spumante al bar dell’albergo. Aspettami qui…

E dove vuoi che vada? Ci sono quei due armadi fuori la porta! – disse, ridendo.

Sorrise anche lui ed uscì.

Disse ai due agenti di fazione davanti alla porta dove andava e cominciò a dirigersi verso le scale che portavano al piano terra. Si spostò per far passare un inserviente dell’albergo, un omone grande e grosso, che trascinava un carrello per le pulizie nelle camere. Lo guardò per un attimo: era davvero gigantesco. La divisa gli stava stretta e le maniche della giacca gli arrivavano appena ai polsi. Scarpe lucide ed enormi.

Il carrello che trascinava come un fuscello sembrava piccolissimo.

Raggiunse il bar e ordinò lo spumante con due calici al barista e stette ad aspettare che glielo portasse. Ripensò alle parole del giudice e ai Tartaglia.

Forse, con l’ultima deposizione di Susi, non vi sarebbe stata la necessità di agire diversamente.

Forse, stavolta, i suoi “metodi”, come aveva detto Fabrone, non sarebbero stati necessari.

Abbassò lo sguardo e osservò i suoi stivali ricoperti da un velo di polvere.

Le scarpe…

Il serpente, il suo personalissimo sesto senso, lo morse all’improvviso.

L’inserviente ai piani aveva delle scarpe troppo lucide, troppo pulite.

Non era un inserviente!

Corse verso la stanza di Susi, facendo le scale a due a due.

Arrivò trafelato al piano. Tirò fuori la pistola e tenendola a due mani in presa bassa corse verso la porta.

Le sue peggiori previsioni si avverarono: i corpi dei due agenti dei Servizi Segreti erano riversi a terra, in un lago di sangue, da un lato e dall’altro del carrello delle pulizie.

La porta della stanza di Susi era aperta.

Un grido lo colpì come un calcio al basso ventre.

Era Susi.

Entrò di soppiatto nella stanza e vide l’omone, il killer di Cosa Nostra, pistola silenziata in pugno, che si dirigeva verso Susi, in terra e in preda al terrore, rannicchiata contro il muro vicino al letto.

Alzò la pistola e la puntò verso la schiena dell’uomo.

Ehi tu! – disse.

L’uomo si girò senza dire nulla. Sorrise.

Un sorriso feroce. Un ghigno.

Emanuele sparò. Tre colpi in sequenza al bersaglio grosso.

Il killer guardò i buchi che i proiettili avevano gli avevano aperto sul corpo e il sangue che cominciava a uscire.

Rise di nuovo.

Una risata di gola, feroce, capace di gelare il sangue nelle vene.

Fece mulinare il braccio destro.

Emanuele si ritrovò colpito da un maglio. Un colpo terrificante che lo gettò in aria, scaraventandolo contro il tavolo al centro della stanza.

Cadde malamente di schiena e perse la pistola. Mentre cercava di rialzarsi, il gigantesco gorilla gli fu addosso e, sollevandolo con una mano sola, cominciò a colpirlo con l’altra. Pugni pesanti come martellate raggiunsero Emanuele alla bocca dello stomaco, piegandolo in due e impedendogli di organizzare una benché minima difesa. Disteso a terra, senza fiato, dolorante, vide l’espressione di pietra del killer piegarsi in una specie di sorriso malvagio. Quando fu certo che Emanuele non potesse essergli d’intralcio, l’uomo si girò di nuovo verso Susi che, impietrita e in lacrime, aveva assistito al pestaggio del suo uomo.

Santino si apprestò a finire il suo lavoro.

Puntò la pistola all’altezza della testa di Susi e il tempo parve congelarsi.

Tre terrificanti detonazioni.

Altri fori si aprirono nella casacca già sporca di sangue di Santino.

L’uomo abbassò la pistola e si voltò.

Alle sue spalle c’era Emanuele, ginocchio a terra, con la colt Python stretta a due mani e puntata contro di lui.

Santino sembrava non aver subito alcun contraccolpo.

Emanuele sparò di nuovo. Altri tre colpi calibro .357 magnum.

Fiori rosso sangue squarciarono orrendamente la carne dell’uomo.

Il killer guardò i fori delle pallottole apertisi sul corpo.

Sorrise.

Un mezzo sorriso. Che si trasformò in una smorfia.

Cadde, riverso in avanti.

Emanuele gli si avvicinò, puntandogli contro una pistola scarica.

Lo toccò con il piede. Più volte.

Santino non si mosse.

Come in un film già visto.

La stanza d’albergo era piena di poliziotti e funzionari, come il ristorante di via della Spiga a Milano, un paio di mesi prima.

C’erano anche il giudice Fabrone e il vice questore Massarà, un uomo alto e silenzioso, baffoni a manubrio e occhi nascosti da occhiali da sole con lenti scure. Parlava poco e guadava molto, scrutava ed individuava particolari che ad altri sarebbero parsi insignificanti.

Susi era seduta in disparte, in silenzio e sotto choc, mentre Emanuele veniva medicato da un infermiere del pronto soccorso.

Un sacco nero avvolgeva e nascondeva alla vista il corpo esanime del killer.

Fabrone e Massarà si avvicinarono ad Emanuele.

È chiaro… – disse il giudice. – che i Tartaglia hanno alzato il tiro. Sentono il nostro fiato sul collo e sono ricorsi alle misure estreme.

Vi trasferiremo in una caserma della polizia. – disse Massarà. – Sorveglianza massima, sino alla deposizione di domattina. Non sarà una cosa piacevole per la signorina, ma non c’è altro modo di assicurarvi una protezione più efficace.

Emanuele annuì. La bocca gli faceva ancora male per le botte prese.

Guardò verso Susi che non aveva distolto lo sguardo dai tre nemmeno per un secondo. Un agente le si parò davanti porgendole un giubbotto antiproiettile. Al diniego d’indossarlo, l’agente si rivolse verso il vice questore.

Lo indossi, avvocato. – le disse. – È comunque un deterrente.

Se volessero farci fuori niente sarebbe in grado d’impedirlo. – intervenne Emanuele. – Quell’uomo è arrivato sino alla nostra stanza d’albergo senza che nessuno lo fermasse.

Certo. – concluse amaramente il funzionario. – Chi combatte questa guerra, come noi, deve convincersi di essere nient’altro che un morto che cammina.

Lei leggeva per l’ennesima volta le pagine di una vecchia rivista che aveva trovato nella camerata della caserma che gli era stata assegnata come alloggio.

Lui puliva in silenzio le armi. Fece scattare più e più volte il carrello della .45.

Susi prese a camminare nervosamente per lo stanzone.

C’era una sola finestra, piuttosto grande. Gli infissi erano di legno, cadevano a pezzi. Le scuri erano chiuse, impossibile aprirle. Ritornò sui suoi passi e guardò di nuovo Emanuele che non le staccava gli occhi di dosso, mentre continuava a pulire la pistola.

Mio Dio! – sbottò lei. – Possibile che tu non sappia o voglia fare altro che startene lì a pulire quelle dannate pistole? Hanno cercato di uccidermi, di ucciderci tutti e due, e tu te ne stai lì a…

Emanuele posò la pistola e lo scovolino e le andò vicino. L’abbracciò.

Susi, se continui così crollerai a pezzi prima che questa storia finisca. – le disse. – Perché non provi a dormire un po’? Domani a quest’ora sarà tutto finito e saremo sull’aereo per tornarcene a casa.

Credi davvero che finirà tutto domani? – disse lei. – Io non voglio vivere come un’animale in gabbia… Voglio sposarmi, avere dei figli. Non vivere nel terrore che un giorno bussino alla porta e io possa aprire al mio assassino!

Nessuno può sapere come andrà a finire. – disse. – Ma una cosa devi ricordarla sempre: il nostro futuro non è scritto.

Che bella frase. – disse lei, liberandosi dall’abbraccio. – La farò scrivere sulla mia lapide!

Andò a stendersi sul letto che aveva scelto come suo.

Gli voltò la schiena.

Emanuele riprese a pulire le sue armi.

L’alba del giorno dopo lo trovò disteso sul letto accanto a quello di Susi.

Lei dormiva ancora. Fece attenzione a non far rumore e si alzò, avvicinandosi alla finestra chiusa. Cercò di guardare all’esterno. Una piccola lama di luce filtrava in un interstizio tra le due scuri chiuse.

Gaetano e Salvatore Tartaglia.

Quello che rimaneva del clan che aveva sterminato i suoi nonni e i suoi zii, costringendo suo padre Salvatore ad una precipitosa fuga, con la moglie, tre figli piccoli ed uno ancora in fasce. Quelli che li avevano costretti a vivere come diceva Susi. Nella paura che, aprendo la porta di casa, si potessero ritrovare davanti ai loro killer, venuti per eseguire la sentenza di morte emessa dai boss. Era venuto in Sicilia con l’idea di proteggere Susi, ma la verità era venuta a galla sin dal momento in cui aveva messo piede sull’isola. Se avesse avuto la possibilità, avrebbe cercato di vendicarsi. Di guardare in faccia agli assassini dei suoi, di leggerne la paura, e di godere del loro terrore. Come avevano fatto i Tartaglia per tanti anni, divertendosi ad immaginare la vita di chi si sente braccato, di chi vive nascosto, di chi deve temere gli sconosciuti perché potrebbero trasformarsi in carnefici.

Se avesse avuto la possibilità, l’avrebbe fatto.

Avrebbe rivoltato la Sicilia per trovarli, sapendo che i boss si nascondevano in pieno sole, tra le loro cose, nelle loro case, al sicuro. Come chi sa di essere intoccabile.

Sarebbe ritornato al suo paese natale, e li avrebbe stanati. Casa per casa, vicolo per vicolo. Uno ad uno.

Se avesse avuto la possibilità…

Un discreto bussare lo distrasse dai suoi pensieri.

Chi è? – chiese, estraendo la pistola da dietro la schiena.

Ispettore Mannino. Sono il sovrintendente Savarese. – gli rispose una voce conosciuta. – Mi sono permesso portare del caffè caldo e delle paste.

Aprì la porta. Savarese entrò. Susi si destò, sentendo l’odore del caffè e dei cornetti caldi che il poliziotto aveva posato sul tavolaccio al centro della camerata.

Savarese ne versò per entrambi. Emanuele ne diede una tazza a Susi che si era nel frattempo avvicinata ai due uomini.

L’ultimo pasto del condannato a morte? – disse lei, con tono niente affatto scherzoso.

Hanno chiamato dalla questura. – disse Savarese. – Una macchina blindata sta venendo a prendervi.

A quest’ora? – disse, insospettito, Emanuele.

Il procuratore capo ha disposto il vostro trasferimento al palazzo di Giustizia prima che cominci l’udienza. Vogliono essere sicuri che non corriate rischi inutili.

Bella idea. – disse lui.

Questo vuol dire che non abbiamo molto tempo. Scusatemi… – disse Susi, allontanandosi verso la porta dei bagni.

Giuseppe Savarese la guardò allontanarsi.

Ha una bella resistenza. – disse poi. – Un’altra nella stessa situazione sarebbe già crollata. L’ho sottovalutata, l’avvocatessa…

Anch’io. – rispose Emanuele come ad inseguire dei personalissimi pensieri.

La macchina era arrivata.

Emanuele costrinse Susi, riluttante, ad indossare il pesante giubbotto antiproiettile sopra la giacca.

Lui ne fece a meno, ma uscì al suo fianco stringendo tra le mani la pistola, colpo in canna.

Uscirono nel cortile della caserma, ed immediatamente un cordone di sei agenti armati sino ai denti, tra i quali Emanuele vide Savarese e Bordon, si strinse intorno a loro, creando un corridoio per farli arrivare più velocemente all’auto che li attendeva con il motore acceso.

Emanue’… – disse Susi con voce rotta dall’emozione. – Stringimi, ti prego. Ho paura.

Non devi averne… – sorrise lui, cercando di rassicurarla. – Ci sono io con te. Stai tranquilla. Tra poco sarà tutto finito.

Il corteo si mosse.

Tre auto, una davanti con due agenti, quella blindata, con Emanuele e Susi, Bordon dal lato del passeggero e Savarese alla guida, al centro, ed un’altra, con gli ultimi due agenti, a chiudere. Sirene spiegate, palette, e lampeggianti blu accesi.

Emanuele si guardava intorno, cercando di individuare il percorso e i possibili luoghi ideali per un agguato.

Non si preoccupi, ispetto’… – disse Savarese che aveva capito. – Il percorso è noto solo agli autisti e in Procura.

Quale sarebbe?

Passeremo per via San Paolo, tagliando poi per viale della Libertà. Dopodiché piazza Ruggero Settimo e San Francesco di Paola, Corso Amedeo, e saremo nei pressi di palazzo di Giustizia.

Un bel giro…

Disposizioni questurili. Meglio allungare il brodo che rischiare un…

S’interruppe, vedendo lo sguardo terrorizzato di Susi.

Il corteo s’immise su viale della Libertà, ed Emanuele sfiorò con lo sguardo Villa Gonzaga sulla destra e il giardino all’inglese sulla sinistra. Li mostrò a Susi, che parve distrarsi un attimo ed allentare la tensione che l’attanagliava.

Emanuele teneva alta la guardia, accarezzando con nonchalance il calcio della pistola che portava davanti, poggiata sull’inguine. Gli pareva strano che fossero arrivati sin lì e che ancora “nessuno” avesse provato a fermarli. Il clan Tartaglia non poteva permettere che Susi arrivasse in tribunale e testimoniasse, così da mandare Salvatore all’ergastolo. Dovevano fermarli. In ogni modo possibile.

Lui sapeva che nel momento stesso in cui erano usciti dalla caserma, l’allarme era stato dato. Chi doveva sapere aveva saputo. L’esecuzione della condanna a morte per lui e Susi stava per avere luogo.

Strinse la mano attorno al calcio della pistola. Forte.

Per la prima volta provava una tensione diversa dalla solita.

Sentì il corpo caldo di Susi stringersi al suo.

Represse un brivido.

L’uomo basso e tracagnotto premette il microfono della radio portatile.

I cani vengono a biviri… – disse laconico. – Preparate l’acqua.

Dall’altra parte, Salvatore Tartaglia ascoltò senza fiatare. Posò la radio e prese il telecomando che l’artificiere del clan aveva preparato.

Stiamo pronti… – disse al guardaspalle che gli stava vicino. – Passami la pistola.

L’uomo si stupì.

Vossia viene con noi?

E credi che voglia perdermi lo spettacolo? Qualunque cosa succede, avete a riurdari: Mannino è mio. Lo voglio ammazzari personalmente.

Ma vostro frati ha detto…

Me ne fotto di quello che dice Tano! – urlò. – Iddu è vecchio e il suo killer ha fallito. Adesso ci penso io a spirugghiari ‘sta cosa. Muvìti!

Come comandate, don Salvatore.

Il guardaspalle gli consegnò la semiautomatica e un paio di caricatori.

Amuninni. – disse Salvatore, mettendo la pistola nella cintola dei pantaloni.

Un vicolo lungo piazza Ruggero Settimo.

Una macchina ferma.

A bordo, ombre senza volto, senza identità. Armate sino ai denti.

Seduto dietro, nel mezzo, Salvatore Tartaglia, mano sul calcio della pistola.

Il palo stava dall’altro lato della strada. Vedeva l’auto dei complici in attesa e guardava nella direzione in cui sapeva avrebbe visto spuntare il corteo di auto della polizia. Si era travestito da netturbino e il segnale sarebbe stato farsi cadere la scopa di mano, casualmente.

Emanuele guardò la strada.

Deserta.

Tranne che per un netturbino impegnato nel ripulire il marciapiede.

Prese Susi per un braccio.

Susi… – le disse, stringendo. – Abbassati sul sedile.

Cosa?

Fa quello che ti dico. Presto! – le ordinò.

Forse avrebbe voluto avvertire anche Savarese, ma non fece in tempo.

L’esplosione, terrificante, li colse immediatamente dopo che ebbero sorpassato il netturbino che stava raccogliendo da terra la sua scopa.

Solo che per farlo si era disteso. E quello gli permise di sopravvivere al contraccolpo.

La prima auto del corteo fu letteralmente sollevata da terra, come se un enorme geyser fosse improvvisamente nel bel mezzo della strada, facendo esplodere l’asfalto che la ricopriva. I due agenti morirono senza nemmeno accorgersene.

L’auto guidata da Savarese inchiodò per non andare addosso alla carcassa dell’auto maciullata, ricaduta sulla strada.

Emanuele fu il primo ed il più lesto ad uscire dall’auto.

Nooo! – urlò Susi. – Non andare. No! Resta qui, qui con me!!

Savarese lo seguì a ruota, pistola in pugno, lasciando Bordon a guardia di Susi.

Un secondo dopo, il netturbino si rialzò e rivelò la sua vera natura, imbracciando un mitra kalashinikov a calcio ripiegato.

Fece fuoco contro l’auto blindata.

Bordon non fece nemmeno in tempo a mettere mano alla mitraglietta.

Morì senza reagire.

Il suo sangue spruzzò di rosso l’abitacolo, investendo anche Susi, che urlò.

Urla di terrore. Terrore puro.

Emanuele si mise ginocchio a terra e puntò la sua arma contro il killer.

Due colpi in sequenza al bersaglio grosso. Tiro facile.

Il finto netturbino venne sollevato da terra ricadendo sull’asfalto, morto.

Uno dei due agenti superstiti si avvicinò ad Emanuele e gli porse una mitraglietta M12. Un secondo dopo si accasciò, colpito alle spalle.

L’auto con le ombre era arrivata sul luogo dell’agguato.

Salvatore Tartaglia i suoi scesero, pronti a chiudere i conti in sei contro tre…

Due.

L’ultimo agente superstite venne falciato da una raffica di pallottole sparate dal killer che stava seduto a fianco di don Salvatore.

Erano rimasti solo Emanuele e Savarese. Contro sei, feroci e determinati.

E poi c’era Susi, immobilizzata dal terrore nell’auto blindata, sporca del sangue dell’agente Bordon.

Lui corse verso l’auto e sparava. Sparava con la mitraglietta, per proteggersi e per proteggere lei.

I killer si abbassarono per schivare il fuoco nemico. Come anche Salvatore.

Emanuele trascinò Susi fuori dall’auto, mentre Savarese gli offriva un efficace fuoco di copertura.

La mise al riparo dietro un cassonetto del pattume rovesciato, dove aveva trovato rifugio anche il sovrintendente Savarese e cominciò a correre.

Si muoveva sparando tra le macerie, riparandosi dietro le auto ridotte a colabrodo.

Una raffica da tre colpi, un morto.

Altra raffica, altro morto.

Uno contro quattro.

E uno dei quattro era Salvatore Tartaglia.

Si costrinse a non pensare a Susi, paralizzata dal terrore e sporca di sangue.

Se l’avesse fatto la sua determinazione, la freddezza, avrebbero vacillato, facendolo esporre al rischio. E quello avrebbe significato la morte sua e della sua donna.

Pensò ai suoi nonni, ai suoi zii.

Risentì i colpi della lupara di quella notte. Rivide suo padre e sua madre caricare lui e i suoi fratelli su di una vecchia “Millecento” e scappare dal paese, come fossero dei ladri e non persone che cercassero di salvare la propria vita. E pensò al silenzio del paese. Nessuno vide, sentì, parlò. Anche se tutti sapevano cos’era accaduto.

E il clan Tartaglia continuò a prosperare…

Fece fuoco ancora e ancora.

Per mio padre, morto di crepacuore. Per mia madre, in perenne esaurimento. Per i miei tre fratelli, cresciuti con l’ansia di vivere troppo poco. Per loro, per i miei morti e per tutti quelli come loro…

Silenzio di tomba nella strada.

Il percussore della mitraglietta batteva a vuoto.

Non c’erano più pallottole nel caricatore.

Non c’erano più killer.

Tutti morti.

Tranne uno.

Emanuele gettò l’M12 ed estrasse la pistola. C’erano cinque pallottole nell’unico caricatore che gli era rimasto.

Fumo acre ed odore di cordite, carne bruciata e sangue.

L’odore della morte nel silenzio spettrale della strada vuota.

In lontananza, sirene.

I “nostri” stavano arrivando, come nel finale di tutti i western che tanto gli piacevano da bambino, quelli di John Ford e John Wayne, quelli dove il cattivo perdeva e il buono vinceva sempre, conquistando la sua bella, che lo attendeva a casa, davanti al camino acceso.

Sempre.

Ma quelli erano film.

Mannino! – gli arrivò l’urlo di Salvatore Tartaglia.

Quella era invece la realtà che stava vivendo.

Mannino, suca minchia! Veni ‘cca, sbirro. ‘Sta storia ‘ai a finiri!.

Emanuele gli si avvicinò. L’altro gli puntava la pistola in faccia.

Siamo rimasti solo io e te, sbirro… – disse Tartaglia. – E stavolta non farò come quel cazzone di mio fratello. Stavolta t’ammazzo, sbirro fottuto!

Sono qui, Tartaglia… – rispose lui, alzando la pistola. – Addivirtiamoci!

Salvatore Tartaglia non sapeva che Emanuele, guardandolo, in realtà non lo vedeva nemmeno. Pensava ai suoi. Al male che gli era stato fatto.

Patri, matri, Antonio, Gianni, Annamaria… Per la mia gente, per i miei morti!

Tartaglia sparò, a vuoto, i colpi che gli rimanevano.

Emanuele sparò.

Un colpo alla volta, mirando lentamente.

Salvatore sentì il piombo calibro .45 mordergli la carne. Sentì la vita sfuggirgli.

Forse ebbe il tempo di ripensare alla sua misera esistenza prima che l’ultimo colpo lo prendesse in fronte, penetrando nel cervello e spegnendo la luce. Per sempre.

Era morto.

Il silenzio piombò improvviso, spegnendo l’ultima eco della carneficina.

Emanuele si guardò intorno.

Negozi, finestre, portoni. Tutti chiusi. Nessuno richiamato dall’esplosione e dagli spari.

Nessuno aveva visto, sentito. E nessuno avrebbe parlato.

Susi fu la prima a raggiungerlo, immobile in mezzo alla carneficina.

Lo abbracciò. Lui la strinse a sé.

Emanuele… – gli disse, vedendolo abulico, assente. – Mi senti? È finita… adesso è davvero finita.

No. – rispose lui. – Non sarà finita sinché questo cancro avvelenerà la Sicilia, l’Italia, il mondo…

La guardò.

Io vado al mio paese, Susi. – disse. – Ho un lavoro da finire.

Cosa…?

Sovrintendente… – disse a Savarese che li aveva raggiunti. – Si occupi lei della signorina.

Vada, ispetto’… Vada pure.

La guardò per un solo istante. Come a dire “tornerò, lo sai che tornerò”.

E corse via.

Susi rimase inebetita. Savarese ne approfittò per portala via dalla scena del massacro.

Il prefetto, il procuratore capo, il giudice Fabrone.

Tutti e tre nella stanza della Procura dove si trovava anche Susi, che guardava dalla finestra, giù in strada.

Cinque agenti massacrati… – sbottò il prefetto. – Mi chiedo se ne sia valsa la pena!

Sono degli eroi… – disse il procuratore. – Dobbiamo fare in modo che il loro sacrificio non sia vano.

Cosa Nostra si è scoperta enormemente con questa azione da guerriglia urbana. Può darsi che il clamore mediatico la spinga ad abbassare la cresta, per un po’. Magari tutto questo sangue è servito davvero a qualcosa… – concluse Fabrone.

E Mannino? – chiese il prefetto. – Mannino che fine ha fatto?

Un attimo di silenzio, con i tre uomini che si voltarono verso Susi.

Avvocato Imparato…? – le disse il procuratore.

Lei si voltò.

Mi scusi, dottore… – disse lei. – Stavo pensando ad altro.

Qualcosa in particolare?

Si… o forse no. In realtà pensavo a quest’isola e ai suoi odori. Alla sua gente. È uno strano posto, la Sicilia… Un posto bellissimo, dove però la vita umana pare non avere alcun valore. Un posto capace di trasformare le persone, renderle diverse da quello che sono.

Si riferisce all’ispettore Mannino?

Quest’isola me l’ha portato via, dottor Fabrone. E non so nemmeno il perché. O se lo rivedrò mai più…

È difficile comprendere la Sicilia se non ci si è nati e cresciuti. È un pezzo di paradiso in cui qualcuno si è divertito a mettere i diavoli dell’inferno. Il sole, gli aranci e i limoni. Il sangue e il silenzio qui hanno un valore diverso, particolare. Le posso assicurare che vivendo qui si comprende la natura dell’esistenza meglio degli altri.

Ma Susi non lo ascoltava più.

Aveva di nuovo lo sguardo rivolto verso la strada.

In mezzo a quella strana gente, perso dietro chissà quali pensieri, mentre cercava di ripararsi all’ombra di quel sole incandescente, c’era il suo uomo.

Che voleva la sua vendetta.

Il vecchio boss aveva visto la televisione.

Aveva sentito le notizie che i suoi uomini gli avevano riportato da Palermo.

Aveva ripensato a quando lui e suo fratello, da bambini, giocavano a pallone con una palla fatta di stracci. A come lui cercasse di proteggerlo da tutti i pericoli.

E aveva pensato all’uomo che l’aveva ucciso.

– Mannino… – disse a mezza bocca. – Verrà. Lo so. Verrà anche per me…

Si inerpicava rapido lungo il sentiero, una mulattiera scoscesa e ripida.

Lungo la strada un odore di pecore ed armenti portati al pascolo si mescolava a quello delle filiere di aranci e limoni, un’ombra stava andando verso un piccolo paese scolpito nella pietra. Un paese dal nome ridicolo per chi campava di morte, Vita.

Lungo quella strada percorsa dai picciotti dei clan con la lupara sulle spalle e dai pastori con le greggi, Emanuele Mannino, l’ultimo della sua razza, avanzava.

Avanzava veloce, come la freccia scoccata da un arco teso.

Davanti a lui c’era la risposta alle sue domande.

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